Fuoco d’amore
Fuoco d’amore
di Antonio Mazza
“Ogni libro ha una pagina, ultima”. E’ l’epilogo di una storia di passione e d’arte, dove questa scolpisce quella, in attimi irripetibili, e ciò che resta è un fuoco divorante che ha lasciato solo cenere e rimpianto. L’atto finale del rapporto tormentato fra una grande attrice, Eleonora Duse, e il Vate dell’Italia umbertina, Gabriele D’Annunzio. Ed è ora uno spettacolo, “Le canzoni di Ghisola. Lettere di fuoco…fuoco alle lettere!”, lungo monologo dell’attrice e soprano Maria Chiara Chizzoni recitato in quella piccola bomboniera che è il teatro di Villa Torlonia, con la direzione, regia e musiche di Flavio Colusso insieme al suo Ensemble Seicentonovecento. E la memoria torna ad un’altra, vivace messinscena di sapore dannunziano sempre in Villa, al Casino Nobile, “Il lauro del Gianicolo”, sempre per la regia e musiche di Colusso, ispirata a “il fuoco”, uno dei capolavori dello scrittore di Pescara.
I due memorabili personaggi del romanzo, Stelio Effrena e la Foscarina, ispirato alla Duse, fanno da simbolica introduzione, in fuori scena, al monologo che è, a ben vedere, un dramma d’amore. “Può la morte essere sonno/ se la vita è solo sogno,/ e scene di felicità/ passano come fantasmi?” e sulla scena d’impronta minimalista, un letto, lo scrittoio, busti di statue, libri in terra, si svolge il dialogo fra l’attrice e l’Assente, Gabriele le cui lettere nel 1892 Enrichetta, la figlia della Duse, diede alle fiamme. Forse voleva che calasse l’oblìo su una storia in cui ogni cosa era immagine felice ed il suo contrario, un prendersi ed un allontanarsi continuo, nel segno di un vitalismo debordante, dove l’Arte (entrambi ne erano figli) ne era sfondo e cornice. Ma anche un’avventura costantemente e pericolosamente in bilico fra Eros e Thanatos.
“Cara, cara compagna, ogni giorno più bella ed ogni giorno più amata”, e lei sente, accoglie in sé quest’amore che si nutre di lui persona e di lui poeta, l’Immaginifico, il creatore di sogni. “Il sogno che tu solo possiedi, ch’io sola posso trasmettere al mondo per bocca tua” (infatti interpretò gran parte dei suoi drammi). Eleonora (soprannominata Ghisola dal Vate) come una sola vibrazione d’amore, intensa e a tratti struggente, che sulla scena vede la cantante alternarsi all’attrice, esasperando un sentimento che le parole infuocate del Poeta (“Così la Vita e l’Arte/ il passato e l’eterno presente/ ti fanno profonda e misteriosa./ Nel tuo mistero/ è la potenza del mito primitivo”) proiettano in un “oltre” che, tuttavia, sfugge ad entrambi.
L’incostanza e forse l’opportunismo di lui, la fragilità emotiva di lei, che si è persa nel tempo della sua arte, “Non la donna, mille donne sento dentro di me – e do vita agl’innumerevoli fantasmi con le scintille dell’anima mia”, sì da fare confusione, amore o recita d’amore?, creano una zona morta dove l’incanto d’amore perde il suo reale significato. E tuttavia resta quel ricordo, insidioso ed al contempo prezioso (“Bellissima creatura notturna/ simulacro d’enigmi eterni”) ma è troppo tardi, l’Assente ha varcato le soglie della notte portando con sé qualsiasi ipotesi di felicità, ormai “Ogni libro ha una sua ultima pagina”. E, ancora, “Il lavoro di Lui fu benedetto,/ e benedico la sua vita./ Ma, io,/ non posso più far nulla/…e dico/ addio…”). Nessun rancore per il narcisismo del Vate che ha troncato la relazione impegnandosi in altre che, puntualmente, consumerà a suo vantaggio, come, qualche anno dopo, con la contessa Giuseppina Giorgi Mancini (compare ne “Le faville del maglio” col nome di Amaranta), un carteggio (1908) che verrà poi pubblicato in “Solus ad Solam” postumo nel 1939.
Decisamente notevole l’interpretazione di Maria Chiara Chizzoni, che ha saputo sviluppare il monologo nel suo giusto ritmo, alternando con grazia passione e tenerezza, momento polemico e spunto di riflessione, come era in realtà il personaggio prismatico della Duse. La colonna sonora di accompagnamento di Flavio Colusso crea il clima adatto, sul melodico però non insistito, diciamo su toni che evocano l’atmosfera liberty entro la quale si bruciò il rapporto Duse-D’Annunzio (peraltro decisamente uno scrittore liberty, la cui musicalità resta finora ineguagliata). Un’esperienza interessante per Colusso, specializzato in musica sacra e grande esperto di Carissimi, esponente della Scuola Romana del ‘600 (un curriculum vasto il suo, non meno della Chizzoni, soprano che ha collaborato spesso con il maestro). In perfetta sincronia l’Ensemble Seicentonovecento presente con Marco Rogliano, violino, Matteo Scarpelli, violoncello, Alberto Galletti, pianoforte. Elementi scenici di Andrea Fogli, direttore di produzione Silvia De Palma. Un’ultima nota. In sala era seduto, in prima fila, un tipo vestito come D’Annunzio, al quale somigliava anche fisicamente. Silenzioso durante la performance è poi sparito alla fine, quasi a sottolineare simbolicamente il Grande Assente. Senz’altro un malizioso fuori scena che ha dato un sapore in più allo spettacolo.










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