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Avevo solo le mie tasche.

di Fabrizio Bianchi.

Un diario, un grido  di aiuto, un disperato lamento di solitudine  racchiuso nello sguardo di un tenero bambinoassordante sfortunato. Rimasto orfano di entrambi i genitori  venne abbandonato sul ciglio della disperazione da quell’unica sorella che avrebbe dovuto amarlo.

 Alberto Paolini racconta nelle pagine di questo libro l’orribile esperienza della sua vita, crescendo fra i banchi del collegio e poi nel martirio del Santa Maria Della Pietà sino alla insperata accoglienza nella casa famiglia di Ottavio.

Il lettore si appresta a ricevere un assaggio dell’opera leggendo la prefazione a mo’ di “tema” scolastico, risalente al 30 luglio 1976, in cui l’allora giovanissimo scrittore descrive la situazione in cui si trovava la sua famiglia.

“La mia famiglia era composta da mio padre, mia madre e da una sorella più grande di me. Eravamo una famiglia povera. Mio padre faceva il portiere del palazzo e, per arrotondare lo stipendio, aveva messo, nella guardiola, un deschetto nel quale riparava le scarpe del vicinato. Mia madre lavorava a mezzo servizio in casa del padrone del palazzo, un ricco signore che aveva la moglie inferma”.

Sin da piccino aveva ricevuto un’educazione severa e alquanto violenta da parte dei  genitori, soprattutto da suo padre che lo chiudeva dentro casa vietandogli di uscire. Le sue giornate le vedeva passare nella più assoluta solitudine. A undici anni Alberto perse i genitori, entrambi morti improvvisamente e, non avendo più nessuno che potesse prendersi cura di lui, venne mandato ad apprendere i mestieri manuali nel collegio dai preti salesiani.

Alberto era un bambino silenzioso, chiuso e così spaesato che all’improvviso si era trovato da solo e senza nessuno con cui condividere un po’ di voglia di sognare. Questo suo silenzio venne mal interpretato dagli insegnanti, i quali “ avevano riscontrato che io avevo dei problemi perché ero molto taciturno, non parlavo, ero poco allegro”, senza interloquire direttamente col ragazzo e senza tentare un approccio affettivo tale da renderlo più capace di favoleggiare del suo silenzio. Niente di tutto ciò è avvenuto. L’ignoranza, uno dei mali della natura umana e non di rado della classe dirigenziale degli educatori, decise perciò di rinchiudere il bambino nel Padiglione XC della clinica neuropsichiatrica Santa Maria della Pietà. A quei tempi l’orfanotrofio “abbandonava” i ragazzi all’età di dodici anni lasciandoli sprovveduti di qualsiasi bene primario, impreparati a sopravvivere senza aiuto in una società vigliacca.

I Manicomi erano luoghi inumani dove venivano rinchiusi normalmente persone con problemi di sanità mentale, ma a volte venivano anche segregati in quelle stanze individui che erano emarginati dal resto della comunità umana. Non bisogna dimenticare che, all’epoca, queste malattie mentali venivano spesso esorcizzate con riti religiosi attuati da preti convinti che fossero un male demoniaco, soprattutto l’epilessia. Gli infermieri non avevano tanto riguardo nei confronti dei pazienti, erano bruschi nei modi e utilizzavano qualsiasi mezzo a loro disposizione per calmare il disordine schizofrenico, inoltre “Occorre spiegare che in quel periodo, era il 1948, c’era tra gli psichiatri una grande euforia. Era stato ideato da poco tempo, ad opera del Professor Cerletti, un nuovo metodo di cura per le malattie mentali, basato sull’applicazione di una serie di scariche elettriche in rapida successione, attraverso la testa del paziente” conosciuto col nome di Elettroshock (E.S.T). L’elettroshock era lo strumento adatto per calmare gli infermi? La carica elettrica dell’elettroshock aveva una forza che andava dai 50 fino ai 450 volt d’elettricità e gli effetti collaterali erano distruttivi e potevano anche essere letali.

A questo punto l’autore attraverso parole molto forti descrive in maniera cruda ciò che lui ha vissuto sulla propria pelle. “Sembrava non si accorgessero nemmeno di avere tra le mani un essere umano spaventato” e la paura della morte echeggiava nel silenzio della stanza e le risa degli infermieri avevano un che di diabolico. Una situazione estrema, da film horror, con i medici nella parte dei “cattivi” e, comunque, di persone che esercitavano il loro potere assoluto.

“Mi hanno allora riafferrato quasi di peso e fatto distendere sul letto, tenendomi fermo perché mi divincolavo. Mi sono messo allora a piangere e a invocare la Mamma, pur sapendo che nessuno poteva venire a soccorrermi. Pensavo, forse, che così facendo si sarebbero impietositi. Ma ci voleva altro!”

Il momento del risveglio verrà in seguito descritto come un momento di pura confusione, vuoto di memoria totale, mancanza di parola e di movimento. Per un determinato di tempo, variabile, lo scrittore racconta di sé in stato vegetativo, di morente ad occhi aperti. Le giornate trascorrevano tutte allo stesso modo, uguali, con il paziente imprigionato nella stanza senza far nulla. Il padiglione XC era l’inferno in terra per queste persone.

Il 1968 è l’anno delle manifestazioni giovanili per rivendicare i diritti sociali dei malati di mente e la loro possibilità di uscire dai singoli reparti fornendogli l’opportunità di visitare Roma. “Dicevano che il Santa Maria della Pietà era un’istituzione totale e che queste istituzioni non dovevano più esistere”. Vennero persino organizzati corsi di studio per educare i pazienti alla lettura, alla scrittura e alla comprensione. Questo incubo per Alberto Paolini terminò nel 1990, quando abbandonò per sempre l’istituto per andare a vivere un’esistenza più felice nella casa famiglia di Ottavio a Roma dove tuttora si trova.

Il libro è scritto in un linguaggio semplice, a volte  poco curato e a volte non del tutto scorrevole. Vengono utilizzati termini molto forti, crudi, impietosi nel descrivere le sofferenze di un bambino che in realtà aveva bisogno di compagnia, dell’abbraccio di una persona della quale fidarsi. L’importante era non perdere la speranza di ritrovare la gioia di vivere e la voglia di fantasticare sul futuro senza aver paura del presente. Le immagini sono ben messe a fuoco dallo scrittore grazie alla fora emotiva delle parole. C’è una tristezza profonda dovuta all’incomprensione in questo diario personale che offre spunti per riflettere al lettore e, nel contempo, è come tentasse di ricevere un abbraccio materno che da tempo non riceve. Nella seconda parte dedicata alle poesie e ai racconti il tema principale per Paolini è sempre la ricerca dell’amore materno, della speranza di trovare un amico con cui confidarsi:  un alleato fidato con il quale condividere momenti di candida innocenza, una spalla su cui piangere nei momenti di maggiore sconforto, rincuorandolo grazie all’affetto che li lega.

drfr

Avevo solo le mie tasche, Alberto Paolini, Sensibili Alle Foglie 2016,

144 pagine euro 15,00

1 Commentoa“Avevo solo le mie tasche.”

  1. David Hernández // 20 aprile 2020 a 1:59 // Rispondi

    He leído con placer este relato, me complace mucho la forma en cómo está escrito. Pude volar con cada palabra.

    Un abrazo al autor.

    David – Colombia

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