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Il ricordo delle terre perdute

3. confine orientale

                                             Il ricordo delle terre perdute

di Luigi Fattorini

  Da una ventina d’anni il 10 febbraio cade il “Giorno del Ricordo”, con cui si mantiene viva la memoria delle vittime delle foibe e degli esuli che nel secondo dopoguerra abbandonarono l’Istria e la Dalmazia.

 Cosa sono le foibe? Al netto delle definizioni geologiche (“foiba” vuol dire “fossa”) l’espressione indica le stragi compiute dal movimento di liberazione jugoslavo nei territori orientali d’Italia della Venezia Giulia e di parte della Dalmazia tra il 1943 e il 1945, e che fecero rispettivamente alcune centinaia e alcune migliaia di vittime, i cui corpi vennero gettati in più occasioni proprio in quelle cavità carsiche.

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 L’esodo invece è stato la partenza in massa di gran parte degli abitanti dai territori che nel secondo dopoguerra l’Italia ha perso, specie ad oriente, in conseguenza della sconfitta: gran parte della Venezia Giulia, ossia gran parte della provincia di Gorizia, gran parte della provincia di Trieste e gran parte della provincia dell’Istria, più quelle di Fiume e di Zara, che vennero assegnati alla Jugoslavia. Per non parlare di quello che avrebbe dovuto formare il “Territorio Libero di Trieste”, che nel 1954 verrà spartito riassegnando la città capoluogo all’Italia e dando al contempo l’ultimo lembo dell’Istria – la Zona B – alla Jugoslavia. E da tutti i territori persi se ne andarono quasi tutti gli italiani che erano autoctoni in diverse zone, massime nei centri urbani.

 Da anni il tema è oggetto di contrapposizioni ideologiche. Le vittime delle foibe furono fascisti oppure solo italiani? Fu perciò una resa dei conti oppure una “pulizia etnica”? E gli esuli se ne andarono perché non vollero vivere da italiani fuori dall’Italia? Oppure perché il regime comunista jugoslavo li espulse?

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  Come sempre le interpretazioni ideologiche sono quelle meno adatte a capire. Gli storici da tempo lo spiegano e lo ripetono, anche se rimangono inascoltati. Le vittime delle foibe furono i “nemici del popolo”, ossia coloro che i partigiani jugoslavi (o meglio gli appartenenti al movimento di liberazione jugoslavo) consideravano come oppositori reali o potenziali. Nel momento in cui questi si misero ad operare a cielo aperto – dopo il collasso dell’8 settembre del 1943 – anche nella Venezia Giulia (perché metà della popolazione era fatta di sloveni e croati, già vessati dal fascismo nel ventennio precedente) ecco che in prima linea nelle categorie di “oppositori” stavano gli italiani, fascisti o non fascisti (compresi gli antifascisti non comunisti). Anche a prescindere dal clima di “resa dei conti”.

 Gli esuli poi se ne andarono per tutto un insieme di circostanze. I nuovi poteri popolari jugoslavi predicavano ufficialmente la fratellanza fra vari popoli (compresi anche gli italiani dei territori giuliani), ma al contempo impiantarono un regime duro, fatto di polizia politica, epurazioni coatte, rigidità stalinista e altro ancora. E soprattutto guai per chi voleva manifestare (come volevano fare gli istriani delle cittadine della costa occidentale, tradizionalmente venete ed italiane) la volontà di continuare a far parte dello Stato italiano. Per cui, non appena il regime jugoslavo, da provvisorio divenne definitivo, ecco che gli italiani del luogo non si ritrovarono più nel loro ambiente, anche perché non era sopportabile oltre un tot, e se ne andarono in massa. Fu chiamato l’esodo, all’inizio per l’assonanza biblica, ma poi è diventata anche una categoria storiografica: dopo la deportazione e l’espulsione c’è l’esodo appunto. Ossia, nei casi in cui il potere politico o non ti sposta con le sue mani o non ti dice esplicitamente di andartene, ma comunque ti mette in condizione di farlo, comunque ti sta facendo una coercizione.

Esodo degli italiani da Pola

Esodo degli italiani da Pola

 La storia non finisce qui, perché la legge sul Giorno del Ricordo non parla solo della tragedia delle foibe e dell’esodo, ma anche della “complessa vicenda del confine orientale”. Ossia tutto quell’insieme di fatti per cui il “confine orientale” già dai tempi del Risorgimento formò oggetto di dibattito tra le classi dirigenti italiane (si pensi all’irredentismo e alla volontà di raggiungere i confini “naturali”), fino alla Grande Guerra e al dopoguerra (si pensi alla questione adriatica e a D’Annunzio a Fiume, fino alla risoluzione col trattato di Rapallo) e quindi all’espansionismo mussoliniano (che nei Balcani provocò crimini e quindi lutti) e, appunto, alla tragedia. Dalla quale solo Gorizia, e poi anche Trieste, si salvarono.

 E soprattutto il discorso dell’italianità, ossia della presenza italiana, in quei territori. Perché si trattava di un’italianità antichissima, nata – come quella delle altre regioni italiane – sin dai tempi della romanizzazione, sia pure vissuta a partire dal medioevo in uno scenario di “frontiera” specie con lo slavismo. Ecco, forse un certo “ricordo” dovrebbe essere anche questo: quello di quel “pezzo” d’Italia (in senso storico e culturale, sia chiaro, non certo nazionalistico) che non c’è più.

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