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Le “mirabilia” di Palazzo Sciarra

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                                                    Le “mirabilia” di Palazzo Sciarra

di Antonio Mazza

  “La bella architettura di questo palazzo è di Flaminio Ponzio” e, più avanti, “Nel primo piano esiste una bella collezione di scelti quadri, riguardata come una delle più interessanti di Roma”. Così in una guida di Roma di Antonio Nibby, 1865, che dedica molte pagine alla ricca pinacoteca di Palazzo Sciarra Colonna, sul Corso, che già aveva suscitato l’ammirazione di Stendhal. Purtroppo, a fine ‘800, a seguito del fallimento del principe Maffeo di Sciarra, la collezione andò dispersa e il palazzo dei Colonna Sciarra (all’inizio erano due edifici, come risulta da una stampa del Vasi), principi di Carbognano, passò per varie mani fino ai giorni nostri, divenuto sede ufficiale della Fondazione Roma. E qui fa capo il Museo del Corso – Polo Museale, che unisce il Palazzo Sciarra Colonna con quello antistante dell’ottocentesco Palazzo Cipolla, abituale sede di mostre.

"Bolla istitutiva del Sacro Monte di Pietà di Roma Ad sacram Beati Petri sedem" (1539).

“Bolla istitutiva del Sacro Monte di Pietà di Roma Ad sacram Beati Petri sedem” (1539).

  E qui inizia la stagione 2025-2026, con tre straordinari eventi, “De arte pingendi. La pittura nelle carte del Monte di Pietà di Roma”, la rinnovata Collezione permanente e “Omaggio a Carlo Maratti”.  Il tutto, completato ed arricchito dalla pinacoteca custodita nel caveau di Palazzo Cipolla, hanno reso il Museo del Corso – Polo Museale “uno spazio di fruizione culturale unico nel suo genere, presidio di conoscenza e innovazione, luogo aperto, accessibile e inclusivo, capace di raccontare la storia di Roma e, al contempo, di proiettarsi verso l’Europa e il mondo”, come ha dichiarato Franco Parasassi, Presidente di Fondazione Roma (peraltro impegnata anche nel sociale).

"Jaele e Sisara"(1660) di Giacinto Gimignani.

“Jaele e Sisara”(1660) di Giacinto Gimignani.

  Il Monte di Pietà fu fondato nel 1539 dal frate francescano Giovanni Maltei da Calvi, per combattere l’usura, e il suo ritratto (ambito di Gaspare Serenario, prima metà 1700) si distingue in un contesto dove faldoni dei secoli passati, bolle pontificie, manoscritti, testi a stampa narrano una lunga storia di povertà ma anche di ricchezza frustrata. Ovvero le tante opere d’arte date in pegno, un patrimonio accumulato nel tempo e poi, dopo il 1870, disperso nelle aste indette dal nuovo governo italiano (vedi il catalogo del 1857, che annovera grandi maestri della pittura come Beato Angelico, Piero della Francesca, Botticelli ed altri). Ma il rapporto del Monte di Pietà con le arti figurative riguarda anche la committenza, il quadro come metafora, “Ritratto di San Carlo Borromeo” (ambito di Gaspare Serenaro prima metà 1700), che fu promotore del “Mons Pietatis et Depositorum”, o “Tobia che presta il denaro a Gobelo” (1928), di Francesco Ferraresi.

"Corsa di cavalli barberi" (1650) di Jan Miel.

“Corsa di cavalli berberi” (1650) di Jan Miel.

   E poi il cospicuo materiale cartaceo, con pezzi di grande valore storico, come la “Bolla istitutiva del Sacro Monte della pietà di Roma Ad sacram Beati Petri sedem emanato da Paolo III Farnese (9 settembre 1539)” o la “Lettera patente che attesta la proprietà di “luoghi di Monte” del musicista Arcangelo Corelli (16 luglio 1687)”. E, ovviamente, due eccezionali prestiti: il “Trattato della pittura di Leonardo da Vinci (1540)”, dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, e la “Lettera di Baldassarre Castiglione in collaborazione con Raffaello a papa Leone X (1519)”, dall’Archivio di Stato di Mantova.

"Madonna" (XV secolo) di Silvestro dell'Aquila.

“Madonna” (XV secolo) di Silvestro dell’Aquila.

  La Collezione permanente inizia con la parte più intrigante del patrimonio numismatico della Fondazione, il medagliere pontificio, dal XV secolo ai giorni nostri. Cito Pio II con la raffigurazione allegorica del “Pio Pellicano” (ripresa anche per Innocenzo XII), Clemente VII ad opera di Benvenuto Cellini, Paolo III e sul recto la pianta di Roma, Pio V e la battaglia di Lepanto, Gregorio XIII e la strage degli Ugonotti, Sisto V e la celebrazione dell’obelisco eretto da Domenico Fontana, Clemente X e il Giubileo del 1675, Giovanni XXIII e il Vaticano II a firma di Giacomo Manzù. Seguono il Primo e Secondo Seicento, con opere notevoli, come “San Giovanni Battista” (1622-23) del caravaggesco  Nicolas Régnier, “Santa Caterina di Alessandria” (1630-35), di Massimo Stanzione, esponente della Scuola napoletana, “Jaele e Sisara” (1660), un sobrio barocco di Giacinto Gimignani, tre deliziosi quadri di Bernard Keilhan in un misto di caravaggismo e bamboccianti (“La merlettaia”, “Ragazza che dorme con due bambini che giocano”, Ragazzi che litigano”, 1655-60).

"La cortigiana" (1630-60) dello Pseudo Caroselli.

“La cortigiana” (1630-60) dello Pseudo Caroselli.

  Piccoli capolavori che introducono alla Sala dei paesaggi e delle vedute, con Van Wittel (la classica immagine del tempio di Vesta a Tivoli) e Pannini, i suoi famosi “capricci” (molto intrigante il “Capriccio architettonico con la vista di un archeologo in vesti classiche (Winckelmann?)” (seconda metà XVIII secolo), una spettacolare “Veduta di Vignanello nel 1700 con il corteo del principe Ruspoli” del fiammingo Jan Frans Von Bloemen, il grottesco “La cortigiana” (1630-60) dello Pseudo Caroselli, “Corsa di cavalli berberi” (1650) di Jan Miel, il momento conclusivo della corsa alle pendici del colle capitolino, la colonna traiana sullo sfondo.

  "Ritratto di Gaspare Marcaccioni" (1672-73).

“Ritratto di Gaspare Marcaccioni” (1672-73) di Carlo Maratti.

 Le sale si susseguono in una fascinosa combinazione di arazzi alle pareti, soffitti a cassettoni, specchi e sontuosi lampadari, il tutto impreziosito dalla varietà e bellezza delle opere d’arte. Come “La pietà” (1612), serena composizione di Agostino Ciampelli, un elegante “Orologio notturno” (1675) di Pietro Tommaso Campani, il malizioso “Prelato al bivio fra Vizio e Virtù” (1650) di pittore francese, una superba Madonna lignea del XV secolo di Silvestro dell’Aquila, una intensa “Imago pietatis” (1655-60) di Piermatteo d’Amelia, dolcissimo pittore umbro. E questo cammino d’arte che si snoda fra le sale di Palazzo Sciarra anticipa l’ospite d’onore, Carlo Maratti (o Maratta, come viene menzionato spesso), del quale ricorre il quarto centenario della nascita. Pittore marchigiano che ha saputo conciliare un’impostazione classica di matrice raffaellesca con i canoni del barocco, Maratta ha rivelato una grande padronanza di linguaggio nei vari generi, dall’arcadico, al sacro, alla ritrattistica.

Il suicidio di Lucrezia" (

Il suicidio di Lucrezia” (1685) di Carlo Maratti.

  Celebre il “Ritratto del cardinale Antonio Barberini” (1675), qui affiancato a quello di Gaspare Marcaccioni (1672-73), nuova e prestigiosa acquisizione dove la pennellata ampia e distesa punta a costruire la psicologia del personaggio. Uno dei momenti più felici di Maratta che non eccelle solo nelle immagini (vedi anche “Ritratto di magistrato”, (1662-63)  ma, come già detto, rivela un sorprendente eclettismo pittorico. Così può tranquillamente passare dalle morbide sensualità di “Betsabea al bagno” (1693-95) al clima più raccolto e mistico della “Adorazione dei Magi” (1695) con la eguale limpidezza stilistica. E la ritrovi in “Visitazione al sepolcro con la Vergine e le tre Marie” (1691-92), messo a confronto con l’ “Addolorata” (XVIII secolo) di Francesco Trevisani, influenzato dal Maratta (fianco a fianco anche le due versioni di Cleopatra). E come lui Daniel Seiter che fu suo allievo, con “Il suicidio di Lucrezia” in doppia veste (entrambi 1685) ed è sempre Maratta, con la sua chiarità tonale ed armonia plastica a prevalere. Un grande pittore che a Roma ha realizzato la maggior parte delle sue opere e che qui è sepolto, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli.

"Betsabea al bagno" (1693-95) di Carlo Maratti.

“Betsabea al bagno” (1693-95) di Carlo Maratti.

  Infine, quale corollario, il caveau di Palazzo Cipolla, dove attualmente è in corso la mostra di Dalì, con la sua porta blindata che ricorda i tempi della storica Cassa di Risparmio. Sulle pareti ottagonali dell’interno una selva di dipinti a soggetto biblico, di paesaggio e ritrattistico, fra i quali segnalo l’ottocentesca “La partenza della corsa dei barberi a piazza del Popolo” di Thomas Jones Barker, che si collega idealmente all’altra di Palazzo Sciarra, citata più sopra. La Roma papalina plebea e colorita cara a Gioacchino Belli (“Ebbè, appena passati li cavalli,/ dovunque s’accenneva moccoletti”).

"Visitazione al sepolcro con la Vergine e le tre Marie" (1691-92) di Carlo Maratti.

“Visitazione al sepolcro con la Vergine e le tre Marie” (1691-92) di Carlo Maratti.

“Omaggio a Carlo Maratti” al Museo del Corso – Polo Museale fino al 12 aprile 2026 , da martedì a venerdì h.10-19, sabato-domenica h.10-20. Ingresso libero. Per informazioni riguardo le visite al Palazzo e al Caveau 06 87153157 e www.museodelcorso.com

Il Caveau di Palazzo Cipolla.

Il Caveau di Palazzo Cipolla.

 

Santa Maria degli Angeli, tomba di Carlo Maratti (copyright Giovanni Dall'Orto).

Santa Maria degli Angeli, tomba di Carlo Maratti (copyright Giovanni Dall’Orto).

 

 

 

 

 

 

 

 

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