|
|
Ieri, oggi, il tempo fluisce rapido e sedimenta in grumi di ricordi. Sono immagini sempre più sbiadite che ognuno custodisce gelosamente in sé: persone, cose, colori, sensazioni, e su tutto posa la patina del tempo. La memoria del singolo è un paesaggio sterminato, ma quella di un nucleo umano, poniamo un quartiere cittadino, risulta ancora più vasta, in quanto polifonica, densa di prospettive. La memoria di un quartiere è memoria collettiva, che troppo spesso si perde, soprattutto in una grande città, dove si amplifica il clima di confusione antropologica che ormai stiamo vivendo da tempo. Roma questo caos lo conosce bene ed è per questo che voglio parlare del mio quartiere, facendomi interprete della sua memoria collettiva prima che scompaia, agli anziani riportando una parte di sé ed alle giovani generazioni raccontando di come eravamo molte primavere fa. La giostra gira lenta al ritmo della musica e dal suo corpo colorato sbocciano tante braccia meccaniche alle quali sono attaccati aereoplanini di metallo, uno per ogni braccio, e questi si alzano e si abbassano, a comando. Il ragazzino che sta dentro un caccia rossoverde è al suo terzo giro e, nonostante una sottile vertigine, tiene sempre la leva in posizione per volare alto. Guarda giù, alla spianata dove sono gli altri baracchini, il tiro a segno, l’autoscontro, i bambini intorno all’uomo dello zucchero filato, poi fissa più lontano, oltre la ferrovia. Pecore, un cascinale, i contadini che si apprestano a mietere il grano, perché è stagione, in lontananza, nitido nel cielo terso, il Monte Gennaro e, più a destra, le case di Tivoli. E’ un panorama vasto che si apre qui, al termine di via Livorno, l’Agro Romano, qui come innanzi a piazza Winckelman, via Michele di Lando, via Lorenzo il Magnifico o via della Lega Lombarda. E’ la periferia della città, le case si arrestano alla barriera Tiburtina, per le strade poche macchine, qualche furgone, ma soprattutto carri, quello della legna, quello del ghiaccio che rifornisce le osterie della zona, un carretto a vino, destinato a finire nei musei del folklore popolare. Noi ragazzini ci davamo battaglia a colpi di cerbottana o si andava alle giostre di via Livorno e quello che si sporge dall’aereoplanino rossoverde, lassù, sono io, in fermo immagine di un giorno qualsiasi di inizio anni ’50.Copyright © 2026 | Theme by La Voce di Tutti



il tempo,
trasforma e trasfigura immagini e ricordi che la storia racconata tenta di immortalare, ma, che comunque cambia i luoghi e gli uomini. Cambiano le generazioni, ma gli stessi ricordi li avranno quelli che sono in periferia oggi come lo erano i ragazzini di ieri. Finchè il centro non si espanderà ed anche loro racconteranno di quando erano in periferia.