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Cristiani contro

  63c17308377a8e108ac3c8c1d030c1a9Certo un’affermazione del genere lascia decisamente perplessi, pare contenere in sé una clamorosa dicotomia, una contraddizione in termini, ma appena inizi a sfogliare le prime pagine del libro di Giovanni Maritati, il cui titolo è appunto “Cristiani contro”, ti rendi conto che è tutta un’altra cosa. Anzi, proprio l’opposto, perché quel “contro” è in realtà un rafforzativo del “per”, inteso come modo di meglio interpretare e vivere lo spirito cristiano. Ovvero un tornare alle origini e di lì ripartire eliminando tutte le stratificazioni che nel tempo hanno condizionato, spesso falsandolo, il messaggio evangelico. Una ricerca che ha impegnato – e impegna – non solo credenti ma anche atei, perché il verbo cristiano ci coinvolge tutti, la sua centralità essendo l’uomo.

  Scorrendo la Storia ne troviamo di esempi e l’A. ce ne offre un florilegio, poeti scrittori, mistici, ed ognuno reca testimonianza di qualcosa che dia luce e dignità al nostro cammino terreno. In fondo è ciò che predica la Chiesa ma, ed ecco il punto, nel tempo la linfa primigenia, l’annuncio evangelico, risultano spesso come sbiaditi e se per il credente questo significa un rischio di secolarizzazione, per il non credente e magari un po’ mangiapreti ma “in cerca di”, è la nostalgia di una purezza perduta. E di questa e di quello, il “degrado etico” della Curia Romana, parla Iacopone da Todi, le sue invettive contro l’autocrazia di Bonifacio VIII che aveva già soffocato la voce di un giusto (Pietro da Morrone, per breve tempo papa Celestino V). L’amore per la figura di Gesù inteso come polo di giustizia (“Senno me par e cortisia/ impazzir per lo bel Messia”) fa di lui un “cristiano “contro” una fede che ha perso la sua tensione mistica, la follia delle origini dell’avventura cristiana e lo scandalo della croce”, come scrive Maritati.

  Anche Boccaccio nelle sue novelle del “Decameron” stigmatizza le tante contraddizioni di una Chiesa che sembra aver dimenticato la sua missione evangelica divenendo solo un centro di potere. Non solo, perché, nella terza novella, lancia un messaggio ecumenico, di tolleranza fra le tre religioni abramitiche, cosa per quei tempi assolutamente inconcepibile. E tuttavia si può guardare “oltre”, spezzare il cerchio delle convenzioni e dell’abitudine che sembrano invischiare l’intero apparato ecclesiale, magari ricorrendo alla metafora. E qui l’A. propone un’interessante rilettura in chiave religiosa del capolavoro di Ludovico Ariosto, l’ “Orlando furioso”. E in effetti, a ben scrutarlo fra le righe, si avverte una tensione che sconfina nel metafisico (vengono citati alcuni passi illuminanti del poema).

  Un salto di secoli ed un’altra voce insigne, quella di “un cristiano senza cristianesimo ed un credente senza fede”. Giacomo Leopardi, la realtà come illusione, un inganno che però induce nell’anima una nostalgia d’assoluto, come uno sguardo oltre il vuoto cosmico (emblematico in tal senso “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”). Se non si può parlare di religiosità come concreto atto di fede, pure il suo apparente nichilismo cela un messaggio di quella forza e insieme fragilità che sono l’essenza dell’uomo. Dunque un implicito richiamo alle origini del messaggio evangelico che in Alessandro Manzoni diviene quasi perentorio, perché sostenuto dalla sua “pericolosa amicizia” con Antonio Rosmini, il grande filosofo e teologo messo all’indice dal Sant’Uffizio e poi riabilitato dopo il Vaticano II (dal 2007 all’onore degli altari).

  Una Chiesa rinnovata, moderna che, all’epoca, rinunciando al potere temporale poteva così dedicarsi per intero ai suoi doveri pastorali, riaggregando una comunità confusa dagli eventi storici, questo chiedeva Manzoni e per questo si può considerare “contro” una Chiesa incapace di guardare al futuro. Lo stesso si può dire di Antonio Fogazzaro che nel suo romanzo più intenso, “Il Santo”, invoca il superamento di una fede più forma che contenuti, inadeguata ai nuovi tempi, ed anche lui, con il suo modernismo influenzato dal pensiero rosminiano, non incontra molto i favori curiali. E se Fogazzaro usa toni morbidi di contro il Belli di quella magnifica commedia umana in chiave SPQR racchiusa negli oltre 2000 “Sonetti” preferisce l’invettiva. E’ la Roma plebea del “Papa Re” che il grande Gioacchino stigmatizza, la sua vis polemica un po’ picara e un po’ cialtrona (ma assai colorita) rivelando una (non tanto) sotterranea ansia di ricerca di una religiosità genuina, che risponda ai modi ingenui ma sinceri della “pietas” popolare. Se in apparenza Belli sembra un mangiapreti e si esprime quasi da iconoclasta, sbeffeggiando “papa Grigorio” (Gregorio XVI) e tutta la Curia, in realtà è un credente che cerca solo di tornare alle fonti.

  Come Pirandello, che in quel male di vivere che avviluppa come una nebbia i suoi personaggi scorge tuttavia i segni di un qualcosa che rimanda ad una fede originaria, autentica e senza formalismi. E’ la nostalgia colta da Maritati in racconti quali “Il vecchio Dio” e “Sogno di Natale”, nella pièce “Lazzaro” e, ancora più esplicita, nella poesia “Torna, Gesù). Ricerca, sempre, come quella che pervade l’intera opera di Ignazio Silone, un Dio di giustizia per i suoi umiliati e offesi, i suoi “cafoni”, così ben espressa in “Vino e pane”, lo spirito di carità oltre il dogma e che trova il suo momento più alto in “L’avventura d’un povero cristiano”. Il senso del sacro, vissuto drammaticamente anche da un profeta laico dei nostri tempi, Pier Paolo Pasolini, le cui radici friulane erano ben intrise di una fede genuina, come testimonia “La religione del mio tempo”. D’altronde non è necessario essere credenti per avere cognizione del sacro e Maritati cita a ragione Umberto Eco, con il suo medioevo quale metafora di un percorso più interiore, ricordando il suo proficuo scambio epistolare con il cardinale  Carlo Maria Martini (poi raccolto in “In cosa crede chi non crede”?). E, infine, il canto di un “maniaco di Dio”, come si autodefiniva David Maria Turoldo, voce purissima che nel suo intenso percorso poetico poneva al centro gli ultimi, i dimenticati. Anche la sua era una ricerca della originaria vena evangelica, una domanda rivolta al cuore della Chiesa e, di riflesso, a quello dell’uomo, e come tale si configura questo agile e denso volumetto di Gianni Maritati. Una domanda che i nostri giorni inquieti rendono quanto mai attuale.

“Cristiani contro. I grandi “dissidenti” della letteratura italiana da Iacopone da Todi a Umberto Eco”, di Gianni maritati, Tau editrice, pagg.130, euro 13.

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