|
|
Carmelo saliva. Per via Etnea. Doveva percorrerla fino alla estremità superiore. Era il primo pomeriggio di un giorno feriale e aveva un appuntamento al quale teneva molto. Era stato invitato ad un esperimento che stava facendo epoca presso una cerchia di studenti. Ma non tutti erano convinti, compreso il suddetto giovane, raziocinante, scettico e seguace dell’empirismo di un noto santo che – secondo una vulgata approssimativa e poco rispettosa– “se non vedeva non credeva”.Copyright © 2026 | Theme by La Voce di Tutti



Salutiamo!
Il “salutiamo” espresso al plurale veniva, e forse avviene, indirizzato non necessariamente a due o più destinatari ma anche in un incontro di persona singola.
Il plurale dà solennità al saluto, ma tra amici è particolarmente esilarante nella sua seriosità, eppure è ancora molto diffuso.
Di cavolate su cinquecento scassate ne abbiamo fatto tutti, ma quella fatta al tempo delle olimpiadi di Roma, la sera di Berruti, non la dimenticherò mai.
Lungo il muro del cimitero ci eravamo appartati in cinque per un incontro con una signora di strada. Il servizio si svolgeva ordinatamente, uno alla volta e gli altri a debita distanza. Il terzo si accingeva a prendere il posto del secondo ma qualcosa si inceppò nei cambi. La signora era scesa dalla macchina per qualche urgenza e Pepè si attardò per sistemarsi. Era buio e quando Ciccio entrò nell’abitacolo anzichè la fanciulla, allungò le mani su Pepè.
Apriti cielo!
Lascio immaginare il parapiglia, ma la serata finì a caNNOLI, OSPITE D’ONORE LA SIGNORA della nostra serata particolare.
Lo sballo di noi ragazzi di quell’epoca era “andare a puttane”, pur avendo tanta di ragazza alla quale si voleva un gran bene.
Ma come si poteva non andarci? Era un rito, un sacramento laico, ma bisognava andarci per non perdere la faccia con gli amici.
Ricordo Nicolino quella sera che andò in bianco a causa di una febbre da cavallo che lo divorava. Non si tirò indietro e quando arrivò il suo turno entrò lesto lesto nella cinquecento di Pippo, ma le cose andarono maluccio.
Come lo abbiamo saputo?
Ha cantato Bastianella, naturalmente: “nenti fici!” ed il povero Nicolino fu sputtanato.
Poi si rifece alla grande, naturalmente, ma astianella l’avrebbe ammazzata.
Sono originario di Marsala, ma ho fatto l’università a Catania perchè lì c’era una mia zia che mi ospitava e mi accudiva amorevolmente.
Mi riconosco in queste avventure raccontate da Federico Romeo e credo si riconoscano tutti quelli della nostra generazione. Di casini ne facevamo a bizzeffe, ma credo di poter dire che nel fondo di ciascuno di noi c’ea una pulizia ed una sorta di innocenza che negli anni è andata svanendo, complkice il benessere del boom economico degli anni Sessanta e di tutto ciò che ne è seguito.
Ma a Catania tutti salgono e scendono da qualche parte?
Naturalmente è solo una battuta che fotografa un momento dell’azione dei vari protagonisti e devo dire che è davvero efficace, almeno nella mia valutazione, perchè rappresenta un flash sullo stato d’animo di quel momento del protagonista dell’azione che sta per svolgersi.
Mi sto divertendo un mondo a leggere questi quadretti tanto cari a mio marito che è siciliano di Enna e si riconosce in quei ragazzi e in quell’ambiente.