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I colori di Francesco Filosa.

Nuovo-do  Caldi, pastosi, distribuiti sulla tela in un’armonia cromatica nei cui toni fra intimistici e passionali è racchiusa quella solarità mediterranea che al Sud quasi tracima dalle cose. Perché qui la vita scorre più densa, diventa linfa che attraversa ed unisce uomini e natura, così che v’è quasi continuità fra i borghi arrampicati sulle rocce e la marina che ne rimanda l’immagine. E i vicoli fra le case, le barche con le reti e quell’odore di salso sparso all’intorno, la vegetazione come un immenso respiro verde che dilata nel sole.

  E’ la magìa del Sud, quale traspare dalle tele di Francesco Filosa, pittore di Castellammare di Stabia, che ha saputo come pochi catturare quell’attimo magico in cui ogni elemento si combina in un’alchimia perfetta. Il colore è il punto d’inizio, la prima fase che poi si condensa nelle forme, anch’esse corpose, compatte ma non cristallizzate, poiché in esse vibra un moto segreto. Sia il soggetto relativo alle marine di Piano di Sorrento o alla Penisola Sorrentina in generale o altro ancora tutto appare configurato come un qualcosa che brulica internamente di vita.

Francesco w  Di più se vi compare la figura umana, i personaggi che popolano i paesi della riviera, pescatori, contadini, artigiani, sorpresi nella loro quotidianità i cui ritmi sono scanditi dalle albe e dai tramonti o dalla campana del borgo. Perché il grosso della produzione artistica di Filosa copre un arco di tempo dagli anni ’30 agli anni ’70, cioè un periodo dove la vita, pur con le sue asperità, era a misura d’uomo (e i luoghi ancora non conoscevano la speculazione edilizia). E questa egli rappresenta nelle sue opere, un lungo, commosso canto alla sua terra, un canto a tratti anche elegiaco dove nel colore e nella forma esprime tutta la struggente bellezza di luoghi che furono tappe obbligate del Grand Tour (vedi, ad esempio, il famoso “Voyage pittoresque” dell’abate di Saint-Non o gli acquerelli di Hackert sulla Penisola Sorrentina).

20150906_163308  Classe 1910 Francesco si può definire figlio d’arte, appartenendo ad una famiglia di decoratori e con il padre fa le prime esperienze. Chiese, pareti e soffitti di case, finché inizia a dipingere da solo e, da autodidatta, tela dopo tela, si costruisce una personalità pittorica che si afferma con una personale nella sua città, Castellamare di Stabia, nel 1934. D’ora in poi il percorso è tutto in salita, apprezzamenti dalla critica e dal pubblico e partecipazioni a mostre ed eventi di rilievo, come la Quadriennale di Roma e quella europea di Londra, dove gli viene conferito il Sigillo d’argento.  E poi ancora premi e rassegne in Italia e all’estero, la Biennale di Montecarlo, il Premio “Villa Lumiere” al Palazzo dell’Unesco di Parigi, nel 1977.

France  Quali sono stati i suoi maestri? In linea di massima lo si potrebbe considerare un ideale continuatore della Scuola di Posillipo, ma pur se nei suoi vividi impasti cromatici possono talora avvertirsi echi di Gigante, Palizzi o Smargiassi, la sua è una pittura assolutamente a sé. Una pittura che è un canto d’amore dedicato ad una terra che, nonostante le offese dell’uomo, seduce ancora con la sua struggente bellezza.

 “Splendida era la giornata e la vista su Castellammare e
Sorrento vicinissima e deliziosa”, scriveva Goethe.

Fr

1 Commentoa“I colori di Francesco Filosa.”

  1. Mi è capitato da ragazzo osservare Filosa mentre, seduto davanti al suo cavalletto, dipingeva la marina di Piano di Sorrento. Sono d’accordo con Lei quando dice che l’artista ha raccontato la bellezza della nostra terra da Stabia alla costiera Sorrentina e Amalfitana. Io nei dipinti di Filosa ci ho vissuto, ho percorso le strade ricordo bene e pez ad asciugare sulle barche come nel dipinto pubblicato, marina di Positano. Tutta questa bellezza non potrà mai più essere replicata perché il cemento fa da “prima” donna e le marine non hanno più,il sapore di antico. Cordialmente

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