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Il vecchio dell’Alpe

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Note critiche su “Così parlò il Vecchio dell’Alpe” di Vittorio Rombolà

di Cinzia Baldazzi

 Nella lettura del romanzo breve di Vittorio Rombolà “Così parlò il Vecchio dell’Alpe”, potenziato dalla significativa prefazione di Massimo Wertmüller, non ho provato alcuna sorpresa nel seguire la trama-intreccio (a differenza dei racconti lunghi, basata su un iter di cambiamento interiore) attraverso le tessere di un mosaico semiotico e grafico al confine tra sceneggiatura, testo drammatico, appunti di viaggio. Non volendo anticipare la story, è possibile sintetizzarla nell’elaborazione narrativa dell’incontro di Valeria, giornalista in carriera, con Thomas, il cosiddetto “Vecchio dell’Alpe”. I due intraprendono, in un solenne scenario montano, un percorso di presa di coscienza della vanità della maggior parte delle sovrastrutture contemporanee a discapito dei valori classici, negati o discriminati dallo scetticismo. Nei loro dialoghi costruiscono, pertanto, un complesso dialettico tra il Sein-Essere e il Dasein-Esserci heideggeriani in cui noi lettori, una volta svincolati dal condizionamento autoritario del consumismo – nel suo Avere o Essere analizzato da Erich Fromm già nel 1976 – siamo incoraggiati a spargere “semi del bene”, dove mai incontreremo l’aberrazione di fenomeni come il bullismo ai quali è dedicata una sostanziosa appendice del volume. L’ambiente geografico diviene il luogo perfetto dell’essere consapevoli e, in sintonia con il pensiero stoico di Seneca, mentre l’“esistere” coincide con un trascorrere del tempo caotico ma passivo, il “vivere” indica una cordialità scandita dal ciclo naturale del paesaggio personalizzato delle montagne e della fatica provata a scalarne le vette spogliandosi, tappa dopo tappa, dell’inutile: senza rimanere tristemente nudi, piuttosto acquisendo in chiave poetica il traguardo di un “di più” rispetto al “letterale materiale”, ossia la vita scontata, così come scriveva negli anni ‘60 il professor Galvano Della Volpe a proposito del contenuto tipico dei messaggi letterari. Se io volessi, sia pure parzialmente, valutare il complesso di segni-segnali scoperto e acquisito dalla lettura del libro, ringrazierei Rombolà (noto nel mondo dello spettacolo) per aver concretizzato un attuale, falso silenzio loquacissimo e all’altezza di coinvolgere chi lo ascolta rispettandolo nella fede radicale, o meglio operativa, nei confronti di una Natura – suggerirebbe Giacomo Leopardi – non fondamento metafisico, manipolabile, ma motore di ricerca di una forma di progresso civilizzato: qualcuno direbbe “dotato di verticalità”.

Vittorio Rombolà

Vittorio Rombolà

 Dal momento che prediligo la simbologia legata a una forma di straniamento, sono stata ricondotta da questo short novel a “I viaggi di Gulliver” (1726) di Jonathan Swift, uno dei prototipi del romanzo moderno. In entrambi i libri, il viaggio costituisce un valido espediente conoscitivo, e il tragitto tra un luogo e l’altro – si tratti di isole remote o vette alpine – è in grado di offrire un punto di vista dell’ambito reale estraneo (cfr. il latino extraneus) alle condizioni restrittive del verosimile. Ambedue le opere avanzano tra il vero e il fantastico, sull’asse affascinante dell’ambiguo, del polisenso: e se Gulliver attribuisce validità all’immaginario più ambizioso come i Lillipuziani e i cavalli sapienti descritti nel dettaglio, il Vecchio dell’Alpe di Vittorio Rombolà, con il linguaggio figurato, traslittera un panorama d’alta quota in spirito nobile, carico di allegorie e sfumature metafisiche. Per fortuna, però, mentre Swift (vivendo tra l’Irlanda e l’Inghilterra nell’epoca del sublime, forse non amante dell’orografia) appare osservatore feroce, misantropo e satirico, adottando il celebre viaggio per sbeffeggiare (con successo) politica, scienza e gente del suo tempo, il nostro Rombolà, paladino di un coraggioso “umanesimo della consapevolezza”, srotola il gomitolo della mitica Arianna per superare il labirinto dell’alienazione e sconfiggere il Minotauro, mostro minaccioso del consumismo.

 Vittorio Rombolà “Così parlò il vecchio dell’Alpe” prefazione di Massimo Wertmuller Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2025 Pagg.72, euro 13,00.

10 Commentia“Il vecchio dell’Alpe”

  1. Cinzia Baldazzi // 27 aprile 2026 a 19:04 // Rispondi

    Pubblico il seguente commento a nome di Giovanna Lattanzio:

    Tra le voci della montagna e le ferite che troppo spesso restano invisibili, “Il Vecchio dell’Alpe” ci ricorda che il bullismo non è un fatto privato: è una responsabilità collettiva. Serve ascolto, serve coraggio, serve comunità.

  2. Elena Condemi // 27 aprile 2026 a 20:37 // Rispondi

    Molto interessante.
    Un argomento che non può non affascinare ed appassionare.
    Complimenti sinceri all’ Autore.
    Sempre elegantissima ed impeccabile, la nostra cara Cinzia.

  3. Cara Elena, grazie per aver condiviso con noi l’interesse dell’argomento, oltre a ringraziarti per i complimenti personali.

  4. Francesca Peronace // 28 aprile 2026 a 14:07 // Rispondi

    Che dire, Cinzia? Le tue recensioni sono sempre mirate ed esaustive. Non ho letto questo libro di Rombola’, ma conosco il suo stile che ho apprezzato in un’altra sua opera in cui ogni particolare veniva descritto magistralmente.
    Complimenti a te Cinzia che, con delicatezza ci inoltri nel mondo dei protagonisti!

    • Cinzia Baldazzi // 28 aprile 2026 a 15:45 // Rispondi

      Grazie, Francesca, anche per la tua precisazione di lettura storico-critica, punto di vista essenziale nella critica contemporanea.

  5. Dora Laganà // 28 aprile 2026 a 19:44 // Rispondi

    Cara Cinzia, ti ringrazio per questa segnalazione: è proprio il tipo di lettura che sento molto nelle mie corde.
    Il tema bucolico, del ritorno alla natura e della fuga dalla “civiltà”, è un grande classico e continua ad esercitare un fascino profondo. Forse perché sentiamo sempre più il bisogno di rallentare, di prendere le distanze da una società caotica, per riscoprire noi stessi e imparare davvero ad ascoltarci.
    La scelta del soprannome “Vecchio dell’Alpe” mi sembra un chiaro omaggio al nonno di Heidi e, più in generale, al messaggio di quel romanzo, entrato ormai nell’immaginario collettivo anche grazie alle sue tante trasposizioni. Colpisce come la spontaneità della piccola Heidi, con le sue emozioni autentiche, riesca a trasformare poco a poco anche gli adulti che la circondano, spesso irrigiditi da regole e convenzioni sociali.
    E senza dimenticare che proprio il Vecchio dell’Alpe (lo Zio, nell’originale) incarna la figura dell’emarginato, dell’eremita: qualcuno che è stato escluso, ma che in parte ha anche scelto di allontanarsi dalla società. Sarà dunque un viaggio piacevole, laddove Thomas si dimostri una “guida” di questo genere.

    • Cinzia Baldazzi // 30 aprile 2026 a 9:13 // Rispondi

      Grazie, Dora, per il collegamento prezioso, in verità assolutamente appropriato, alla piccola eroina svizzera di fine Ottocento che, allevata dal nonno, e da lui poi separata, nonostante abbia conosciuto i vantaggi della grande città, vorrà tornare alla sua montagna.
      Grazie per averlo ricordato.

  6. Ricevo questo commento da Luisa Sanfilippo, che ringrazio:
    Cara Cinzia, ho letto con interesse la tua recensione sul libro di Rombolà e l’ho trovata perfetta nell’analizzare le varie situazioni che si susseguono, soprattutto (riferendoti a Seneca) quando analizzi il breve e interessante romanzo soffermandoti sul significato dell’esistenza: la differenza tra l’esistere e il vivere.
    L’esistenza di una vita passiva alla ricerca di beni a volte inutili e superflui e la concretezza di vivere una vita piena di umori positivi, di creatività, umanità, libera dalla strutture e dai condizionamenti della società.
    Ti faccio tanti complimenti per la tua scrittura arguta e profonda che è riuscita ad emozionarmi. Grazie cara Cinzia per avermi inviato questo tuo scritto.

  7. Flavio Provini // 3 maggio 2026 a 7:32 // Rispondi

    Trovo solo ora il tempo idoneo per commentare queste note critiche che ci riportano a contesti naturali, come i paesaggi montani e il viaggio in genere, da sempre calzante metafora del vivere con i “nuovi occhi” proustiani. Eh sì, la vita è una vetta da scalare, coi suoi passi, le sue rocce e i suoi ferri…ci vuole gamba e pazienza, sudore e rispetto. Un grazie di cuore, come sempre!

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