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“Dalla torre di giada salgono in cielo/ i suoni dei flauti, i canti”. E’ un verso di una poesia del periodo Tang, “Canto di palazzo”, di Ku K’uang, che ben si addice alla fascinosa mostra in corso a Palazzo Venezia, “Capolavori dell’antica porcellana cinese dal Museo di Shanghai”. Settantaquattro pezzi di magnifica fattura che, oltre al loro valore intrinseco, come artigianato di qualità, nonché documento di costumi e abitudini delle classi medio alte e della corte imperiale, hanno soprattutto una valenza culturale. Sono ulteriori, preziosi frammenti del Celeste Impero che si aggiungono agli altri già presentati a Palazzo Venezia in base agli accordi di reciprocità culturale fra Cina e Italia (“La Cina arcaica”, “Le leggendarie tombe di Mawangdui”, “I tesori della Cina Imperiale”).
Né manca, ovviamente, l’aspetto rituale, come lo scettro ruyi, simbolo di fortuna, benessere e felicità, o i cinque vasi sacrificali di accesa policromia. Taluni lavori denotano influssi occidentali (d’altronde basta vedere le date, durante il lungo periodo della dinastia Qing oltre ai gesuiti vi furono varie missioni europee) ed altri invece colpiscono per la loro modernità. Fluttuano aromi liberty, decò e linee razionaliste (alcuni oggetti sembrano realizzati da Giò Ponti), ma la bellezza dell’insieme è completata dalle stampe che costellano il percorso espositivo, anch’esse di finissima fattura. E il risultato finale è quanto mai godibile, non solo esteticamente ma come fatto culturale in sé, la conoscenza di un mondo e la sua storia millenaria.Copyright © 2026 | Theme by La Voce di Tutti



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