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La “luce” di Monet

7 Claude Monet, Ninfee, 1916-1919, Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet  Sembra davvero di camminare sull’acqua in questo corridoio dove un’installazione introduce al mondo di Auguste Monet, un mondo in cui luce e colore si combinano creando effetti magici. Come qui, dove il balenìo dei riflessi con il rimbalzare sulle pareti di un morbido profluvio floreale, le ninfee in primo piano, anticipa i temi cari a questo grande maestro impressionista. Le ninfee che fluttuano nel laghetto della  casa a Giverny, il luogo dove visse l’ultimo periodo della sua vita, immerso in un ambiente naturale da lui stesso creato con amore e che ora rivive virtualmente nella mostra in corso al Vittoriano.

  Si parte dall’inizio, le caricature che faceva da giovane per raggranellare qualche franco, pregevoli ritratti che il pittore Eugène Boudin apprezzò molto, incitandolo a proseguire perché riteneva – e non a torto – le sue opere “sconvolgenti, ricche di entusiasmo e di vita”. Per fortuna il giovane Claude seguì il suo consiglio, approfondendo gli studi sulla luce, cosa che gli fu facilitata dal soggiorno prima in Algeria, dove fece il servizio militare, e poi a Londra. E’ una tappa fondamentale nel suo percorso artistico, perché qui conobbe la pittura di Constable e Turner, soprattutto questi, con le sue vivide trasparenze pittoriche. E il risultato sono quadri come “Vétheuil nella nebbia”, dove il paesaggio sfuma in una luminosità diafana, quasi un’apparizione al limite del reale.

  Qualche anno prima, nel 1874, insieme a Renoir, Degas, Pissarro ed altri aveva esposto presso lo studio del fotografo Nadar, in quella che il critico Leroy definì con sarcasmo “La mostra degli impressionisti”. Pessima accoglienza anche da parte del pubblico ma nessuno del gruppo getta la spugna e Monet prosegue nella sua ricerca pittorica che, come per i suoi colleghi, è influenzata anche dall’esperienza di Nadar. La luce come base di tutto, è questa che, nei suoi quadri, bagna le cose e ne delinea i contorni, talora con un tratto delicato (“Il treno nella neve. La locomotiva”) che può spingersi oltre, con l’oggetto della composizione come sospeso in una trasparenza di luce (“Barca a vela. Effetto sera” ed il già citato “Vétheuil nella nebbia”).

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  Qualcosa però sta cambiando, la critica prende ad interessarsi al percorso assolutamente innovativo intrapreso dagli Impressionisti e Monet, angariato da problemi economici e familiari (il lutto per l’amata Camille), dopo il soggiorno in Costa Azzurra e in Italia, comincia ad essere apprezzato. Soprattutto l’Italia, Bordighera e l’entroterra ligure, “questi luoghi sembrano fatti apposta per la pittura en plein air”, scrive ad Alice, la sua nuova compagna, e “Il castello di Dolceacqua”, perfetta fusione di natura e opere dell’uomo fissate nella magia della luce, è il miglior frutto del periodo italiano. Tornato nell’amata Giverny, piccolo villaggio agricolo in Normandia dove si era stabilito con la famiglia, Monet si dedica totalmente alla pittura, preda di un furore creativo che stupì il suo amico Guy De Maupassant, ammirato dal suo modo di lavorare sulla luce (“… l’effetto improvviso e fuggevole di quel rapido e inafferrabile bagliore”).

  Giverny come il luogo dell’idillio, dove coltiva la passione per la natura e affina il suo pennello preparandosi a nuovi viaggi. Ancora l’Inghilterra, “Londra. Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi”, che insieme a Vétheuil si può definire il più turneriano dei suoi quadri, per quella rarefazione e insieme fosforescenza della luce, una luce liquida, e Venezia, “l’impressionismo in pietra”, come la ebbe a definire. Ma il centro di gravità resta pur sempre Giverny, dove trascorre l’ultima fase della sua vita, completamente immerso nella natura che lui stesso coltiva con amore e riprende nelle sue opere. Fiori, alberi, il piccolo stagno, la sequenza delle ninfee che si susseguono in mostra alternandosi ai salici (“Ninfee”, “Ninfee e apaganti”, “Salice piangente”), le opere per abbellire il giardino incantato (“Il ponte giapponese”).

  Continua la sua ricerca che non è solo orientata alla luce ma coinvolge  la componente cromatica perché questa meglio esprime l’energia di quella natura che lo circonda. Ma il colore, in seguito ad una malattia ad entrambi gli occhi, perde consistenza per Monet, tutto appare più sfocato, “I colori non avevano più la stessa intensità per me, non dipingo più gli effetti di luce con la stessa precisione” . Così i lavoro dell’ultimo periodo, di un Monet stanco e amareggiato (la morte di Alice e due dei suoi figli, resterà solo Blanche, la più piccola a fargli compagnia), sfiorano l’astrattismo. Ma, sempre, solcati da una vena di delicata poesia, come in “Le rose”, una delle sue ultime opere. Poesia che neanche quegli occhiali in mostra, gli occhiali che dovette usare per la malattia, riuscirono a scalfire, anzi: la resero ancora più sottile e “magica”.

17a La spiaggia di Pourville. Sole al tramonto, 1882

“Monet. Capolavori dal Musée Marmottan Monet, Parigi” al complesso del Vittoriano, fino all’11 febbraio 2018, da lunedì a giovedì h.9,30-19,30, venerdì e sabato h.9,30-22, domenica h.9,30-20,30. Biglietti euro 15 intero e 13 ridotto (audio guidainclusa).

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