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Guttuso e il Sacro

Ekta 28772  “Baccanale orgiastico” venne definita la “Crocifissione”  di Renato Guttuso presentata nel 1942 al Premio Bergamo, curato da Renato Bottai, Ministro dell’Educazione Nazionale nonché fascista di cultura aperta, attento più alla qualità della creazione artistica che non al suo substrato ideologico (al contrario del “duro” Roberto Farinacci, che con il Premio Cremona privilegiava l’atto di fede politica). Ma, nonostante il lodevole non conformismo di Bottai (per l’alleato nazista quella era senz’altro da considerarsi arte degenerata), ci fu comunque una forte opposizione, sia laica, di critici più o meno legati al regime, sia religiosa, da parte della Chiesa. Pesantissima la posizione ufficiale, con la Curia bergamasca che lanciava una sorta di anatema di sapore inquisitorio. “D’ordine di S.E. Monsignor Vescovo, si dà avviso a tutto il Clero della diocesi ed a quello che fosse di passaggio per la nostra città, che ad esso è proibito l’accesso alla Mostra del Premio Bergamo, pena la sospensione a divinis ipso facto incurrendo”.

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  Ostracismo che durò a lungo, anche nel dopoguerra, tanto che la “Crocifissione” fu esclusa sia dalla Biennale che dalla Quadriennale, poi i tempi divennero più maturi e, negli anni ’60, iniziò un dialogo fra Guttuso e Monsignor Macchi, segretario di Paolo VI, al quale, nel 1973, dona alcune opere significative ora in mostra al Quirinale. Una trentina fra oli, tempere, acqueforti, acrilici, il cui comun denominatore è il senso del Sacro, quel rapporto del pittore con un “oltre” che ufficialmente gli venne misconosciuto per anni. Poi, come abbiamo visto, mutò la posizione della Chiesa, grazie anche alle dichiarazioni di un prelato del calibro di Padre Davide Maria Turoldo. E si comprese ciò che oggi è dato per scontato, ovvero anche un non credente  può avvertire il senso del Sacro, a prescindere dunque dalla visione fideistica (anzi, talvolta questa per molti è solo pura forma).

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  “…narratore biblico, di una Bibbia in fiamme, mai finita che è la nostra storia”, diceva Turoldo di Guttuso e lo conferma Monsignor Crispino Valenziano, noto teologo il quale, insieme a Fabio Carapezza Guttuso, figlio adottivo dell’artista (e Presidente degli Archivi Guttuso), ha illustrato le opere esposte nella Galleria Alessandro VII al Quirinale. La chiave di lettura è quello stravolgimento umano che se non racchiude ancora la presenza del divino pure sembra evocarla. Appunto il caso della “Crocifissione”, la violenza del colore, quel vivido che già esprime il dramma e poi la nudità delle figure (che all’epoca fece scandalo), dove questa diventa sinonimo di verità e, infine, un senso diffuso di ineluttabile (sono anni di guerra, con le città bombardate). Ma il contatto col Sacro come allegoria della tragedia umana già c’era stato con il “Cristo deriso”, di sapore espressionista, e gli “Studi per la crocifissione”, dove compare anche la sagoma di Hitler (opere qui esposte). Ed il Sacro resterà sempre sedimentato nell’opera di Guttuso, anche se tratto non prevalente, una sorta di percorso sotterraneo di ricerca che riaffiora con insistenza dagli anni ’60. Così “Mano del Cristo”, una citazione della pittura di visionaria drammaticità di Matthias Grunewald (vedi il “Cristo sulla croce” di Colmar). O la “Cena di Emmaus”, che rimanda al Caravaggio.

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  Ma c’è sempre un che di irruento, una passionalità di toni che diventa quasi brutale nella “Conversione di San Paolo”, realizzata in varie versioni, la consapevolezza della violenza come intrinseca alla vita umana (“Studio per Centomila Martiri”). Compresa quella della natura, come propone “Studio per la fuga dall’Etna”. E’ una visione fin troppo reale dell’esistente che, tuttavia, sa condensare il Dolore in momenti dove questo si fa attenta e preziosa meditazione. Come in “Il legno della croce”, opera complessa nella quale terra ed umanità sofferente formano un’unica invocazione. Ed è forse quella che Guttuso non riesce (per timore o per dubbio) a pronunciare nella sua pienezza, come dimostra con l’Evangelario donato a Paolo VI, dove, alla domanda di Monsignor Valenzano perché il Cristo di “Ingresso in Gerusalemme” fosse rappresentato di profilo e non di fronte, il pittore rispondeva che non era ancora pronto all’incontro. Ma le sue mani figurano a lato, in un atto che, forse, è proprio di invocazione.

  In questo fascinoso percorso nella non facile spiritualità di Guttuso (il padre molto vicino al protestantesimo, la madre cattolica) figura anche un’opera della sua produzione “laica”, peraltro, come sappiamo, quella maggioritaria. Ed è il notevole “Spes contra spem”, vivace composizione allegorica, in quanto un po’ summa della sua vita e carriera d’artista. Vi figurano lui e la compagna, Mimise Dotti, gli amici, fra i quali Elio Vittorini (il periodo della rivista  “Il Politecnico”), altri personaggi, una bimba che corre e fa da tramite in quella che è la rappresentazione simbolica dello scorrere degli anni, una donna la cui nudità, come in tutte le opere di Guttuso, è sinonimo di verità e, infine, il soffitto, con i “mostri” della Villa Palagonia. Una sintesi autobiografica nel segno della sua Sicilia, di quell’incandescente crogiuolo di umoralità che lui ha saputo trasfondere nella forza quasi aggressiva del colore (pensiamo a “La Vuccirìa”). E nella sua terra ora riposa, nella cittadina natale, Bagheria, accanto a quei mostri sui quali, da bambino, si arrampicava felice.

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“Guttuso. Inquietudine di un realismo”, al palazzo del Quirinale, Galleria Alessandro VII, fino al 9 ottobre. Da martedì a domenica h.10-16, ingresso libero (chiuso giovedì). Occorre prenotare: se on line chiamare lo 06.39967557 altrimenti recarsi all’infopoint della Salita di Montecavallo 15.

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