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Da Palestrina alla Santa Russia

  Era estate nell’antica Bisanzio ed i legati papali inviati da Roma da Leone IX scomunicarono il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario e questi, a sua volta, convocò un sinodo per riaffermare la sua piena autorità sulla chiesa bizantina. Era l’anno 1054, data d’inizio dello scisma che avrebbe separato per un millennio la chiesa d’Oriente da quella d’Occidente.
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I nuovi tempi maturarono sotto il pontificato di Paolo VI Montini, il quale, nel 1964, incontrò il patriarca Athenagoras e venne così gettato un ponte per “unire ciò che è diviso”. Fu la riconciliazione, uno dei momenti più intensi dell’attività pastorale di questo papa al quale si è voluto dedicare il XVII Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra. Per il suo spirito ecumenico, un messaggio di comprensione universale che ha caratterizzato i vari concerti, a cominciare da quello in San Pietro.
Qui il Coro Statale della Cappella San Pietroburgo diretto da Vladislav Chernushenko ha interpretato brani della tradizione russa, dove la religiosità ortodossa si fonde con il folklore popolare. Musicisti che, salvo Rachmaninov, in Italia sono poco noti, Pawel Tschesnokow, Alexander Archangelski, Georgi Swiridow, ma tutti di forte connotazione polifonica, soprattutto il primo. E quella profonda spiritualità russa, che si esprime in una coralità a tratti possente ma capace anche di una soffusa tenerezza, è balzata fuori in pieno a S.Maria Maggiore, con il Coro protagonista assoluto. Prima però, quasi un omaggio all’ecumenismo, Palestrina, il suo severo e tuttavia commosso “Stabat Mater”, dai passaggi talora molto intensi (“Eia, Mater”, ad esempio), un’esecuzione pulita e dignitosa ma, per una ovvia questione culturale, non nei registri del Coro. Che invece ha brillato in maniera superba nei brani degli autori già citati prima, con quel denso gioco di voci che crea a tratti una prospettiva di profondità, come nell’ “Hymnus” di Swiridow o nello splendido  “Alleluia” di Randall Thompson.
Torniamo a San Pietro, anche qui clima ecumenico per i canti Orasho, il gregoriano delle prime comunità cristiane in Giappone, e, soprattutto, per la “Messe Solennelle de Sainte-Cècile” di Charles Gounod eseguita dall’Illuminart Philarmonic Orchestra e l’Illuminart Chorus diretti da Tomomi Nishimoto. La Messa è una composizione sacra di stampo romantico attenta però ai grandi maestri del passato, Palestrina in particolare, ed è senz’altro una delle cose migliori del musicista francese. Scritta nei canoni dell’Ordinarium Missae si apre con un dolcissimo “Kyrie” tutto in crescendo che sfocia nell’arioso “Gloria”, le voci dei solisti come un ricamo per introdurre il bellissimo “Credo”, il momento più alto della Messa, la preghiera che diviene canto di gioia (“Et resurrexit”). Questa serenità stempera poi nel “Sanctus”, intriso di mistero, e, dopo il “Benedictus”, viene confermata dal conclusivo “Agnus Dei”. Da giovane Gounod aveva frequentato corsi di teologia, maturando poi negli anni una profonda religiosità che la Messa esprime in pieno e che l’Illuminart ha saputo cogliere sin nelle sfumature.
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Grande era l ‘attesa per l’esecuzione della “Sinfonia n.4” di Gustav Mahler da parte dei Wiener in scala ridotta, cioè orchestra da camera più la soprano, Mojca Erdmann. Quindi una sorta di Mahler stilizzato, per così dire, per questa che chiude la trilogia delle sinfonie vocali (con la terza e la quarta) e prende il titolo dal lied conclusivo, “La vita celestiale”. Il primo movimento, Allegro, ovvero “Riflessivo. Non affrettato. Molto comodo”, si presenta a volute ampie, con sonorità contenute, un clima disteso, di quiete, ma anche con un fondo di squisita malinconia. E se  questa sensazione percorre tutta la Quarta simile ad una corrente sotterranea, è pur sempre un che di lieve a guidarla, come d’altronde traspare dagli altri due tempi, lo Scherzo, “Con movimento tranquillo. Senza fretta” e l’Andante, “Calmo”. Poiché qui si parla di una dimensione nuova, “La vita celestiale” poi celebrata dall’intervento della soprano, lo stato edenico che purifica e assolve. Un magnifico Eden laico dove sacro ed echi della vita terrena convivono in armonia, situazione che i Wiener e Mojca Erdmann hanno saputo ben ricreare pur se penalizzati dalla non favorevole acustica della Basilica di San Paolo.
E infine, a San Giovanni, Mozart con il suo immortale “Requiem”, una delle pietre miliari della musica classica e sacra in particolare, nella superba esecuzione della Philarmonie der Nationen e del Coro Lirico Italiano diretti da Justus Frantz (Soojin Moon Sebastian soprano, Qiulin Zhang contralto, Paulo Ferreira tenore, Germàn Olivera baritono). Già nell’ Introitus s’avverte l’affiorare del Mistero, tutto il pathos dell’essere solo innanzi all’Infinito, l’angoscia del distacco, che nel “Kyrie” è ricerca di conforto e, nella “Sequentia”, con il Dies Irae, cognizione di sé. E’ il “Weltschmerz”, il Dolore Universale, “Rex tremendae maiestatis”, la vita come un’ombra fugace fra le ombre ma, “Supplicanti parce, Deus”, la preghiera può condurre alla salvazione. E nell’èmpito di voce-musica si svolge questo percorso tutto “verticale”, con passaggi di grande solennità (come il “Sanctus”) fino al fugato conclusivo, di una bellezza struggente, che ti penetra l’anima. E non poteva davvero concludersi in un modo migliore questo XVII Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra.
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Per informazioni sulla benemerita attività della Fondazione Pro Musica e Arte Sacra www.fondazionepromusicaeartesacra.net

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