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I nostri cari Etruschi

  I Rasenna, gli Etruschi, i nostri “nonni”, una cultura che Erodoto indicava di matrice orientale mentre Dionigi di Alicarnasso ne dava una versione autoctona. E così il grande archeologo Massimo Pallottino, lo scopritore delle famose lamine di Pyrgi, che degli Etruschi seppe cogliere l’essenza, quel senso come di occulta sacralità il cui fascino perdura ancor oggi. E si rinnova ogni volta che ne visitiamo i luoghi della memoria, soprattutto le necropoli, dei centri abitati essendo rimasto poco o nulla: la città dei morti come immagine speculare di quella che fu la città dei vivi. E le testimonianze museali, certo, frammenti di quel lungo percorso che i Rasenna fecero nell’Italia protostorica. Un percorso dove la creatività è il punto di forza, come risulta dalla stimolante mostra parallela in corso in due importanti centri della Tuscia: “Etruschi maestri artigiani. Nuove prospettive da Cerveteri e Tarquinia”.

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  Parallela e in reciprocità, perché qui si è scelto di andare oltre il concetto chiuso (e un po’ campanilistico) di città preferendo il termine “territorio” nel quale fiorirono questi due importanti centri della Dodecapoli. Una rilettura in chiave storica quindi, con la quale il Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli celebra i 15 anni dell’iscrizione dell’area nella lista del patrimonio culturale dell’Unesco. E proprio quel percorso creativo citato all’inizio è la chiave, valorizzando in un’accezione squisitamente didattica le raccolte dei due musei, soprattutto nei passaggi dove meglio si esprime  la “manualità” degli Etruschi. Sin dalle origini furono abili artigiani e la loro fama si diffuse nel bacino mediterraneo tanto che, nel V secolo a.C. il commediografo ateniese Ferecrate ne parlò come “esperti della tecnica che producono oggetti di ogni tipo”. Lo testimoniano le due ricche necropoli di Monterozzi (Cerveteri) e della Banditaccia (Tarquinia).
Si comincia davvero da lontano, in epoca villanoviana, prima età del Ferro, X-VIII secolo a.C. con le urne cinerarie biconiche e a capanna, in ceramica spessa e un po’ grezza. Ma già si avverte un’evoluzione nei manufatti ed ecco uno splendido elmo crestato in bronzo, la cui realizzazione richiedeva cognizioni tecniche notevoli (è stato riprodotto un modello identico in scala ed un video ne illustra la complessa lavorazione). Dunque per nulla una società “primitiva”, con l’emergere di una classe sociale che nella raffinatezza degli oggetti confermava se stessa, il proprio stile di vita. Un artigianato metallurgico non solo di tipo guerriero (vedi la bella spada ad antenne di bronzo) ma anche più gentile, come si deduce dal cinturone a losanga e la fibula d’oro a granulazione, da una tomba femminile dell’VIII secolo. Allo stesso periodo risalgono una coppia di morsi equini ed una cassa litica usata come tomba di una bambina di alto rango sociale.

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Ed inizia l’epoca etrusca vera e propria, con la fase orientalizzante (fine VIII-inizi VI) quella di maggior sviluppo, sia esterno, di traffici nel bacino mediterraneo, sia interno, le città-stato con le aristocrazie locali, l’evoluzione artistica, l’architettura funeraria. Il percorso didattico binario qui tocca passaggi fondamentali, come i due crateri del Pittore dell’Eptacordo, con le loro figure stilizzate di derivazione ellenica. E’ l’inizio di una ceramografia importata nel VII secolo da un greco di Corinto e che, da imitazione, passerà progressivamente al copyright, per così dire, essenzialmente etrusco. Come le famose Hydriae ceretane, i buccheri, i crateri e in mostra figurano la superba coppa di Euphronios con la morte di Sarpedonte ed un’altra coppa dove, con grande verismo, sono rappresentate scene della guerra di Troia nel suo drammatico epilogo. Siamo nella fase arcaica, VI-V secolo, che vede anche la diffusione delle lastre dipinte (una bellissima raffigurazione di guerriero), arredi di uso domestico e regale (resti di sandali in ferro e di uno sgabello che poi i romani adottarono: la “sella curulis”, simbolo di potere).
Al VII secolo risale un uovo di struzzo decorato, di provenienza africana, che testimonia dei traffici nell’area mediterranea, convalidati da un altro reperto di rilievo, il vaso in faience del faraone Bocchoris. Di grande interesse anche i lastroni a scala, lastre litiche di forma rettangolare con scene scolpite, usate probabilmente come chiusura delle tombe, e le urne cinerarie fittili dipinte. Né manca la presenza dell’arte orafa, nella quale gli Etruschi eccellevano (i Musei Vaticani hanno prestato alcuni pezzi pregiati della tomba Regolini-Galassi), e della coroplastica, altra peculiarità etrusca (in particolare frontoni di templi, con antefisse e acroteri qui esposti). Proseguendo il cammino nel tempo, troviamo, quali documenti del periodo classico fino all’ellenismo (V-III secolo), splendidi sarcofagi a rilievo, come il magistrato e il magnate. O quel capolavoro assoluto che è la coppia di cavalli alati provenienti dall’Ara della Regina, divenuti un po’ il simbolo della civiltà etrusca, un mondo e una cultura che, dopo la conquista romana di Veio, l’ultima roccaforte, tramontarono per sempre.

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E restano i frammenti di quel mondo e di quella cultura nei due musei di Cerveteri e Tarquinia (e nelle necropoli), frammenti che la mostra in corso “legge” per meglio comprendere il lato squisitamente tecnico degli Etruschi, la loro manualità (ovviamente ho fatto solo una sintesi, da integrare con le magnifiche collezioni dei due musei). Una mostra assolutamente da vedere, perché gli Etruschi sono parte integrante del nostro Dna italico: i nostri “nonni”, appunto.

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“Etruschi maestri artigiani. Nuove prospettive da Cerveteri e Tarquinia”, Museo Nazionale Archeologico Cerite-Necropoli della Banditaccia e Museo Archeologico Nazionale-Necropoli di Monterozzi, Tarquinia, fino al 31 ottobre. Da martedì a domenica h.8,30-19,30. Biglietti per ogni singolo sito euro 6, ridotto 2, cumulativo (museo + necropoli, valido 2 giorni) euro 10, ridotto 4, cumulativo sito Unesco (museo e necropoli Cerveteri + Museo e necropoli Tarquinia, valido 7 giorni) euro 15 intero, 8 ridotto. La mostra, promossa e organizzata dal Polo museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell’ambito di Artcity Estate 2019. Il bel catalogo è edito da arte’m.

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