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Gregory Corso, poeta beat

Vent’anni fa, il 17 gennaio, moriva a Roma uno dei più grandi poeti della Beat Generation, nel cui linguaggio rabbia e tenerezza si fondevano in un vitalismo di sapore mediterraneo.

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Perché lui, ormai stabilmente a Roma, aveva assorbito quella solarità tipicamente italica e la restituiva nella sua poesia e proprio a quel fascinoso misto di ribellione e dolcezza, quell’energia così sfumata di luci e ombre, non sarebbe sbagliato attingere ora, per guardare in faccia senza paura il dèmone della pandemia. Nel ricordo di un pomeriggio un po’ folle trascorso con Gregory Corso propongo qui l’articolo che scrissi per la terza pagina di un quotidiano romano.

Un pigiarsi di capelli bianchi che disegnano un volto intenso, dove ci scorgi, a braccetto, l’elfo delle favole, l’uomo vicino alla saggezza e l’affettuoso compagno di strada, e gli occhi vivi, che ti fissano con l’insaziabile curiosità di chi considera il prossimo una continua sorpresa. E mi sento scrutato e letto dentro, ma con discrezione, perché Gregory Corso appartiene ad una generazione vissuta nel culto della propria e altrui libertà: una generazione di poeti che, nella disponibilità emotiva verso il mondo, scoprì il germe di una nuova conoscenza.
“Cos’è l’essere se non la capacità di amare?”. Ricordo questo suo verso mentre, seduti innanzi alla Fontana dei Fiumi, in Piazza Navona, osservo il suo modo così giovane di stupirsi delle cose, splendido in lui, alla vigilia delle sessanta primavere (portate benissimo). Ed un altro ricordo si sovrappone, quello di una tepida sera di fine estate, a Castelporziano, durante una delle tre giornate che consacravano i “ludi” dell’èra nicoliniana. Era il Festival dei Poeti e parto da questa lontana immagine (1978) per stabilire un contatto con Gregory, vista la sua idiosincrasia alle interviste. Così il nostro incontro assume subito la forma -credo più fascinosa in quanto non programmata- delle annotazioni rapide, intuizioni appena abbozzate, impressioni che ci rimbalziamo l’un l’altro, come ragazzi felici di aver scoperto un gioco incomprensibile agli altri.
E cominciamo a vagabondare senza mèta, solcando la ragnatela dei vicoli ormai familiari a Gregory, innamorato di questa città della quale, pur costatandone il progressivo degrado, apprezza sempre il profondo calore umano. Parliamo di tutto e di niente, ovvero preferisco ascoltare, interrompendo solo di rado il torrentizio monologo di questo “fromboliere di parole”, come lo definì Ginsberg. Cosa si può chiedere ad un poeta? E’ lui stesso a proporre un tema, l’energia in ognuno di noi, la forza dello spirito che, unica, dà un senso alla vita. La ricerca, iniziata molto tempo fa, il vento fra i capelli e l’autostrada persa contro l’orizzonte accecato di sole, in qualche parte degli States. La sua immensa avventura “on the road”, insieme con altri profeti: mistici e laici a nome Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, William Burroughs (e Orlowski, Olson e tanti altri).
Caro Jack, con la sua epica al cui centro è l’uomo, nella sua fragilità di nervi e sangue, che all’allora emergente giovane Corso dedicò un profilo ne “I sotterranei”. E’ fra noi, siamo capitati in una pagina di un suo romanzo (“Sulla strada” o “I vagabondi del Dharma?”), con il nostro romano vagare dove l’alternarsi di un bicchiere di scotch e una meditazione lanciata verso le stelle dilatano l’area mai ben definita della conoscenza. E’ calata la sera, la città sembra più umana, ha smesso la tensione del giorno e Gregorio (ha origini italiane) mi parla di Shelley, che considera il primo rivoluzionario dello spirito. E’ contento di appartenere a due culture, di qua e di là dell’oceano, perché può filtrare criticamente il meglio dell’una e dell’altra.
L’Italia come situazione di bellezza, la forza dell’arte, il Medio Evo quale fonte di spiritualità e l’America come pura energia, il senso dello spazio, quel “for ever young” che è il significato intimo e struggente della filosofia beat. Lui l’ha maturato nella sofferenza e glielo ricorda la visione, in un bar, di “Toro scatenato”, lo storico match Robinson-La Motta che, mi dice, ascoltò dalla radio del riformatorio. Perché la sua fu un’adolescenza turbolenta, riscatta dalla cultura e poi dall’incontro con Ginsberg e gli altri e dal suo risveglio, in una totalità di esperienza ancora lungi dall’essere conclusa. E mi parla del “bambino” dentro di noi, da tenere sempre vivo per restare noi vivi in questo mondo che cade a pezzi, dove “it’s all the same story”.
Ma è bello provare, “il beat è qualunque uomo che rompe il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato”, ha scritto, e lui è a Roma anche per indicare la poesia come possibilità. La concezione beat dell’esistenza, il suo tenero e tuttavia saldo vitalismo le cui radici sono in Walt Whitman, nella sua contraddizione magnificamente umana che attraversa come un caldo abbraccio la cultura americana. “Mi contraddico? Ebbene, mi contraddico: sono vasto, contengo moltitudini, scrive il poeta di “Foglie d’erba” e la sua “vastità” ritorna nel beat, intrisa di zen, di “pietas” buddista, che fa amare ogni essere della terra. Lo conferma Gregory, con il suo essere fra la gente, fino all’identificazione che gli fa dire “io sono tutti”.
E’ una serata nuvolosa, sta per piovere, ma provo un gran calore dentro, più che altro un ritmo: una morbida cadenza che si snoda lenta (e un verso mi affiora alla mente, di speranza e insieme nostalgia: “”E cos’è accaduto al nostro sogno di un’America leggiadra, Jack?”). E quando il nostro vagabondaggio termina, su questa tonalità vagamente jazz (la scrittura beat è una sorta di parafrasi del suono be-bop), mi allontano con un suo verso da recitare come un mantra: “La vera direzione è una crescita sempre giovane”.

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