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Il Ponte di Ferro

di Luca Sacco.

Nell’aprile del 1944 il ponte era già lì sul Tevere da ottant’anni nella zona sud di Roma, tra i quartieri Ostiense e Portuense.
All’inizio gli avevano dato il nome di Ponte dell’Industria: era stato concepito come collegamento ferroviarioper favorire l’industrializzazione di quelle aree. Il ponte, con una moderna struttura in ferro e ghisa, aveva aggiunto così un piccolo tocco di positivismo ad una Roma ancora sonnacchiosamente pontificia e agreste. I treni della Roma – Civitavecchia, che prima si fermavano alla stazione periferica di Porta Portese, poterono così arrivare fino alla stazione centrale di Roma Termini. All’inizio del ‘900, per far fronte al grande sviluppo dei trasporti, fu costruito il nuovo ponte di San Paolo. Il Ponte dell’Industria perse così la ferrovia e da allora servì per i veicoli e i pedoni. Ma in quel modo divenne più familiare ai cittadini. Anche se un po’ maldestro rispetto ai suoi più blasonati marmorei fratelli – sembrava una specie di cavalletta sgraziata e nerastra -, i romani lo adottarono chiamandolo in modo più confidenziale il Ponte di Ferro.

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Roma in quell’aprile del 1944 era ormai allo stremo. Reduce da un inverno durissimo dove non si trovava più da mangiare, se non alla borsa nera; con il freddo; con le rappresaglie nazifasciste sempre più violente che seguivano alle azioni partigiane; con il coprifuoco, i rastrellamenti, le torture, le deportazioni; con i bombardamenti degli alleati; con una situazione di sovraffollamento dovuta al gran numero di sfollati provenienti dalle zone del Lazio a sud della città dove il fronte avanzava, ma molto lentamente.
La goccia che fece traboccare il vaso fu l’ordine del generale Maeltzer, comandante della Wehrmacht a Roma, “il re di Roma”, di abbassare la razione di pane quotidiano da 150 a 100 grammi. Si trattava poi di pane nero, della peggiore qualità che poteva contenere anche segatura. Avete mai messo una rosetta da sola sulla bilancia? Pesa 100 grammi. Pensate a cosa voleva dire passare un’intera giornata con l’equivalente di una rosetta (ma di qualità nettamente inferiore) e poco altro da mangiare ed in più al freddo! Sapendo, oltretutto, che le truppe di occupazione tedesche e le milizie fasciste avevano il privilegio di mangiare il pane bianco.
I romani, le romane in particolare, non ci videro più.

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Giustina era una bella ragazza romana. Aveva diciott’anni e tanta energia in corpo nonostante le privazioni degli ultimi mesi. Viveva con i genitori e i tre fratelli minori in una piccola casa della Garbatella. Una decina d’anni prima erano finiti lì quando fu deciso che il quartiere dove abitavano, Spina di Borgo, venisse raso al suolo per far posto a via della Conciliazione. All’inizio fu uno shock, ma poi si abituarono: la Garbatella, anche se un po’ fuori mano, era un posto piacevole e le case erano ben fatte. Suo padre era maestro nella scuola elementare IV Novembre a Testaccio, al momento chiusa perché piena di sfollati, mentre la madre era casalinga. Giustina non si faceva angosciare troppo dalla guerra. Certo, c’erano i bombardamenti sempre più vicini. Certo mancava tutto. Ma aveva una gran forza d’animo ed una grande intraprendenza. Quell’anno, in cui si andava a scuola a singhiozzo, lei aiutava la mamma a fare le file per prendere le poche cose da mangiare con la tessera: i suoi fratelli crescevano, ma erano troppo magri.

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Bisognava aiutarli! Litigavano spesso per quella storia di dover mangiare le carrube e le bucce di piselli. Giustina, con equilibrio, con equidistanza ma anche con decisione, riusciva sempre a farli ragionare in qualche modo e a mettere tutti d’accordo.In questa situazione, non certo idilliaca, si ritagliava anche un po’ di tempo per leggere: nella piccola biblioteca del padre aveva trovato alcuni libri di Pirandello. Con quelle letture lei riusciva per qualche tempo a dimenticare la fame e le sofferenze. Poi, c’era anche un ragazzo che si interessava a lei e una volta le aveva perfino regalato un fiore! Insomma, per lei la guerra era qualcosa di brutto che però sarebbe sicuramente passato: una vita diversa l’aspettava, ne era certa! Libera invece aveva circa trent’anni ed abitava dall’altre parte del Tevere, nel quartiere Portuense, con il marito e quattro figli. Figlia di un ferroviere anarchico, aveva ereditato il carattere estroverso del padre. Forte e decisa fin da bambina, aveva sempre fatto impazzire la madre con quella sua testarda necessità di non avere troppi vincoli.

iopLa sua forte voglia di indipendenza l’aveva portata a sposarsi molto presto – quasi sempre l’unico modo per le donne, allora, di rendersi autonome dalla famiglia. Lei aveva tirato su quei quattro figli nel migliore dei modi, nonostante le ristrettezze economiche di sempre. Era dotata di una buona manualità e di grande intraprendenza e, anche se non aveva un lavoro, riusciva a racimolare qualche soldo costruendo giocattoli di legno che rivendeva. Il marito faceva l’artigiano ma in quel periodo il lavoro si era ridotto al minimo. Si viveva con quello che si poteva prendere con la tessera e con le poche altre cose coltivate nell’orto di guerra condominiale. E poi, per il resto, quando si poteva spendere qualcosa, si ricorreva alla borsa nera. Anche lei, come tante altre donne romane, non si perdeva d’animo: sempre lì a fare ore e ore di fila, portandosi dietro il figlio più piccolo. Ma quel pane era veramente cattivo. Aveva sentito dire che i tedeschi e i fascisti, invece, si rifornivano da altri forni: pane bianco, di buona qualità, quei farabutti!

Anche Ugualìa era una sfollata. Di età indefinibile, viveva da qualche tempo insieme a tanti altri nella scuola IV Novembre a Testaccio, quella del padre di Giustina. Era sola, se si può dire essere solequando si vive in uno stanzone insieme ad altre venti persone! Non aveva più nulla. In quel momento neppure la tessera annonaria. Era magrissima e con quel vestito nero faceva veramente spavento, soprattutto ai bambini. Il suo singolare nome in verità non le aveva portato molta fortuna: era meno uguale del più povero dei poveri. Ma tutti facevano a gara per aiutarla ed anche al forno, le altre, per una sorta di rispetto misto a pietà, la aiutavano a procurarsi il suo pezzo di pane.

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Da un’altra parte della città, il miliziano fascista romano stava per lasciare la casa paterna dove aveva passato una licenza di due giorni. La madre, molto preoccupata della situazione che si andava aggravando sempre di più, si raccomandava con lui, abbracciandoselo e baciandoselo come se fosse un bambino.
“Figlio mio, stai attento, lo sai come sono i tedeschi! Quelli sono cattivi, è sparita un sacco di gente; li hanno portati alle Cave Ardeatine. Fai sempre come dicono loro. Se vedi che qualche soldato italiano non li vuole aiutare, tu non l’imitare. Sennò quelli ti ammazzano. Sono i più forti. Anche se adesso stanno messi male, quelli qui a Roma sono sempre i più forti.”
“A mà!” – fece quello, con tono tra il sufficiente e lo spavaldo – “ma lo sai perché la gente è sparita? Ma lo sai perché i tedeschi qualche volta sparano agli italiani? E’ perché quelli non sò più italiani! Sò dei traditori! Mica sò stati i tedeschi! Chi è che ha tradito a settembre? Chi è che è scappato? I vigliacchi! A noi fascisti (e dicendo “fascisti” indicò con l’indice teso della mano destra verso il proprio petto), a noi fascisti (e dicendo per la seconda volta “fascisti” calò un pugno sul tavolo) i tedeschi non ci hanno mai fatto niente! Ci rispettano. E lo sai perché? Perché siamo rimasti gli unici italiani veri!”
“Lo so figlio mio, ma c’ho paura lo stesso!” E di nuovo l’abbracciò forte.
“Non te preoccupà, mamma! Oggi il servizio è tranquillo: controlliamo i forni. Ti porto il pane e la farina. Quello che puoi prendere tu con la tessera non basta”.
E baciata la madre, uscì spedito di casa scendendo velocemente le scale con deciso fare marziale.

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Il soldato dellaWehrmacht si svegliò con la bocca amara. Aveva dormito male. Gli incubi lo accerchiavano. Da tempo non aveva più notizie della sua famiglia e dei suoi fratelli, anch’essi al fronte, ad est. Gli americani e gli inglesi ormai erano vicini a Roma, anche se impantanati dopo lo sbarco di Anzio. Roma era uno schifo. Altro che caput mundi. Era una città in bianco e nero dove il grigiore dell’esistenza si faceva sempre più opaco. I bombardamenti, le azioni dei partigiani, il risentimento della gente. Che ci stava a fare lì? Ad aspettare di fare la morte del topo sotto qualche palazzo crollato oppure a saltare in aria come i suoi camerati in via Rasella!
Aveva sognato una guerra diversa. Eroica. Dove si potevano vedere le divise nemiche, prendere la mira e sparare come gli avevano insegnato. Oppure lottare fisicamente con un avversario, lui che era un gigante di  un metro e novanta, ed ucciderlo con le proprie mani, all’arma bianca. E invece no! Sempre lì, a Roma, tra un servizio di guardia ed un rastrellamento; tra una fucilazione ed una deportazione. Insopportabile. Come insopportabili erano quei traditori degli italiani. Come insopportabili erano anche quei fascisti, che si credevano degli eroi, ma erano degli italiani pure loro. Li odiava, gli italiani.
Meccanicamente si mise la divisa, calzò gli stivali neri, si mise il cinturone, gli spallacci e le giberne; con una mano prese l’elmetto, con l’altra il fucile e si avviò furente verso la propria giornata.

Quel 7 aprile 1944 Giustina, Libera e Ugualìa, insieme a tante altre, non ce la fecero più. In qualche modo seppero che al forno Tesei, quello accanto al Ponte di Ferro, era arrivata tanta farina e avevano fatto il pane per i tedeschi. La voce correva nell’aria. La fame, la disperazione, la rabbia erano dei motori a mille che moltiplicarono improvvisamente le poche forze di quelle donne che fecero superare tutte le paure. Di colpo una moltitudine si ritrovò davanti al forno. Tra urla e imprecazioni si fecero coraggio ed iniziarono a fare pressione sulla porta d’ingresso. Non si sa esattamente come andarono i fatti, forse fu lo stesso proprietario ad aprire, ma le donne riuscirono a entrare e a impossessarsi di un po’ di farina e qualche panino.
Ma questo atto di ribellione – sia pure pacifica, senza armi, a mani nude, per la propria vita, per quella dei propri figli – doveva essere punito in modo esemplare. Perché non si ripetesse. I miliziani repubblichini, che non avevano osato reagire contro quelle donne così decise, fecero quello che sapevano fare meglio: chiamarono i loro più forti alleati.

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Sul posto piombarono due Opel Blitz che scaricarono i soldati in assetto di guerra. Accerchiarono il forno da due lati. L’azione fu fulminea e decisa: non importava prenderle tutte; solo dieci dovevano essere catturate. Giustina, Libera ed Ugualìa furono tra queste. Libera ed Ugualìa furono prese subito, mentre uscivano dal forno con il loro misero carico di pane e farina.
Giustina, invece, cercò via di scampo insieme ad altre disperate scendendo a precipizio giù per la scarpata verso il Tevere. Le inseguirono e lei, con quelle zeppe ai piedi che la facevano più alta e bella, ma anche più lenta, fu abbrancata da quei due, il fascista mammone e il nazista …..
La trascinarono fin sulla sponda del fiume, sotto al ponte. La ragazza era paralizzata dal terrore.
L’omone grande e grosso la prese con una sola mano sotto l’ascella e la tirò su fino a farla penzolare sull’acqua, minacciando di lasciarla cadere nella corrente ed annegare.  L’altro lo strattonò: “Ahò, ma che stai a fa? E, sogghignando, fece capire al primo le proprie intenzioni. Quello allora la spinse fino a farla cadere per terra. “A Fritz”, fece l’altro utilizzando un nome qualsiasi, “tocca a me, sò italiano: c’ho lo iusprimaenoctise!”, ringhiò storpiando il latino.
Raus! Ruggì l’altro, guardando il repubblichino con odio. Dopodiché fece il suo “dovere” di soldato.
Dopo toccò a quell’altro. Un italiano vero.

Alla fine, Giustina giaceva inerte, con i capelli sporchi di fango, farina, sangue. Gli occhi sbarrati e la bocca semi aperta. Senza emettere una parola, un suono, un fiato. Un vagito disperato e senza fine le lacerava il cervello. Era già morta. Prima del colpo di grazia.
Le altre nove donne sul ponte non si resero conto di nulla. Quali animali al macello, erano completamente prese dal proprio destino. I soldati le fecero allineare contro il parapetto del ponte, rivolte verso il Tevere, con le mani legate dietro alla schiena. Non potevano e non volevano credere che quella fosse la loro fine: avevano solo preso un po’ di farina e di pane per i propri figli, per i propri fratelli! Ugualìa, tremando, bisbigliò a Libera che le stava a fianco: “Che ci vogliono fare? Che ci ammazzano solo per questo?” I soldati alle loro spalle misero il colpo in canna. “No, Ugualìa, siamo donne, non ci faranno del male vedrai. Adesso magari ci portano a Forte Bravetta. Ci tengono lì qualche giorno e poi ci lasciano tornare a c…”.

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Anni dopo, sul luogo dell’eccidio fu posta una lapide con la seguente scritta:
“Qui, come in altre migliaia di luoghi in Italia, in Europa e nel Mondo, per mano della protervia e della volontà di sopraffazione nazifascista, furono uccise:
la Giustizia
la Libertà
l’Uguaglianza
la Fratellanza
la Dignità
la Ragione
la Coscienza
la Pace
la Verità
la Pietà
A perenne ricordo, perché il fascismo che alberga in ciascuno di noi non debba più ripetere in futuro le sue malevole azioni distruttive.”
***
Al termine della scena finale del film “Il Ponte di Ferro”, comparve la seguente scritta:
“Tratto da una storia vera. Le dieci donne, che vennero trucidate presso il  Ponte di Ferro il 7 aprile del 1944 per aver cercato di prendere un po’ di pane e farina da un forno che panificava per i nazifascisti, si chiamavano:
Clorinda Falsetti,
Italia Ferracci,
Elvira Ferrante,
Eulalia Fiorentino,
Elettra Maria Giardini,
Assunta Maria Izzi,
Silvia Loggreolo,
Esperia Pellegrini,
Concetta Piazza,
Arialda Pistoiesi.
I loro nomi furono recuperati grazie alle ricerche dello storico della Resistenza Cesare De Simone. Nel 1997, su iniziativa della ex-partigiana Carla Capponi, l’amministrazione comunale di Roma fece deporre una lapide commemorativa nei pressi del Ponte di Ferro”.

Poi, finiti i titoli di coda, e tornata la luce in sala, la coppia di cinquantenni si alzò e, lei in lacrime, lui visibilmente emozionato, tenendosi per mano uscirono dal cinema monosala del bel quartiere di Trastevere. Non lontano dal Ponte di Ferro, che è ancora lì.Commentando l’assurdità della guerra, si diressero verso la fermata del tram per tornare a casa. Sul muro del palazzo di fronte alla fermata, il poster di un centro sociale di destra inneggiava all’anniversario della marcia su Roma.Lui gli dette uno sguardo distratto, poi frugò nella tasca, tirò fuori il pacchetto di sigarette e l’accendino e se ne accese una. Lei non ci fece caso. Dopo un po’, arrivato il tram, lui gettò il mozzicone e insieme salirono e si diressero in silenzio verso casa.

Sullo stesso tram, più indietro, da un gruppo di giovanissimi irruppe un vociare allegro. I ragazzi, che avranno avuto tra i sedici e i diciott’anni, stavano tornando da una manifestazione nel centro di Roma per protestare contro l’ennesima trovata del governo che voleva limitare il diritto allo studio. In mezzo a loro una ragazza, piercing, sguardo fiero e intelligente, con passione dirigeva il coro dei canti e degli slogan che poco prima avevano intonato in piazza.

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