Il valore della libertà
Il valore della libertà
di Luigi Fattorini
Le ricorrenze servono non solo a ricordare ma anche a far riflettere, e aprile in tal senso ne presenta un po’ riguardo alla storia italiana. Possiamo identificarne tre: il 21 aprile, il 25 aprile e il 18 aprile. E’ forse superfluo ricordare cosa significano. Il 21 aprile è il “Natale di Roma”, che il regime fascista mise come festa nazionale per soppiantare il 1 maggio socialista, oltre che per enfatizzare la discendenza degli italiani dagli antichi romani. Il 25 aprile ricorda ovviamente la Liberazione del 1945, così come il 18 aprile la vittoria democristiana alle elezioni del 1948. A un primo esame sembra che i legami siano o possano essere pochi, se si esclude che in tutti e tre i casi le ricorrenze fanno riferimento al Novecento. Eppure, a guardare meglio, il legame più profondo c’è, o comunque si può trovare. Ed è quello della libertà.
Lo diciamo senza demagogia: se il 21 aprile era eretto a simbolo da un regime che la libertà l’aveva tolta, le altre due date quella libertà la esprimono in pieno, nel primo caso perché venne recuperata, nel secondo perché fu riaffermata. E il legame regge ancora di più, se si pensa a quello che da tempo ripetono gli storici: che fu proprio tra la generazione allevata all’insegna del mito del Duce, che vennero poi fuori le scelte di chi a partire dal 1943 se ne andò in montagna, così come circa cinque anni dopo affermò nelle urne la scelta occidentale dell’Italia. Certo, non bisogna dimenticare i dettagli. La Resistenza è stata in primo luogo guerra di liberazione, e quindi la volontà del popolo italiano – per mezzo ovviamente di un campione avanzato di esso (i partigiani e i patrioti) – di lottare per tornare a far parte della comunità dei popoli liberi. Ma oltre a questo fu anche guerra civile, poiché una parte non piccola degli italiani continuò a credere nella strada fascista, e militò con Salò. Senza parlare della “zona grigia”, cioè di chi non si schierò fino a quando i giochi non apparvero chiari. E senza dimenticare che la stessa libertà fu possibile recuperarla perché c’erano altri soggetti più grandi che facevano la parte del leone.
Allo stesso modo nel 1948 la maggioranza del paese scelse di non voler neanche pensare di seguire l’esempio dei paesi dell’est. Ma sempre una parte non piccola la vedeva all’opposto, al netto delle titubanze che pure nel decennio successivo creò – ad esempio – la repressione del moto ungherese. Verrebbe allora da chiedersi: come si fa a far stare assieme tutto? E’ molto semplice la risposta in realtà: che della libertà ne beneficiano tutti, anche chi non la vuole, mentre non si può dire lo stesso di quando non la si ha. E’ a questo perciò che si dovrebbe forse pensare, per esempio quando tra pochi giorni si ricorderà la Liberazione. Al netto delle storture di naso che può arrecare il vedere il ricordo della recuperata libertà italiana assorbito da messaggi politici (come quelli dell’estrema sinistra, che di quel processo rappresentò solo una branca), è più proficuo pensare a quanto può “valere” quella libertà.








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