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Arte e amore

Mario Mafai: "Ritratto di Antonietta nello studio di scultura" (1934).

Mario Mafai: “Ritratto di Antonietta nello studio di scultura” (1934).

                                                         Arte e Amore

di Antonio Mazza

  Lui e lei, entrambi artisti, si incontrano, si amano e nasce un rapporto caldo di vita, dove il sentimento viene esaltato dalla pulsione artistica e viceversa, in un inebriante gioco di rimandi. Ma qui è anche la sua contraddizione, una magari inconscia gelosia per l’altro, soprattutto se si opera nello stesso campo, che può gradualmente inficiare il rapporto. Aggiungiamo pure che l’arte è sinonimo di libertà e allora spesso si naviga sul crinale, per così dire, ovvero un dare-avere denso quanto ricco di complicazioni. Esempi ce ne sono tanti, da Chopin e George  Sand a Sartre e Simon de Beauvoir, e la bella mostra a Villa Torlonia, Casino dei Principi, “Mario Mafai e Antonietta Raphael. Un’altra forma di amore”, fornisce un nuovo spunto di riflessione. La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è ideata dal Centro Studi Mafai Raphael e curata da Valerio Rivosecchi e Serena De Dominicis, con l’organizzazione e i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Antonietta Raphael: "Autoritratto" (1928)

Antonietta Raphael: “Autoritratto” (1928)

Mario Mafai: "Autoritratto" (1928).

Mario Mafai: “Autoritratto” (1928).

  E qui entriamo subito nella leggenda, la “Scuola di via Cavour”, come la definì Roberto Longhi, che negli anni ’30 portò una ventata nuova nelle arti figurative, legate ai moduli neoclassici del “Ritorno all’ordine” degli anni ’20. Il fulcro è costituito da Mafai, la Raphael e Scipioni ma intorno a questi magnifici tre era un cenacolo di artisti, “tutti poeti e scrittori con cui Scipioni passava le sere a discutere di pittura, ed anche a bere o mangiare spaghetti e poi ce n’andavamo a passeggiare per Roma di notte”, come ricorda Antonietta. Ed eccoli lei e Mario, per tutta la vita legati da un vincolo dove arte e amore appaiono saldamente intrecciati, anche nei momenti di separazione e di assenza. “Ritratto di Antonietta nello studio di scultura” (1934), di Mario Mafai, a figura intera, ma dove più risalta il carattere e la personalità pittorica è negli autoritratti, entrambi del 1928. Da un lato il volto in primo piano di Antonietta, lo sguardo attento e inquieto e una massa compatta di colore che la incornicia e, dall’altro, il volto di Mario, anch’esso in primo piano, ma defilato, con un che di malinconico e sfuggente, l’impasto pittorico dal sapore velatamente espressionista.

Antonietta Raphael: "Veduta dalla terrazza di via Cavour" (1930).

Antonietta Raphael: “Veduta dalla terrazza di via Cavour” (1930).

Mario Mafai: "Strada con casa rossa" (1928).

Mario Mafai: “Strada con casa rossa” (1928).

  Una serie di tele immerge il visitatore nel particolare clima pittorico della Scuola di Via Cavour, la densità del colore, la pennellata sicura, il senso plastico dell’insieme. Ricco e denso nella Raphael (“Ritratto di giovane donna”,1928, “Arco di Settimio Severo”, 1929, “Veduta dalla terrazza di Via Cavour”, 1930), più morbido e solcato da una vena intimista in Mafai (“Strada con casa rossa”, 1928, “Veduta di Roma dal Gianicolo”, 1929, “Tramonto sul Lungotevere”, 1929),  di cromatica violenza in Scipione (“Adamo ed Eva”, 1929). E la Raphael è protagonista della seconda sezione della mostra, il rapporto tra “femminile, maternità/creazione e fuga”. Il tema della madre, molto sentito da Antonietta, che attinge alle sue radici, la cultura ebraica di lei figlia di rabbino fuggita dalla Lituania per questioni razziali (cultura che ha un’impostazione matrilineare). Ed emerge dalle sculture (vedi “Genesi n.1, 1946, bronzo), dove le forme spesso si fondono in una sorta di simbiosi generante-generato, come in “Maternità” (1961), gesso patinato, e “Angoscia n.2” (1936-63), in pietra porfirica, esposto per la prima volta, o si rapprendono in pose dove aleggia il mito o la suggestione biblica (“Niobe”, 1939, bronzo, “La fuga n.2” (particolare), 1947-59, bronzo). Ma anche la semplice contemplazione che racchiude la maternità in sé, come in “Miriam che dorme” (1933-58), uno splendido volto in porfido, o in “Ritratto di Giulia” (1936), gesso dipinto. La radice ebraica s’impone più avanti, nella sezione “Un viaggio nell’identità e oltre”, con due magnifiche tele, il corale “Yom Kippur nella sinagoga” (1932) e il più delicato “Mia madre benedice le candele” (1932). E poi altre tele che sono un trionfo di colori, “Il quarto giorno della creazione” (1963), “Il trionfo di Giuditta” (1960-61), “Lamentazione di Giobbe” (1967) e sculture, “Re David che piange la morte di suo figlio Absalom” (1947-69), bronzo, e “Salomè” (1969), gesso patinato.

La ricerca  plastica di Antonietta la porta ad usare materiali diversi. In primo piano "Maternità" (1961), gesso patinato, dietro "Missione segreta" (1965),in palissandro, e, di spalle, "Genesi n.1" (1946), bronzo. Sullo sfondo "Donna che si pettina" (1948-58). legno di noce, e, alla parete, "La pettinatrice" (1968), olio.

La ricerca plastica di Antonietta la porta ad usare materiali diversi. In primo piano “Maternità” (1961), gesso patinato, dietro “Missione segreta” (1965),in palissandro, e, di spalle, “Genesi n.1″ (1946), bronzo. Sullo sfondo “Donna che si pettina” (1948-58). legno di noce, e, alla parete, “La pettinatrice” (1968), olio.

  Ma torniamo indietro, alla sezione “Intermezzo musicale”, ovvero  il filo rosso che comunque univa Antonietta e Mario, pur nel continuo prendersi-e-lasciarsi, opere emblematiche perché coinvolgono anche le figlie (Simona, Giulia e Miriam). “Lezioni di piano” (1934), di Mario Mafai, “Simona bambina che canta” (1942) e “Miriam con la chitarra” (1929), di Antonietta, ed anche “Natura morta con chitarra” (1928) di Antonietta, e “Fiori secchi e spartito della Traviata” (1936) di Mario. Sono due personalità pittoriche diverse, come ben risalta nella sezione “Una silenziosa sfida”, dove la vena esuberante e sanguigna di Antonietta (“indiavolata signorina”, così era definita) sembra sovrastare quella più morbida di Mario. Si confrontino, ad esempio, “La gardenia allo specchio” (1930) e “Ragazza col galletto” (1952) con “Donne che si pettinano” (1931) e “Natura morta con maschera” (1945). “Sembra”, dicevo, perché in realtà, pur in apparenza divergenti, hanno un tratto in comune, quell’energia vitale che crea un flusso continuo fra i due, nell’arte come nella vita (in mostra, insieme a documenti e foto, frammenti dell’epistolario che, quando erano lontani, si scambiavano fra loro).

Antonietta Raphael: "Ritratto del pittore Mafai" (Mafai con i pennelli), 1943, bronzo. .

Antonietta Raphael: “Ritratto del pittore Mafai” (Mafai con i pennelli), 1943, bronzo. .

In primo piano "Simona bambina che canta" (1942), bronzo di Antonietta Raphael. In parete "Natura morta con maschera" (1945), di Mario M mafai.

In primo piano “Simona bambina che canta” (1942), bronzo di Antonietta Raphael. In parete “Natura morta con maschera” (1945), di Mario M
mafai.

  La tenerezza che si avverte in “Ritratto del pittore Mafai” (Mafai con i pennelli, 1943),  di Antonietta è la stessa che si riscontra nel “Ritratto di Antonietta nello studio di scultura” (1934) ad ingresso mostra. Quasi un canto e controcanto che si definisce in pieno nelle ultime due sezioni, “Metamorfosi” e “Un viaggio nell’identità e oltre”, due percorsi paralleli dove ognuno matura la sua personale ricerca. Così Mario passa dai toni lievi e quasi vellutati dei ritratti delle figlie (qui Miriam e Simona, 1932) e della sua Roma in fase di transizione (“Demolizioni in via Ripetta”, 1938, “Demolizione dei Borghi”, 1939) a un timbro più acceso, dall’accento espressionista (“Fantasia” (Corteo), 1942, “Mercato”, 1949), fino ad approdare all’informale e all’astratto ( “Paesaggio romano”, 1952, “Mercato con pomodori e peperoncini”, 1957, “Cancellare la memoria”, 1959, “Civiltà delle macchine” (Condanna), 1960, dove la forma composita, un nodo di corde che affiora in un impasto di colori, la cosiddetta “combine paintings”, è il culmine di una ricerca voluta per andare oltre il figurativo (“una dimensione nuova, un linguaggio a me necessario”, scrive Mario nei suoi appunti). “Metamorfosi”, appunto.

Mario Mafai: "Nudo" (1940).

Mario Mafai: “Nudo” (1940).

  Di Antonietta e del suo “Viaggio nell’identità e oltre” ho accennato più sopra, ma qui bisogna aggiungere tutto il colorito apporto della sua vita nomade, i viaggi in Europa e in Asia, Cina, cioè forme e colori che arricchiranno la sua già corposa esperienza pittorica. Se già nel 1929 Roberto Longhi definiva la sua arte “eccentrica e anarcoide” ancora più folle appariva trent’anni dopo. Oltre ai già citati quadri di soggetto biblico, dove il colore è insieme bisbiglio (la cerimonia dello Yom Kippur e la madre benedicente) e urlo (Giuditta), irrompono le suggestioni cromatiche siciliane (“Cattedrale di Messina”, 1968), ispaniche (“Alhambra”, 1958, “Piccolo sabba spagnolo”, 1958), cinesi (“Pechino, vallata, 1956, e da citare anche le sculture: “Donna cinese con bambino”, 1956, e “Ritratto del ministro della cultura cinese”, 1956, entrambi gessi). Puro divertissement quanto sfrenata festa di colori è “I bambini si mascherano da grandi” (1965) e notevole risulta, per la sua felice combinazione di esotismo ed erotismo, “La pettinatrice” (1968). Infine “Mario nello studio” (Omaggio a Mafai), 1965-66, nel ricordo dell’amico, compagno d’arte e amante scomparso nel 1965. Un’opera complessa, ricca di allusioni, dai colori vividi, che esalta e suggella un comune cammino di arte e di vita.

Antonietta Raphael: "Mario nello studio" (omaggio a Mafai), 1965-66.

Antonietta Raphael: “Mario nello studio” (omaggio a Mafai), 1965-66.

  Antonietta manca a Roma  nel 1975 e la mostra ne celebra i cinquanta anni dalla scomparsa così come i sessanta per Mario. Un omaggio a due grandi protagonisti dell’arte figurativa del nostro ‘900, nonché di quella breve ma entusiasmante stagione che fu la mitica Scuola di via Cavour.

Antonietta Raphael: "Miriam che dorme" (1933-58), porfido.

Antonietta Raphael: “Miriam che dorme” (1933-58), porfido.

“Mario Mafai e Antonietta Raphael. Un’altra forma di amore” al Casino dei Principi, Villa Torlonia, fino al 2 novembre. Da martedì a domenica h.9-19, biglietto euro 5 residenti e 4 ridotto, 8 non residenti e 5 ridotto. Euro 14 cumulativo per i musei della Villa, 12 ridotto (17 non residenti, 13 ridotto). Gratuito con la MIC Card. Per informazioni www.museivillatorlonia.it e www.zetema.it . Degno di nota il bel catalogo di De Luca Editori d’Arte a cura di Valerio Rivosecchi e Serena De Dominicis.

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