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Forum Novum e S.Maria in Vescovìo

Parlando della Sabina, il vasto territorio a sud est di Roma, la prima cosa che viene in mente è l’olio, famoso per il suo ottimo livello qualitativo (Dop, denominazione origine protetta). Niente male anche la cucina, che si assapora in un fuori porta di fine settimana al lago del Salto o al Turano o in centri sparsi sulle colline, tipo Fara o Montopoli (e meglio ancora nel capoluogo sabino, Rieti, con i suoi santuari francescani). E poi i luoghi d’arte e di fede come l’Abbazia di Farfa o oasi di verde e di silenzio come la Riserva Naturale Regionale Nazzano Tevere-Farfa, che fra breve celebra i 40 anni dalla nascita (1979, la prima area protetta del Lazio). Questa, in generale, è la Sabina più nota e frequentata, ma ve n’è un’altra un po’ ai margini del turismo abituale e tuttavia non meno interessante che vale pena scoprire o riscoprire. E’ quella degli antichi centri sabini come Cures, dove era Tito Tazio, che governò Roma insieme a Romolo, Eretum, Trebula Mutuesca e Forum Novum. E qui si è svolto un articolato convegno per valorizzare non solo l’area archeologica ma il santuario di Santa Maria in Vescovio, che merita davvero una visita.

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All’inizio il villaggio era un centro agricolo nonché luogo di passaggio per merci e greggi, come terminale della transumanza proveniente dall’Abruzzo. E così fu anche in epoca romana, un frequentato “Forum pecuarium”, mercato del bestiame, favorito dalla sua posizione fra via Flaminia e via Salaria e dalla vicinanza ai corsi d’acqua. Nel tempo divenne insediamento stabile, Forum Novum, ma non un nucleo abitato come lo intendiamo bensì un “vicus” rurale, cioè aggregato di case e terreni, un “municipium” (in età augustea) scarsamente abitato con funzioni amministrativo-sacrali. Lo testimonia il tempio forse originariamente dedicato a Giove Statore (come lascerebbe supporre una scritta incompleta nella cella interna) che, insieme ai resti della basilica, di tabernae, terme e mosaici figurano sotto un’ampia tettoria a riparo dalle intemperie (il luogo è citato da Plinio).
Caduto l’impero il luogo ebbe comunque una sua continuità perché l’ager foronovanus vide nascere una comunità cristiana e, secondo la tradizione, la famiglia degli Aureli Ursaci vi ospitò San Pietro. Sulla domus venne poi costruita la chiesa che custodiva le reliquie di Antimo, Basso, Fabio e Massimo, martiri sotto Diocleziano, l’attuale cripta dello splendido santuario di Santa Maria della Lode in Vescovìo. La prima notizia risale al 781, con i longobardi che si erano da poco convertiti (la “donatio” di Liutprando a papa Gregorio II è del 728) poi, dopo la devastazione compiuta dai saraceni nell’846, sorge il complesso episcopale. La sua importanza è non solo religiosa ma, potremmo dire, politica, in quanto, essendo filo papale, il suo compito è di contenere le mire espansionistiche della vicina abbazia di Farfa, filo imperiale (immensi i suoi possedimenti, anche fuori del Lazio, come risulta dal “Regestum Farfense”). Nel tempo Santa Maria in Vescovìo si ampliò arricchendosi di opere d’arte, fino a divenire quel magnifico complesso monumentale che ammiriamo oggi.

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Un agile campanile romanico con la parte superiore a trifore svetta sulla struttura che, all’interno, si presenta a navata unica con le pareti interamente affrescate nel XIII secolo. Colpisce subito, nella controfacciata, il Giudizio Universale dove si avverte l’influsso della Scuola Romana, in particolare la cerchia di Pietro Cavallini (soprattutto la figura del Cristo in trono). Ma ovunque, nel doppio ciclo pittorico, Vecchio e Nuovo Testamento, questa presenza è fra le righe, talora così evidente da non lasciare dubbi. Ad esempio l’Annunciazione, ma anche altri episodi come la Crocifissione o la Resurrezione, vuoi nella positura, vuoi nel tratteggio, rimandano a moduli della Scuola Romana.
Nella cripta invece, di età carolingia, il bellissimo affresco della Madonna col Bambino e le parti decorate (in particolare queste) hanno come punto di riferimento Santa Maria Antiqua al Foro Romano, San Saba all’Aventino (gli affreschi nell’oratorio di Santa Silvia e quelli nella sagrestia), Sant’Angelo in Formis, nei pressi di Capua. La cripta è percorsa da un corridoio semianulare che permette di scrutare nella “fenestella confessionis” posta sotto l’altare, il luogo delle reliquie visibili all’esterno dai fedeli (qui, un tempo, erano i resti dei martiri Antimo, Basso, Fabio e Massimo). Nel transetto destro un Crocifisso del 1500 ed il piccolo fonte battesimale del IX secolo, in quello sinistro il pulpito ricavato con un frammento della Schola Cantorum distrutta dai saraceni e, nell’abside, una Madonna col Bambino del 1400 dipinta da maestranze locali ispirandosi alla Salus Populi Romani di Santa Maria Maggiore.
E tutto questo il convegno intitolato “Da Forum Novum a Vescovìo. Per uno stato degli studi sulla “maior ecclesia Sabinensis” ha messo bene in luce nella sua bellezza recuperata grazie ad un attento lavoro di restauro (purtroppo negli anni ’80 non c’è stata uguale cura, sia per gli scavi quanto per la chiesa, con un orribile foro nella controfacciata che deturpa gli affreschi). E ora, per chi ancora non conosce il luogo, è tempo di fare una visita: non resterà deluso, la Sabina è terra di storia antica.

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Come arrivare: Autostrada A1 con uscita a Ponzano Romano, poi le indicazioni per il santuario, oppure la Salaria con deviazione dopo il k.34, passando per Passo Corese e Stimigliano, poi voltando a destra al km.12,800 della strada provinciale.

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