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Haydn, Mozart e Bruckner

unnamed  Soprattutto ‘700, il secolo maggiormente percorso nei concerti del XVI Festival di Musica e Arte Sacra, Mozart quale principale protagonista. Ha aperto il Festival la “Messa dell’Incoronazione”, composta a soli 23 anni, che racchiude tutta la freschezza di un’anima giovanile. E questa ben traspare dal “Kyrie” ai cui toni un po’ solenni segue il “Gloria” denso di colori, le voci dispiegate in un canto di grande serenità, come nel “Credo”  e nel finale “Agnus Dei”. Serenità anche durante la Messa celebrata dal Cardinale Angelo Comastri, intervallata dalla “Missa Prima Pontificalis” e “Ave Maris stella” di Lorenzo Perosi e “Gustate et videte” di Domenico Bartolucci, nella tradizione della grande Scuola Romana. Al termine i canti liturgici “Orasho”, memoria delle prime comunità cristiane di Kagoshima e Nagasaki fondate dai gesuiti (Orasho dal latino “oratio”). Perosi ha impegnato egregiamente il Coro del Vicariato della Città del Vaticano-Basilica di San Pietro diretto da Temistocle Capone, mentre l’esecuzione di Mozart (e ovviamente degli Orasho) è stata tutta giapponese, l’Illuminart Philarmonic Orchestra and Illuminart Chorus diretti con mano felice da Tomomi Nishimoto.

  Li ritroviamo nel “Requiem” di Mozart a San Paolo fuori le mura. La sospesa grandiosità iniziale è come un interrogativo aperto su un “oltre” che si manifesta nel fugato del “Kyrie”, è drammatico e struggente  nel “Dies Irae” e diventa invocazione e grido di dolore cosmico, di profonda mestizia, nel “Tuba Mirum”, più aspro nel “Rex Tremendae”. Nostalgia e rimpianto attraversano tutta l’opera, momenti in cui l’angoscia del distacco è quasi palpabile, come in “Recordare” e “Lacrimosa”, poi ogni cosa sfuma nel fugato del “Sanctus”, di dolce tensione, e nel raccoglimento del “Benedictus” e dell’ “Agnus Dei”, fino a “Lux Aeterna”: tutto è compiuto, per sempre. Anche qui un agile fugato che suggella un’esecuzione senz’altro notevole ma un po’ ridondante, nel senso che la vastità dell’organico (più di 200 elementi fra orchestrali e coro) ha nuociuto alla compattezza dell’insieme, diminuendone il pathos . Bravi i solisti, Kana Kumamoto soprano, Takako Nogami mezzo-soprano, Yusuke Kobori tenore, Tsutomu Tanaka baritono.

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  Ancora Mozart in San Paolo, “Concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore”,  ultima composizione per strumento solista scritta a due mesi dalla morte. Decisamente ariosa, con situazioni musicali felici, soprattutto nel dialogo intessuto fra clarinetto (l’ottimo Daniel Ottensamer) e orchestra. I Wiener Virtuosen i quali, insieme al soprano Romana Amerling e al mezzo-soprano Bernarda Fink,  hanno interpretato lo “Stabat Mater” di Pergolesi (sempre in San Paolo), preghiera mariana tradizionalmente attribuita a Jacopone da Todi. Al generale epos drammatico che in genere caratterizza l’esecuzione dello Stabat si è preferito un registro più morbido, dove l’emozionalità appare contenuta ma non per questo meno intensa. Come in “Eja Mater, fons amoris” ed in altri passaggi dove le voci spesso intrecciate fra loro figurano all’unisono con una melodia di soave bellezza. “Virgo virginum praeclara” ed è un crescendo malinconico e dolente che però lascia presagire, nel finale, come il superamento del dolore stesso: “Quando corpus morietur,/ Fac, ut animae donetur/ Paradisi gloria. Amen”). Inutile sottolineare la bontà dell’esecuzione, peraltro premiata dai reiterati applausi del pubblico.

  Con Anton Bruckner, nella Basilica di Sant’Ignazio, tutto si rivela invece più severo, di una religiosità marcata e però di estrema dolcezza,  come nei brani del “Requiem”, la “Messa in re minore” e il “Te Deum”. Per il compositore austriaco l’aggettivo adatto è “maestoso”, perché la sua musica è tensione verso l’Assoluto, quindi già in sé religiosa. Vedi il “Cum Sanctis”, tutto in verticale, o la complessità della Messa, con quell’andamento direi “tellurico”, una vena sotterranea che improvvisamente esplode in un impeto quasi gioioso, come in “Et resurrexit”. Altrettanto può dirsi per il grandioso “Te Deum”, con le sue accensioni repentine, che evocano l’immagine del folto di nuvole quando slarga e la luce del sole dilaga ovunque. Impeccabile l’esecuzione del PalatinaKlassik-Vokalensemble, del Philharmonischer Chor an der Saar e la Symphony Orchestra del Conservatorio di Stato di Kazan diretti da Leo Kramer  (Susanne Bernhard soprano, Susanne Schaeffer contralto, Oscar de la Torre tenore, Heikki Kilpelainen baritono). Una parola infine sulla struttura musicale la cui impostazione appare simile a quella sinfonica perché Bruckner, a mio parere, è essenzialmente un sinfonista e compone in questa prospettiva.

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  Nel 1511 Martin Lutero venne ospitato nel convento di Santa Maria del Popolo, gestito dall’Ordine Agostiniano al quale lui apparteneva e nella stessa chiesa un concerto ha celebrato i 500 anni della Riforma protestante. Musiche coeve, le melodie luterane qui evocate soprattutto dalla polifonia di Heinrich Schutz che, formatosi alla scuola veneziana dei Gabrielli, coordina voce e strumenti (in particolare gli ottoni) in maniera piana e discorsiva, dalla quale traspare una religiosità austera, ma non priva di aperture più ariose (vedi gli Oratori). Mottetti come “Herr auf dich traue ich” o “Die Himmel erzahlen die Ehre Gottes” rendono il senso della comunità, e così un brano famoso, “Vater unser in Himmelreich”, di Johannes Eccard, allievo di Orlando di Lasso, il classico corale luterano (genere poi ripreso e stilisticamente arricchito da Bach). E, ancora, “Christ lag in Todensbanden”, di Samuel Scheidt, importante per la produzione organistica (la “Tabulatora nova”, alla quale Bach guardò con interesse) e “Ein feste Burg ist unser Gott”, di Melchior Franck. Infine Michael Praetorius, l’asciutto “Komm, Heiliger Geist, Herre Gott” e le danze da “Terpsichore”, gradevole momento ludico di questo grande teorico della musica (“Syntagma musicum”). Concludendo si può dire che il linguaggio melodico luterano è denso, variegato ma teso all’essenziale come riflesso di una sensibilità nordica, diverso quindi dal “melos” italiano, più incline ad inflessioni cromatiche (ed emotive, come in “Lauda Jerusalem Dominum”  di Claudio Monteverdi, qui eseguito a confronto di stili). Senz’altro da lodare il Kaunnamedmmerchor der Frauenkirche Dresden e l’Ensemble Instrumenta Musica diretti da Matthias Grunert.

 

  Chiudo con quello che, a mio avviso, è stato il concerto più intenso e coinvolgente del Festival: “Die Schopfung”, “La Creazione”, capolavoro di Franz Joseph Haydn. Dal Caos la nascita dell’universo, la musica lieve s’alza in crescendo mentre l’arcangelo Raffaele annuncia l’alba del mondo. “E luce sia!” ed è una vibrazione della quale  Uriel (appunto l’angelo della luce) si fa messaggero e che il coro sottolinea in un ritmo brioso, perché la vita sta germogliando dove prima era tenebra. E Raffaele e Gabriele, anch’essi arcangeli, celebrano le meraviglie del creato, il verde dei campi (una dolcissima aria di Gabriele), le stelle, il cielo e la terra (magnifico il fugato del coro), il giorno e la notte e sono lodi al Creatore perché l’universo prende forma (bello ed arioso il terzetto). Ma l’opera non è compiuta, “E Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza” e grande è la sua gloria (anche qui altissimi momenti musicali e vocali, con il ricorso al fugato in funzione emotiva).

  Nella seconda parte dell’oratorio, “Fra nuvole rosate, destato da dolci suoni, appare il mattino fresco e bello” ed accoglie Adamo ed Eva, l’alfa dell’umanità. Il loro è un canto d’amore e di laude nel giardino dell’Eden, in sintonia con il coro angelico ma questa gioia è fragile e Uriel ammonisce: “O felice coppia, eternamente beata, finché non sarete sviati da false illusioni, e desidererete più di quello che avete, e a sapere più di quanto sapete”. E termina qui, con lo splendido fugato finale, uno dei lavori più intensi di Haydn (vecchio e malato assistette alla prima della Creazione diretta da Salieri su una poltrona mobile: il pubblico gli tributò un’ apoteosi). Davvero encomiabile l’esecuzione del Limburger Domsingknaben e dell’Orchestra Roma Sinfonietta diretti da Andreas Bollendorf, di una levità e di una grazia che hanno fascinato il pubblico. Perfetta la fusione vocale-strumentale che, per il tema dell’opera, richiedeva una totale sincronia, merito anche dei solisti: Mechthild Bach soprano, Cornel Frey tenore, Thomas Laske baritono.

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