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Carlo Saraceni, veneziano a Roma

 Nell’Urbe cinquecentesca le arti, grazie al mecenatismo pubblico e privato ma, soprattutto, grazie all’azione illuminata di papi quali Giulio II, Paolo III, Sisto V, Clemente VIII, conobbero un periodo di  assoluto splendore. Malgrado la dolorosa ferita del Sacco del 1527 la Rinascenza romana maturò frutti preziosi in ogni campo, architettura, scultura, pittura, musica, senza dimenticare le scienze (in particolare la medicina). Michelangelo, Raffaello, Palestrina, solo per citare qualche nome illustre, la cui fama va ben oltre i confini della Città Eterna che assurge a fascinoso richiamo per gli artisti di tutta Europa. Dai fiamminghi ai pittori della “nazione” veneta, Lorenzo Lotto, Sebastiano del Piombo (ai quali sono state di recente dedicate due bellissime mostre) e, sul finire del secolo, Carlo Saraceni, ora rivisitato a Palazzo Venezia.

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  “Giovanetto venne a Roma con honesto natale” scrive di lui un suo contemporaneo e Carlo, che già sapeva ben usare il pennello, con nel Dna tutto lo sfarzo del colorismo veneziano che proprio nel ‘500 era nel suo pieno rigoglio (Carpaccio, Bellini, Giorgione, Tiziano, Tintoretto, Veronese), Carlo, dicevo, si fa notare subito. E’ in preparazione il grande Giubileo del 1600, voluto da Clemente VIII Aldobrandini, papa di severa tempra controriformistica, e lui realizza una “Madonna di Loreto” (in mostra) di geometrica bellezza (il culto lauretano, di origine medioevale, fu ufficializzato da Sisto IV con l’edificazione della Santa Casa di Loreto). Quest’ottimo inizio gli spalanca le porte della committenza, sia privati che congregazioni religiose, ed ecco un “Transito della Vergine” che sostituisce l’analogo soggetto caravaggesco ritenuto non conforme ai canoni teologici.

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  Impossibile, nella Roma di quegli anni, non confrontarsi col genio del Merisi e non restarne influenzati, il naturalismo della sua pittura, la tensione luministica, il gioco chiaroscurale. Merisi e quelli che muovono nella sua orbita, Orazio Borgianni, Bartolomeo Manfredi, Orazio e Artemisia Gentileschi (ma la rivoluzione pittorica operata dal lombardo interesserà l’Italia intera: vedi la Scuola Napoletana). Saraceni assorbe, come gli altri, e tuttavia ha un linguaggio che, pur con tratti comuni, mostra una sua autonomia, nei moduli narrativi, molto morbidi, e nel contrasto di luci, mai violento. C’è in opere come, ad esempio, ”Riposo nella fuga in Egitto”, “Madonna col Bambino e Sant’Anna”, “Annunciazione” un che di intimo, quasi domestico, soprattutto nei particolari. Un tocco morbido, delicato, che si ritrova nelle grandi pale d’altare celebranti martiri della chiesa.

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Nel caso di Sant’Eugenio, Sant’Agapito, Sant’Erasmo e San Lamberto, malgrado qualche dettaglio un po’ forte tutto appare controllato e vieppiù si nota in “Giuditta e la fantesca” e “Giuditta con la testa di Oloferne”, questa ben lontana dalla tragicità caravaggesca (o della Gentileschi). Anche nella gestualità Saraceni si distingue, talvolta ricalcando gli schemi agiografico-teatrali propri della pittura sacra cinquecentesca ma senza restarne coinvolto, in perfetto equilibrio fra aulico e realistico. Sa come distribuire le figure nello spazio, nel contempo fissandole in una sorta di contrappunto di luce-colore che le fa risaltare con forza ma, sempre, in modo “soft”, per così dire (“Gesù tra i dottori”, “Ostensione del Sacro Chiodo con San Carlo Borromeo”, “San Benno recupera le chiavi della città di Meissen”). E qui anzi riesce a sorprendere per l’atipicità di certe rappresentazioni, come nella “Negazione di San Pietro”, dove la popolana e l’apostolo discutono animatamente, e l’ “Estasi di San Francesco”, non quella classica, tipo dardo che trafigge, bensì una cameretta in disordine con due frati, uno distratto che legge e l’altro, Francesco, che accoglie con devozione un angelo musicante. Quadro splendido per il suo non conformismo e la sua semplicità davvero francescana.

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  Costante è l’equilibrio tra forma e colore , l’una che talora dilata fino ad empire lo spazio (“Ebbrezza di Noè”), l’altra che riverbera i toni della grande pittura veneta (“Il ritrovamento di Mosè”). E, naturalmente, la luce che bagna persone e cose, magari dosata in modo quasi scenografico, come nella “Adorazione dei pastori”, dove riveste un significato simbolico, e nello sconvolgente “Diluvio universale”, con chiari echi fiamminghi. E qui non si può non parlare del paesaggio nella pittura di Saraceni, sfondi quasi preromantici per la loro vena di poetica malinconia, molto nordica, che richiama le atmosfere sognanti di Adam Elsheimer, un grande da riscoprire.

  Membro influente dell’Accademia di San Luca, con una bottega avviata, allievi di valore (come Jean Le Clerc: vedi “Concerto notturno”) e molto richiesto dalla committenza Carlo Saraceni è ormai una personalità di spicco del mondo artistico romano (fra l’altro partecipa alla decorazione ad affresco del fregio della Sala Regia al Quirinale). Specializzato nel genere sacro ma efficace anche nel profano, come traspare dal trittico di Icaro, “Andromeda incatenata”o “Venere e Marte”, capolavoro di morbida sensualità ma anche, per la dovizia di particolari ed i rimandi pittorici connessi, quasi un manifesto programmatico, dacché risale ai primi anni del suo soggiorno romano. L’inizio di una brillante carriera artistica nella città dei papi.

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“Carlo Saraceni – Un Veneziano tra Roma e l’Europa” a Palazzo Venezia fino al 2 marzo 2014. Martedì domenica h.9-19, chiuso il lunedì.

Biglietto 10 euro intero, 7 ridotto (nel prezzo è compresa la visita del Museo).

Per informazioni 06.69994218   sspsae-rm.uffstampa@beniculturali.it e www.civita.it

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