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Joseph Koudelka, le ombre del tempo

“Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente”. E’ la frase, quasi il manifesto programmatico, che introduce ad una mostra fotografica il cui soggetto è il tempo, ma un tempo cristallizzato, nel quale ci possiamo riconoscere. “Radici”, le ombre di un lontano e mitico passato mediterraneo, che l’obiettivo di Koudelka ha fissato in oltre 100 immagini, un pellegrinaggio fotografico dalle coste iberiche al Maghreb e dal Tirreno all’area ionica. E la scelta del b/n drammatizza la rappresentazione, con quei paesaggi di rovine che ne risultano come scavati all’interno e tuttavia, nel loro silenzio di pietre, capaci di esprimere un messaggio oltre il tempo. E questa è una prerogativa dei grandi fotografi, Capa, Cartier-Bresson, Berengo Gardin, Salgado, solo per citarne alcuni, categoria alla qual Koudelka appartiene di diritto. Era a Praga nel ’68, durante l’invasione sovietica, ed ha testimoniato la Storia, ha lavorato con la prestigiosa Magnum realizzando numerosi libri fotografici e vincendo vari premi e, infine, ha esposto in luoghi di eccellenza, come il Modern Art di New York e il Centre Pompidou di Parigi.
Dunque le rovine, i ricordi di ciò che fummo in ère lontane, ma pure qualcosa che ancora trasmette un messaggio, in quanto le immagini di Koudelka, che un uso accorto del b/n rende di incisiva sobrietà, riescono ad esprimere ben oltre il mero linguaggio delle pietre. Il suo tocco particolare crea una suggestione a tratti inquietante, come nella foto presa in territorio giordano, “Tempio di Ercole. Mano e gomito in marmo della statua di un colosso”, dove la mano sembra voler stringere il paesaggio di rovine in una effimera presa di possesso. Perché il Tempo annulla tutto e fa di ogni cosa una reliquia di sé e la mostra è appunto un percorso fra le ombre dove sono le nostre radici. Qui, nella “Basilica di Hera”, a Paestum o nel “Pronao del tempio di Apollo”, a Didima, Turchia, o, ancora, nella “Basilica Orientale” di Apollonia, Cirenaica, una selva di colonne come personaggi di marmo. Ed è un motivo che si ripete più volte, sia come unità, la fascinosa prospettiva di fuga della “Via colonnata di Apamea”, Siria, sia come frammenti di un discorso interrotto, lo spazio chiuso dove giacciono i rocchi di colonne del “Tempio di Zeus” a Olimpia.
Koudelka dà la preferenza al campo lungo, le immagini dilatate (pannelli rettangolari di tre metri di larghezza) che meglio includono ed esprimono la rovina come paesaggio in sé. E questa assume un significato simbolico, un senso come di eternità che impregna le cose, evocando atmosfere a noi ben note, quel gusto un po’ epico di piranesiana memoria. Nel particolare, il rovinismo di “Area dell’Agorà, tamburi di colonne e capitelli” in Afrodisia, Turchia, e nel generale, “Pont du Gard”, il celebre acquedotto romano nei pressi di Nimes. Ma anche una veduta di sghembo (e per questo molto suggestiva) del Foro Romano, al centro la Via Sacra e ai lati i templi con lo sfondo dell’arco di Tito, e poi Petra, che figura come roccia fra le rocce, e i semicerchi concentrici del teatro di Epidauro, a guisa di conchiglia fossile rovesciata. E quasi sorprende un’immagine del tempio di Nettuno, ad Ostia Antica, per quel mosaico marino che interrompe la lunga e appassionante ballata del marmo di Joseph Koudelka. Ma la foto della statua acefala di Iside fra i ruderi di un tempio greco, immersa nella vegetazione che la racchiude come in una teca verde, può ben sintetizzare il senso della mostra. La circolarità del tempo, ove tutto, noi e ciò che lasciamo dopo di noi, diventa ombra e silenzio.

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“Joseph Koudelka. Radici”, al museo dell’Ara Pacis fino al 16 maggio, da lunedì a venerdì h.9,30-19,30. Biglietto: solo mostra euro 11 ridotto 8, integrato mostra-museo per non residenti 17 euro ridotto 13, residenti euro 16 ridotto 12. La mostra è promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, da Contrasto e Magnum Photos e organizzata da Contrasto e Zètema Progetto Cultura.

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