Città di verzura
Città di verzura
di Antonio Mazza
“Otium cum dignitate” scriveva Cicerone nel “De oratore” a proposito delle ville suburbane, situate fuori città, dove la nobiltà romana poteva trascorrere un tempo libero dalle normali occupazioni quotidiane. “Otium”, appunto, immersi nel verde, magari abbellito da marmi preziosi, statue, giochi d’acqua, come Villa Adriana, la più celebre e la meglio conservata, ma anche altre delle quali restano solo ruderi, come la maestosa Villa dei Quintili o la Villa di Orazio. Un periodo aureo, di splendore, poi con la caduta dell’impero l’oblio, solo rovine e silenzio nella campagna romana e ancora desolazione all’interno delle mura urbiche, dopo le irruzioni di Goti e Vandali. E questo clima precario, di una città cosparsa di reliquie del suo grandioso passato, dove violenza e miseria erano la costante, si protrasse per tutto il medioevo. Infine la resurrezione, il ritorno dei papi da Avignone è la scintilla, l’Umanesimo quale proemio al Rinascimento, il risveglio della Bellezza sopita.
Il concetto di costruire circondati dalla natura, ispirandosi al modello della villa romana, dove la “verzura” suggeriva nuovi e più genuini ritmi di vita, s’impone nel XVI secolo, in un fortunato connubio di elementi naturali e creazioni d’arte. Nel tempo sarà un continuo arricchimento, come testimonia la mostra in corso a Palazzo Braschi, “Ville e giardini di Roma: una corona di delizie”, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, a cura di Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani, Sandro Santolini, con il supporto di un comitato scientifico internazionale composto da Vincenzo Cazzato, Barbara Jatta, Sabine Frommel, Denis Ribouillault e Claudio Strinati. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura con il contributo di Euphorbia Srl cultura del paesaggio.
Si entra subito in tema con una mappa interattiva che riporta ville e giardini esistenti e quelli scomparsi, sia all’interno che all’esterno della città di Roma. Un patrimonio immenso, in parte perduto, la cui origine è soprattutto nel recupero di Horti e Vigne che caratterizzano il territorio urbano sino al 1870. La committenza per queste opere che avrebbero abbellito il tessuto cittadino è affidata a nomi di prestigio, Bramante, Raffaello, Baldassarre Peruzzi, Pirro Ligorio, Loris Ammannati, Domenico Fontana (alcuni progettarono anche in ambito laziale, come il Vignola). Ed ecco una spettacolare “Veduta del Belvedere Vaticano” (1589) di Hendrick III van Cleve, “Nettuno e Tritone nella peschiera di Villa Montalto del cav. Bernini” (1704) di Nicolas Derigny con accanto il bronzo realizzato nel 1622 dallo scultore per la peschiera della Villa (presente anche in una tela di Anonimo, 1770). Venne demolita a fine ‘800, un prezioso spazio verde cancellato alla stregua di altri non meno importanti, come Villa Cesi (“Veduta del giardino Cesi, 1584, di Hendrick III van Cleve, “Pianta del palazzo e del Giardino Cesi in Borgo”, 1681) e di altre delle quali resta solo il toponimo (“Veduta di Villa Patrizi sulla Via Nomentana, 1722, di Adrien Manglard).
“Nei giardini di Roma non è l’arte ad aver superato la natura, ma la natura ad aver superato l’arte”, così Montaigne nel suo giornale di viaggio, ammirato da quell’armoniosa sintesi fra verzura e impianto architettonico. Una sintesi che la passione antiquaria ed il gusto per l’antico già presenti nelle ville romane del XVI secolo le rendono più importanti, anche come affermazione di potere delle varie casate romane. Così “Villa Aldobrandini” (1648) di Matthias Withoos, “Giardino Colonna” di Abraham L.R.Ducros, “Villa Mattei” (1625) di Joseph Heintz il Giovane (da citare “Refezione alla Villa Mattei durante la visita alle Sette Chiese”, 1709, di Anonimo, il percorso di fede istituito da San Filippo Neri), “Veduta del giardino di Villa Albani” (1770) acquerello di Francesco Panini, autore anche di “Giardini del Quirinale con il Caffeaus” (1785), “Veduta di Villa Giustiniani Massimo al Laterano (1885), acquerello di Anonimo Romano.
- Veduta di Castel Sant’Angelo e il vaticano con Villa Altoviti” (1682) di Caspar van Wittel.
Sala dopo sala le immagini pittoriche della mostra narrano l’evoluzione della villa nei secoli, sia come spazi abitabili sia come spazi destinati al verde (preponderante il giardino all’italiana ma compare anche quello all’inglese della scomparsa Villetta Doria). Quello che colpisce osservando la rappresentazione delle ville nel tempo è la simmetria, l’equilibrio quasi plastico fra i vari elementi, verde e pietra, che restituiscono un clima di bellezza, spesso con effetti ampiamente scenografici. E risalta anche il felice inserimento nel contesto urbano, come ad esempio “Il gioco del pallone nel cortile di Palazzo Rospigliosi” (1740) di Adrien Manglard o “Veduta di Roma con Villa Medici” (1663) di Caspar van Wittel. Armonia che si diffonde quale una rugiada benefica, tanto che nelle sue lettere ai familiari Johann Joachim Winckelmann, sovrintendente alle antichità di Roma nel 1764, scriveva “Amico mio, non riesco a descriverti quanto sia bella natura qui! Si passeggia all’ombra di boschetti d’alloro, lungo viali di alti cipressi e archi di aranci”. Un respiro di verde che dona allegria e sollecita al gioco, come in “Il salterello nei pressi della Mostra dell’Acqua Felice (metà XIX secolo) di Françoise Bonnet.
Un’armonia che con lo scorrere del tempo e gli eventi storici in parte sfuma ed è il caso della villa eretta da Pietro da Cortona a Pineta Sacchetti (ci resta un curioso particolare, “La tomba dell’asino Grillo”, 1750, tempera su carta di Hobert Robert) e della Villa del Vascello al Gianicolo distrutta nei drammatici giorni della Repubblica Romana (“Prospetto principale del Vascello Giraud verso la strada”, acquerello fine XVIII secolo di Anonimo e “Il Vascello dopo l’assedio”, 1849, di Antonio Alberghetti). E poi c’è l’intervento umano, purtroppo inevitabile, villa Altoviti sacrificata per erigere i muraglioni del Tevere (“Veduta di Castel Sant’Angelo e del Vaticano con villa Altoviti, 1693, di Caspar van Wittel) o deprecabile in quanto sfregio alla città, la distruzione di Villa Ludovisi Boncompagni che suscitò lo sdegno della cultura romana, D’Annunzio in testa (qui “Abbattimento degli alberi di villa Ludovisi”, 1885, di Guglielmo Mangiarelli).
“Prospetto principale del Vascello Giraud verso la strada” (fine XVIII secolo) acquerello di Anonimo.
Era cominciata una nuova era, cambia il concetto e la natura torna ad essere decorazione, se necessaria, altrimenti si sacrifica ad una logica di speculazione fondiaria o di celebrazione ideologica, come nel caso del giardino di Villa Rivaldi sbancato per aprire via dell’Impero ove il regime celebrava i suoi trionfi. E tuttavia, nonostante varie crepe il tessuto verde che caratterizza l’Urbe permane e talora si creano nuovi spazi per i cittadini che ormai, negli anni, si sono abituati a godere della ”verzura”. Alle ex ville suburbane, Borghese, Doria Pamphili, Ada, Torlonia ed a quelle interne sopravvissute negli anni 20-30 si aggiungono parchi molti dei quali compaiono nei quadri di Carlo Montani. E Roma, pur nel suo quotidiano caos, resta una delle capitali più verdi d’Europa, e questa sua qualità dobbiamo tutelarla perché, come traspare dall’esperienza immersiva che si può fare grazie ad un apparato multimediale, il verde è vita.
“Ville e giardini di Roma: una corona di delizie” a Palazzo Braschi fino al 12 aprile. Da martedì a domenica h.10-19, biglietto solo mostra euro 15 intero 13 ridotto. Per informazioni 060608 e www.museodiroma.it












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