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La follia delle libere donne

 

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                                                       La follia delle libere donne

        di Benedetta Parrini


 “Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà.” È quanto dichiarava Mario Tobino (1910-1991), psichiatra e scrittore italiano, nella prefazione del 1963 a “Le libere donne di Magliano” (1953), romanzo nato proprio dalla sua esperienza di medico all’interno di vari manicomi in Italia e in Europa. Il racconto, fatto più di spaccati di vita e pensieri frammentari che di una vera e propria narrazione, è ambientato a Maggiano (Magliano nel titolo), un paesino presso Lucca, ed è proprio la Toscana, terra natia dell’autore, a far da sfondo alle “matte”, personaggi non frutto di invenzione ma di esperienza. E’ sul tema della follia che si concentra la riflessione dell’autore, una follia che si manifesta in diverse forme e che in ogni donna del reparto femminile presenta declinazioni diverse: c’è la follia violenta, una forza bruta che trascina chi si ha accanto, c”è chi si racchiude nel silenzio, chi si rifugia nel cibo, chi invoca figli ormai lontani ed è questa follia che il regista Michele Soavi ha scelto di narrare. “Le libere donne” una serie televisiva di sei puntate andate in onda su Rai Uno e Raiplay, riflessioni attuali, ora che si torna a mettere al centro la salute mentale nonché il benessere psicologico degli individui.
 Nel 1968, Franco Basaglia chiedeva a Carla Cerati, fotografa milanese attiva nel sociale, di realizzare delle foto che mostrassero la condizione dei manicomi in quegli anni, soprattutto di quelli femminili. Lei, accompagnata dal collega Gianni Berengo Gardin, visitando tre manicomi, a Firenze, Gorizia e Ferrara, realizzerà scatti crudi di donne abbandonate, legate, sporche, nude che saranno poi racchiuse nel libro “Morire di classe”. Questo reportage fotografico, insieme al sostegno di Levi e dello stesso Basaglia, diverrà il baluardo della lotta ai manicomi, che porterà nel 1978 all’approvazione della Legge 180, con la quale saranno chiusi per sempre tutti gli ospedali psichiatrici. Nel frattempo Tobino era tornato sull’argomento con la raccolta di racconti “Per le antiche scale” (1972), adattato per lo schermo da Mauro Bolognini nel 1975 e ora su YouTube. “Le libere donne di Magliano” ebbe un buon successo di pubblico, inserendosi nella grande riflessione del ’900 sul tema della follia, iniziato da Pirandello (1) e suscitò persino l’interesse di Fellini (e sa il cielo cosa ne sarebbe venuto fuori). Michele Soavi invece è legato al libro anche da motivi personali: Paola Levi Olivetti era sua nonna e fu compagna di Tobino. Tutto è ambientato nel 1946 e mette al centro la figura rivoluzionaria del medico, interpretato da Lino Guanciale, che ha stravolto le terapie e l’approccio con le pazienti, scontrandosi anche con i rigidi protocolli dell’epoca. Protagonista femminile è Margherita Lanzi, a cui presta il volto Grace Kicaj, giovane donna rinchiusa nel manicomio contro la sua volontà dal marito. Tobino (e nella fiction Soavi) indagherà sul passato della giovane che porterà i due ad avvicinarsi, combattendo tra dilemmi morali e questioni personali. Centrale nella serie anche il racconto della figura di Paola Levi, interpretata da Gaia Messerklinger, una staffetta partigiana legata alla figura dello psichiatra. Son tutte figure in realtà create per l’adattamento televisivo del romanzo (sceneggiatori Peter Exacoustos e Laura Nuti): il libro di Tobino appare più come uno spaccato della vita all’interno del manicomio (su cui poco o nulla si sapeva), un vero e proprio diario di pensieri frammentati che poco si prestava alla resa visiva e alle esigenze di una trama lineare e scorrevole. Si è data dunque a quei pensieri sparsi una struttura, pur mantenendo il principio alla base del romanzo, cioè che, come scrive lo stesso Tobino, “il manicomio è pieno di fiori”.

Note
1. Pirandello considera la follia una forma estrema di libertà che permette alle persone di liberarsi delle rigide forme che la società impone. Pensiamo a Rosario Chiàrchiaro ne “La Patente” o all’avvocato presente ne “La Carriola”, per non parlare de “Il fu Mattia Pascal”.

 

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