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Addio Umberto e grazie.

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI (SUD FOTO SERGIO SIANO)  E’ strano, ma quando una personalità fuori del comune, poniamo un abile (e onesto) politico, una forte personalità religiosa, come il papa, un intellettuale di prestigio o, comunque, una figura carismatica, emergono nel nostro orizzonte sociale, ci abituiamo talmente a loro, a questo rassicurante basso continuo che scandisce i ritmi della nostra esistenza, da non renderci conto della loro precarietà, come tutti noi. Sono mortali, semplicemente, e quando la clessidra del Tempo si esaurisce e la loro immagine sfuma, è come un brusco risveglio, soprattutto se chi ha varcato la soglia è stato in qualche modo cantore ed artefice del nostro immaginario collettivo. Come Umberto Eco.

  “Il nome della rosa” (1980), certo, il libro che viene subito in mente, best seller mondiale (quasi 14 milioni di copie) ma, soprattutto, un’opera per così dire bivalente, nel senso che il suo medioevo ha affascinato sia il lettore colto che quello più “ruspante”. D’altronde questo era Eco, uno scrittore raffinato e di immensa cultura e tuttavia capace anche di non lasciare la gente per strada purché, naturalmente, non consideri il libro un nemico o una perdita di tempo. Leggere come fonte di conoscenza e, di conseguenza, sviluppo delle proprie facoltà critiche, tale il suo messaggio, sia nei libri, sia negli articoli. Ed è una produzione sterminata,  dal lontano 1956, quando pubblicò la sua tesi di  laurea sull’estetica tomistica e iniziò a frequentare le fascinose sinuosità dell’Era di Mezzo.

  Ed è “Il pendolo di Foucault” (1988). Eresie e intrighi, passione e scienza, fantasia e cronaca, il Medioevo di Eco costantemente in bilico fra storicismi alla Le Goff e tentazioni fiabesche (e il massimo, in questo senso, sarà “Baudolino”, pubblicato nel 2000). Perché, nel frattempo, la curiosità intellettuale di Eco si è rivolta agli studi semiologici, spesso in sintonia con Roland Barthes, che per lui diventano la chiave per leggere il reale, sezionare da dentro i massmedia e riflettere sui comportamenti di una società che diventa ogni giorno sempre più “liquida”, per dirla alla Bauman. Da “Diario minimo” (1963) e “Apocalittici e integrati” (1964) a “Il superuomo di massa” (1976), “Lector in fabula” (1979), “Trattato di semiotica” (1984), La bustina di Minerva” (selezione di scritti su “L’Espresso” dall’85 al ’98), solo per citare alcuni titoli del settore squisitamente saggistico.

  E poi i romanzi, “L’isola del giorno prima” (1994), che ha il gustoso sapore di parafrasi dell’ “effimero” barocco, “Il cimitero di Praga” , sull’intolleranza razziale che scaturisce dalla menzogna storica (i famosi “protocolli di Sion”), “Numero zero”, il giornalismo-spazzatura, tipo “Metodo Boffo”. E il tutto, che ho appena tracciato (i suoi testi sono molti di più di quelli citati qui), si incrocia con la sua fertile carriera universitaria. L’importante è comunicare e far sì che il messaggio trasmesso non si disperda ma produca frutti, cioè quella dialettica necessaria ad una società per progredire. Per lui, così addentro alle tematiche del linguaggio (vedi “Versus”, quaderni di studi semiotici fondati nel 1971 e che dirigerà fino alla morte), è fondamentale far coincidere i due estremi, ovvero il “significante” ed il “significato”, come insegna la semiologia.

  L’uno è il mezzo con cui veicoliamo la parola, l’altro il concetto che esprime questa parola ed entrambi acquistano un senso in rapporto alla nostra capacità di interpretazione. Ma siccome questa varia da soggetto a soggetto, è opportuno lavorare sui due aspetti, limarli quanto basta per renderli perfettamente sincronici e, quindi, comprensibili. Cosa che Eco ha sempre cercato di fare, da attento testimone del suo tempo, di questa società che diventa sempre più liquida, dove i “social” possono sì aiutare nel confronto dialettico ma possono anche provocare maggior dispersione (come dichiarò in un convegno). E tuttavia bisogna continuare, magari sperimentando nuove forme espressive, nuove dinamiche culturali perché la cultura è Conoscenza. E questo è fondamentale, soprattutto in una paese come il nostro dove, secondo le statistiche, nel 2015 il 60% degli italiani non ha sfogliato una sola pagina di libro.

  Umberto Eco ci indica una via da seguire. Nel nome di una rosa che, se ci impegniamo tutti, scavando nella nostra Storia e attingendo alla Bellezza che, nonostante scempi ed incuria, pure ci circonda, forse sboccerà…

3 Commentia“Addio Umberto e grazie.”

  1. giusy Criscione // 21 febbraio 2016 a 12:19 // Rispondi

    Concordo con quanto scritto da Antonio, e voglio sottolineare l’interesse che suscitò a Parigi il suo “nome della Rosa”. Ho avuto la fortuna di seguire le lezioni del grande Le Goff e devo dire che l’interesse per Eco da parte dei francesi non è stato soltanto per il suo romanzo ma per tutti i suoi scritti e credo che fu stimato forse ancora più all’estero che in Italia.La sua curiosità intellettuale, la sua cultura e il suo desiderio di comprendere la contemporaneità ne fanno uno studioso ed intellettuale a tutto tondo, in via di estinzione!

  2. antonio mazza // 23 febbraio 2016 a 20:35 // Rispondi

    L’hai detto Giusy, una razza in via di estinzione in un paese che rischia culturalmente di spegnersi. Ma parliamo di Le Goff. Io lo intervistai per un quotidiano romano e mi stupì quando gli chiesi se reputava più spirituale il medioevo o la nostra epoca. “La notre”, rispose senza pensarci più di tanto, ma erano gli anni ’80, quando ancora si respirava un’aria respirabile, appunto. Mi domando cosa Le Goff direbbe ora, in questa società così “liquida” che più liquida non si può. E dove la spiritualità sta diventando una merce rara, per chi ancora crede che esiste altro che non sia lo smartphone di ultima generazione…

  3. E’ morto Umberto Eco? Vi sbagliate. Come tutti i grandi è immortale. Il suo corpo fisico non c’è più, ma questo non vuol dire nulla. Resterà per sempre con noi e con chi verrà dopo di noi. Sono forse morti Manzoni, Satre, Pasolini, Hemingway?

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