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Il mito di Circe, la maga più antica della letteratura, è estremamente affascinante perché incarna la malia della seduzione e allo stesso tempo la malvagità della strega. Racconta Omero nel libro X dell’Odissea che Ulisse approdò un giorno sull’isola Eèa “dove Circe, diva terribile, dal crespo crine e dal dolce canto, avea soggiorno”. Era costei una semidea che trasformava gli stranieri che arrivavano nel suo palazzo in animali. Cosa che puntualmente accadde ai compagni di Ulisse che vennero tramutati in maiali. La stessa cosa sarebbe accaduta all’eroe omerico, se egli non avesse ricevuto da Ermes l’erba moly che lo avrebbe reso immune dalla pozione magica di Circe. Ma non dalla sua seduzione amorosa, anche se poi, trascorso un anno, egli sentì impellente il desiderio di tornare in patria e riprese il suo viaggio avventuroso.
Una conferenza tenuta il 28 aprile 2016 da Diego Ronchi nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, intitolata “Circe. Archeologia di un mito”, ha fatto il punto sui ritrovamenti archeologici nel Circeo e in particolare sulle ricerche che lo studioso porta avanti da diversi anni e che saranno oggetto di una prossima pubblicazione. Tradizionalmente viene attribuito a Circe il santuario presso il picco occidentale del promontorio, in un’area sottoposta negli ultimi decenni a un forte degrado ambientale e dove è stata rinvenuta nel 1930 una grande testa femminile in marmo (I secolo a.C.), identificata con Circe per la presenza di fori che avrebbero potuto alloggiare i perni di una corona a sette raggi (per via della discendenza di Circe dal Sole). Questa testa, conservata nel Museo Nazionale Romano, potrebbe essere più probabilmente riferita a Venere, raffigurata spesso con un diadema in testa (al quale i fori per la loro posizione potevano benissimo fare da sostegno), sia per il confronto con altre teste della dea, sia per la verosimile presenza di un Afrodision nel Circeo, dove il mirto, pianta sacra a Venere, è decisamente di casa. Il c.d. Tempio di Circe sarebbe, quindi, quello di Venere. Come ha detto Ronchi, “la presenza in epoca tardo–repubblicana di un culto dedicato a Venere al Circeo è molto probabile, se non certa, considerando che in un’iscrizione il Promontorio viene definito proprio Promonturium Veneris”.
Ma, stando così le cose, viene spontaneo chiedersi dove potrebbe essere localizzato il santuario di Circe, di cui parla espressamente il geografo Strabone, che nel Circeo attesta il suo culto e quello di Atena/Minerva (dea venerata forse in un santuario presso il Colle Monticchio, nei pressi di S. Felice Circeo). Ronchi, dopo un importante intervento di documentazione planivolumetrica da lui diretto, identifica nella Villa dei Quattro Venti il probabile luogo di culto di Circe che, come altri santuari ellenistici, era costruito a terrazze. Questo sito archeologico si trova a ridosso del centro storico di San Felice Circeo, sulla propaggine sud-orientale del promontorio. Le indagini lì effettuate hanno permesso di ricostruire l’aspetto dell’area in 3D e di ottenere interessanti risultati: sono state scoperte, infatti, tracce di molte strutture sotto i resti del complesso, chiamato anche Villa di Marco Emilio Lepido perché si riteneva che in questa maestosa residenza d’epoca sillana il triumviro avesse trascorso gli ultimi anni di vita fino alla morte (13 a.C.). Tra le strutture rinvenute nel corso della ricerca, vi sono resti che fanno pensare a un luogo di culto, precedente alla fase dell’edificio ancora oggi visibile. La presenza del tempio, in particolare, sarebbe stata avvalorata da un’iscrizione votiva venuta alla luce durante i rilievi.Copyright © 2025 | Theme by La Voce di Tutti



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