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La Madonna di Santa Maria del Popolo

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Grande fu la partecipazione dei romani alla processione solenne che, nell’Anno Domini 1235, accompagnò il trasporto della santa icona della Vergine col Bambino dal Laterano a Santa Maria del Popolo. Era la famosa immagine acheropita, non dipinta da mano umana, attribuita tradizionalmente a San Luca, che papa Gregorio IX  fece lì collocare. Nel tempo la chiesa si arricchì di opere d’arte, dall’altar maggiore dove era posta l’icona sistemato da Andrea Bregno agli affreschi del Pinturicchio nell’abside ed in alcune cappelle laterali e poi Bernini, Raffaello, Sebastiano del Piombo, Caravaggio, Annibale Carracci, Andrea Sansovino. Santa Maria del Popolo divenne -ed è tuttora- una delle chiese più belle di Roma, dove i pellegrini giunti dalla via Flaminia sostavano innanzi all’immagine miracolosa (e molti erano ospitati nel convento poi demolito dal Valadier per ristrutturare piazza del Popolo). Immagine che fu trafugata negli anni ’70 del secolo scorso e, dopo qualche tempo, ritrovata pressoché intatta sulla spiaggia di Passoscuro. Nel 2017 iniziano i lavori di restauro ed ecco, inaspettata, la sorpresa che aggiunge una pagina assolutamente inedita alla storia dell’arte nella Roma medioevale.
Durante la ripulitura affiorano alcuni caratteri e infine una firma a margine dell’icona che si è sempre supposta essere di fattura bizantineggiante datata XIII secolo. Rappresenta la Madonna Odigitria, che indica la via (a Roma v’è la chiesa omonima, al Tritone), un tema figurativo molto diffuso nel mondo orientale ma anche in alcune regioni italiane, Sardegna e Puglia (la troviamo sull’altar maggiore della cattedrale di Monopoli). La caratteristica peculiare è quella ieraticità tipica delle immagini sacre dell’arte bizantina ma qui si è notato subito un qualcosa di diverso nell’atteggiamento della Madonna verso il Bambino. Un che di dolcemente intimo, lo sguardo di Maria, la tenerezza del gesto, sfumature se vogliamo e tuttavia particolari che rimandavano ad un autore forse non di area bizantina. E infatti è apparsa la firma, leggibile solo in parte e poi ricostruita, “Ilippus Rusuti Pinxit”, cioè Filippo Rusuti, uno dei tre grandi protagonisti della Scuola Romana, la rinascita della pittura medioevale in Roma, oltre i canoni della pittura bizantina. La terna era composta da Pietro Cavallini, senz’altro il più noto (gli splendidi mosaici di Santa Maria in Trastevere e i non meno splendidi resti del Giudizio Universale, affresco nel coro delle monache di Santa Cecilia in Trastevere), Jacopo Torriti (il mosaico nell’abside di San Giovanni in Laterano ed il ciclo musivo di Santa Maria Maggiore ed anche qui il termine splendido è d’obbligo) ed il nostro Filippo Rusuti, del quale si conosceva una sola opera romana, la decorazione in mosaico nella loggia della facciata di Santa Maria Maggiore (altri suoi lavori ad Assisi, insieme a Torriti, Subiaco, ed in alcune chiese di Napoli).
Dunque un evento eccezionale che permette di approfondire lo sviluppo dell’arte figurativa romana della seconda metà del XIII secolo in quel felice momento di passaggio dai moduli stilistici bizantini ad un linguaggio autonomo. E appunto in Rusuti, come in Cavallini e Torriti, si avverte, sia nei particolari che nell’insieme (l’espressione, la gestualità, il panneggio delle figure), un maggior dinamismo che, come già detto, comporta il graduale superamento degli stilèmi bizantini e l’avvio di un corso nuovo. E sarà il Romanico, con la sua raccolta e talora struggente tensione mistica.

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“Madonna di San Luca” a Castel Sant’Angelo fino al 18 novembre, tutti i giorni h.9-19. Biglietto integrato Castello e Palazzo Venezia euro 15, ridotto 7,50. Per informazioni 0632810410 e www.art.city.it. La mostra, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è a cura di Simonetta Antellini direttrice del restauro (eseguito da Fiammetta Jahier e Cristina Caldi del Consorzio Aureo) e di Alessandro Tomei, Ordinario di Storia Medioevale presso l’Università “Gabrielle D’Annunzio” di Chieti.

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