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Il genio di Messer Bernino

OLYMPUS DIGITAL CAMERA  La Roma del ‘600, un cantiere a cielo aperto dove proseguivano i lavori di abbellimento urbano ed artistico iniziati sotto il pontificato di Sisto V (il Tridente, l’Acqua Felice, gli obelischi, la Scala Santa al Laterano, la cupola di San Pietro). Una sorta di continuo work in progress che raggiunse il suo culmine con Urbano VIII, Innocenzo X e Alessandro VII. E grazie a personalità di rilievo nel campo dell’architettura, pittura,scultura, le tre arti che fecero di Roma una città preziosa ed unica, un luogo di Bellezza che bisognava visitare almeno una volta nella vita. E queste tre arti, in una visione maturata con l’Umanesimo e perfezionatasi nella Rinascenza, Leonardo quale punto di passaggio, avevano spesso un unico protagonista: un “uomo universale” che racchiudeva in sé lo spirito dei tempi. Come Gian Lorenzo Bernini, al quale la Galleria Borghese dedica una mostra per celebrare i venti anni dalla riapertura al pubblico.

  I primi lavori ancora adolescente, a bottega con il padre Pietro (autore della famosa  Barcaccia di piazza di Spagna), opere a quattro mani di pregevole fattura, come “Putto su un drago”, il delizioso “Fauno molestato da putti”, e la serie delle quattro stagioni. Eccellenti opere di maniera, in linea con il gusto dei tempi, che però il giovane apprendista, quando inizia a sbozzare il marmo da solo, mostra di superare, andando oltre. Ed è il fine modellato de “La capra Amaltea”, un tocco nuovo, più portato al naturalismo espressivo, qualcosa che fascinerà il cardinale Scipione Borghese. Vuole quel giovane, appena un ragazzo ma incredibilmente bravo, per rendere più fastosa la sua villa fuori Porta Pinciana e riempirne gli spazi con “figure d’immaginazione”.

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  E sono i grandi gruppi che ammiriamo oggi nella Galleria Borghese, dove dramma e poesia si fondono in una tensione plastica finora inedita, il marmo come un morbido tessuto quasi palpabile di carne. E’ questo l’effetto, ad esempio, de “Il ratto di Proserpina”, con la mano di Plutone che preme sui fianchi della fanciulla: un effetto di assoluto realismo. Quello che si ritrova in “Apollo e Dafne”, soprattutto nel volto di lei, un’espressione sospesa fra paura e stupore, donna le cui membra trasmutano in cespi d’alloro. E “David”, le labbra serrate, il corpo flesso e il braccio teso nel lancio e, ancora, il gruppo forse più complesso (e allegorico), “Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia”, la cui verticalità esprime tutto il senso di un profondo dramma umano. Anche qui il tocco realistico, nelle pieghe del corpo di Anchise, i segni della vecchiaia, d’altronde è tale il linguaggio di Gian Lorenzo: “Far che un marmo bianco pigli la somiglianza di una persona, che ha colore, spirito e vita”. E questo traspare soprattutto dai volti, come in “Anima dannata” e “Anima beata”, due splendide opere giovanili.

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 E poi la teatralità insita nella postura e nel dinamismo delle figure che farà di Bernini uno dei protagonisti del Barocco romano, insieme a Pietro da Cortona e Borromini, per qualche tempo suo assistente (e non dimentichiamo l’Algardi, posto in ombra dai tre ma pur sempre di rilievo). Arte come rappresentazione, che avrà il suo momento più felice nella Cappella Cornaro, in Santa Maria della Vittoria, Teresa e l’angelo che la trafigge al centro e i testimoni dell’evento nei palchi ai lati (e naturalmente San Pietro, ma qui siamo nel campo della trasfigurazione, oltre i canoni consueti). Teatro, sempre però con un afflato e gusto del vero che rende particolari le sue statue, soprattutto quelle a carattere sacro, dove la scontata impostazione agiografica stempera in modi assolutamente umani. E’ il caso di “Santa Bibiana”, da poco restaurata, la dolcezza estatica del volto ed il corpo racchiuso in un panneggio di squisita fattura (un capolavoro che non molti conoscono, la chiesa omonima essendo un po’ nascosta). Ma anche “San Sebastiano” e “San Longino” non sono da meno, soprattutto il primo, dove il dramma del martirio assume toni morbidi, come di quieta rassegnazione.

  Messer Bernino, “ch’è il Michelangelo del nostro secolo”, come lo definiva il poeta Fulvio Testi (e non solo lui), ha una tempra di artista eclettico ed ecco i busti in bronzo dei papi che si affiancano a quelli in marmo (Paolo V e suo nipote, il cardinale Scipione Borghese, grande committente del Bernini, Gregorio XV, Urbano VIII, Alessandro VII, Clemente X ). Busti anche di laici, dove l’attenzione volta all’aspetto fisiognomico pone in risalto la psicologia del personaggio, come nel caso di Antonio Cepparelli e Costanza Piccolomini, sua amante (notevole, in tal senso, il busto di Monsignor Pedro Montoya che si trova in Santa Maria di Monserrato). Né risulta da meno nella pittura, anche qui ritratti di ecclesiastici e non, da Urbano VIII a famosi pittori dell’epoca, quali Giovan Battista Gaulli detto il Baciccia e Nicolas Poussin, ma i quadri più interessanti, come documento storico, riguardano lui, un autoritratto giovanile ed un altro in età matura. Colpisce la vivacità quasi luciferina dello sguardo e i tratti del viso che denotano una personalità inquieta e dinamica, impegnata in una ricerca che, da uomo ed artista del suo tempo, si fa universale.

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  E la testimonianza è qui, nelle 76 opere esposte, dove Messer Bernino, la cui fama travalicò le Alpi (vedi il modello in terracotta per la statua equestre di Luigi XIV, l’originale in marmo è a Versailles), esplorò tutte le arti e operando una sintesi fra realtà e illusione creò quel Gran Teatro del Barocco che rinnovò il volto dell’Urbe (in mostra i bozzetti della Fontana dei Quattro Fiumi). La sua vena creativa attinge al patrimonio classico (restauri in perfetta sintonia col passato, come l’Ares Ludovisi) trasfigurandolo in moduli narrativi assolutamente originali, dove tuttavia non dimentica la lezione di Michelangelo ma anche Caravaggio e del Carracci di Palazzo Farnese. Il suo, in definitiva, è uno sguardo aperto al mondo, come traspare dalla sua ultima opera, il busto in marmo del Salvator Mundi: uno sguardo verso l’Infinito.

“Bernini” alla Galleria Borghese fino al 4 febbraio 2018. Da martedì a domenica h.9-19, biglietto euro 20 + 2 di prenotazione obbligatoria, ridotto 13,50 + 2. Per informazioni 068413979 e www.galleriaborghese.beniculturali.it . FENDI come partner istituzionale della mostra.

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