Gli anni romani di Francesco Vaccarone
di Luigi Fattorini
La presentazione di un catalogo è sempre il punto fermo di una mostra, perché serve a fissarne quantomeno la memoria. Da mercoledì 22 aprile, questo vale anche per la mostra su Francesco Vaccarone e i suoi anni romani (1970 – 1976), visitabile ancora per una settimana a Palazzo Merulana. Nella sala dove si espone una selezione di sue opere, la presentazione del catalogo è stata condotta dai curatori, Umberto Croppi e Paolo Asti, con la presenza dei famigliari dell’artista e - caso singolare – di un gruppo di giovani talenti che ha fatto da contorno. Francesco Vaccarone infatti non è stato solo un artista nel senso stretto della parola. Spezzino, classe 1940, allievo di Giuseppe Caselli e Gino Bellani, il suo balzo dalla provincia ligure a tutta l’Italia nel secondo dopoguerra non è avvenuto solo attraverso le esposizioni delle sue opere, ma anche seguendo i fermenti culturali. Attento alle correnti letterarie e non solo (tanto che farà parte, per dirne uno, del famoso “Gruppo 63″) sin da giovane entra in contatto con diverse avanguardie. E’ in questo scenario che, dopo un periodo passato a Firenze, approda a Roma nel 1970, dove rimarrà per sei anni. Aperto uno studio in Via delle Zoccolette, e frequentata la famosa stamperia del Cigno (fulcro della “Scuola Romana”), fa la conoscenza di varie personalità del mondo dell’arte come della poesia, della letteratura, del cinema, e via andare. E’ anche per questo che la presentazione del catalogo della mostra è stata accompagnata da un paio di esibizioni, tutte giovanili, sia di recitazione (un pezzo ispirato a Marcel Duchamp interpretato da Laura Martinelli) che canore (quattro brani, di cui due originali, cantati da Silvia Asshauer, accompagnata alla chitarra da Emanuele De Angelis).
La selezione delle opere esposte di Vaccarone segue prevalentemente le linee guida del suo soggiorno romano. Come rileva Umberto Croppi il profilo di “semi-astrattismo” che contraddistingue l’arte di Vaccarone in quegli anni segue due filoni, quello del richiamo ai suoi paesaggi liguri (da cui i Gabbiani, simboleggianti il volo e la libertà) e l’altro attento agli ambiti urbani di emarginazione e di sconfitta (come Clochard, un insieme di più dipinti ispirati a meditazioni durante un suo viaggio in Inghilterra). Oltre a ciò, il periodo romano di Vaccarone - spiega Paolo Asti, l’altro curatore – va considerato come una “transizione” verso gli anni a seguire, come testimonia bene “Ermafrodita”.
E non solo, perché la sua frequentazione del Cigno vide l’artista impegnato anche a realizzare graziose incisioni, delle quali la mostra mette in evidenza non solo i ritratti di Pasolini, di Moravia o di Guttuso, ma anche la rara cartella In “Articulo Amoris”.
E’ perciò in questo senso che la presentazione del catalogo è avvenuta in uno scenario ”culturale” nel vero senso della parola, dove – per ripetere sempre le parole dei curatori – l’arte è intesa sia come unione tra la “τέχνη” (téchne) degli antichi greci e il “movimento”, sia come ”raffigurazione del mondo” da parte di un intellettuale. Un intellettuale la cui vita dice non poco anche nel seguito della storia, che vede le esposizioni arrivare a livello europeo ed internazionale, fino alla morte avvenuta nel 2024.
La mostra “Francesco Vaccarone a Roma 1970-1976″, allestita a Palazzo Merulana, rimarrà visitabile fino al 3 maggio, con turni di ogni ora dal mercoledì al venerdì nella fascia h12-20 mentre sabato e domenica in quella h10-20 (con ultimo ingresso sempre alle h19). Per informazioni www.palazzomerulana.it








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