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80 anni fa: la sconfitta della Monarchia

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di Luigi Fattorini

 Che l’Italia sia una Repubblica e quando lo sia diventata lo si impara a scuola, e lo si ricorda il 2 giugno di ogni anno: fu grazie al referendum istituzionale del 1946, di cui quest’anno cadrà l’80° anniversario. Come si arrivò a ciò è altrettanto noto: la crisi del regime fascista, la disfatta nel secondo conflitto mondiale e la spinta alla costituzione di un nuovo stato democratico si portarono dietro la fine anche della monarchia. Motivo per cui, nel percorso che portò alla liberazione, tra la fine del 1943 e la primavera del 1945, vennero poste le basi affinché il popolo italiano potesse decidere se restare sotto la Casa di Savoia o trasformare lo Stato unitario in quella Repubblica che era stata il sogno di Mazzini e dei democratici dall’Ottocento in avanti. Cosa che, sia pure con un percorso comunque articolato, arrivò con il voto del 2 e 3 giugno del 1946. Oggi si può dire che sono davvero pochi gli italiani che non si riconoscano nella Repubblica. Bene o male, non si può dire che vi siano ampie sacche di connazionali che vogliano tornare ad avere un sovrano per capo dello stato, come in Spagna, in Gran Bretagna o in Svezia. Eppure rimangono molto diffuse certe leggende, come quella dei “brogli” che avrebbero contraddistinto quel voto, per far nascere la Repubblica. Leggende che i monarchici (e ve sono ancora oggi, sia pure sparutissimi) ripetono a tamburo battente, ma che si trovano sulla bocca anche di chi dalla volontà di tornare all’istituto monarchico è lontano anni e anni luce.


  Vittorio Emanuele II e famiglia

Vittorio Emanuele II e famiglia

 C’è del fondamento in tutto ciò? Diciamolo subito chiaramente: no. E non solo perché la cosa fu esclusa – sin dall’epoca – perfino da monarchici convinti, come il giornalista Luigi Barzini jr, ma soprattutto perché sono le evidenze stesse ad escluderlo. Lo scarto dei voti con cui la Repubblica vinse fu di più di due milioni, un quantitativo immane, che nemmeno volendolo sarebbe potuto finire – come qualcuno ha più volte ripetuto – nel cassetto del focoso filorepubblicano ministro degli interni, il socialista Giuseppe Romita. E lo stesso dicasi per le altre lamentele, secondo cui al voto non poterono partecipare gli abitanti dell’Alto Adige e della Venezia Giulia, nonché un certo numero di prigionieri di guerra. Argomentazioni pretestuose, giacché per gli altoatesini ci fu il problema della compilazione delle liste (tra di loro molti nel 1939 avevano optato per la Germania nazista) mentre per i goriziani, i triestini, gli istriani, i fiumani e gli zaratini si discuteva ancora se sarebbero rimasti cittadini italiani oppure no (e sappiamo per molti di loro come andò a finire). Per non parlare dei prigionieri di guerra, di cui solo una aliquota minore non era stata ancora rimpatriata. E senza contare che tra tutti questi soggetti è davvero arduo pensare che vi si potesse trovare quel bacino di voti tale da permettere alla Monarchia di vincere. Ciononostante il permanere di certe leggende anche fuori dagli ambienti dei nostalgici della casa reale si spiega comunque. Intanto con quelli che furono gli avvenimenti. Dopo il voto il conteggio dei risultati fu articolato, con la Monarchia inizialmente in vantaggio (ma questo grazie ai voti del Sud, che arrivarono per primi) prima del sorpasso repubblicano. E poi perché  l’intricata questione del riconteggio, dovuto anche a un ricorso di docenti di diritto dell’Università di Padova, fece impiegare altro tempo.

Vittorio Emanuele III

Vittorio Emanuele III

 Nel frattempo il Re Umberto II (il “re di maggio”), spinto anche dai suoi consiglieri, continuava a non desistere dicendo di attendere il verdetto, mentre i partiti antifascisti premevano affinché se ne andasse. E alla fine, anche la prospettiva della partenza del sovrano non placò subito gli animi, visto che a Napoli in particolare erano scoppiati tumulti con alcuni morti. Ma non solo. Si potrebbe dire che forse, più che dei sospetti sui brogli (il complottismo cercato assiduamente è una malattia molto diffusa nel genere umano), su certe dicerie pesi la storia stessa della Repubblica, che nonostante tutto non è mai riuscita ad entrare più di tanto nei cuori dei cittadini. E quando alla passione (che nel 1946 fu comunque molto sentita nel paese) segue la delusione, o una certa delusione, è normale che proliferino anche le dicerie.

Umberto II e famiglia

Umberto II e famiglia

 In realtà si continua a parlare – anche a questo proposito – della necessità di trovare una concordia nazionale. E magari sarebbe davvero il caso di andare oltre le comode formule verbali, soffermandosi sulla sostanza. Una cosa del genere implica infatti il giudizio storico sulla monarchia sabauda, e il suo rapporto con la storia del paese, specie ovviamente quella unitaria. Un giudizio sul quale non c’è sorta che tenga: è fatto di luci ed ombre. Giacché se è indubbio che la casa Savoia ha avuto il suo merito nel realizzare l’unificazione nazionale (certo, ascrivibile in primis a Cavour e a Garibaldi, ma con il Re Vittorio Emanuele II che comunque impiegò il suo piccolo dominio subalpino) la stessa non è stata aliena dalle pagine meno proficue delle nostre vicende nazionali. Lo stesso “lunghissimo” regno di Vittorio Emanuele III – quasi mezzo secolo, dal 1900 al 1946 - lo rappresenta bene: alla volontà del Re “piccolino” di abbandonare le sciabole e tornare al liberalismo dopo l’assassinio del padre, e quindi alla florida “età giolittiana” che ne seguì, fanno da contrappunto le scelte scellerate che vennero dopo; lasciando anche perdere quella dell’entrata in guerra nel 1915 (su cui i giudizi possono essere diversi), certamente l’aver aperto le porte al fascismo, l’aver permesso a Mussolini di edificare un regime totalitario (anche a scapito della stessa corona) e l’averlo portato fino alle estreme conseguenze che conosciamo: la negazione delle libertà per gli italiani, la legislazione antisemita, l’alleanza con Hitler fino alla guerra scellerata e fatale. Per non parlare di come fu gestito l’8 settembre. Tutte scelte dove il re agì in piena coscienza e con piena volontà, non certo condizionato da limiti altrui, come i suoi supporters fuori tempo massimo continuano – puerilmente – a ripetere, per giustificarlo. Si vuole perciò un giudizio sereno anche sulla Monarchia? Beh, più che continuare ad arroccarsi ai soliti capisaldi fallaci (come quello dei “brogli” nel referendum) è necessario cominciare a fare seriamente autocritica. Altrimenti non c’è storia, e di sconfitte la Monarchia ne annovererà sempre una di più.

1.nascita Repubblica

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