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Le teste di via Alessandrina

Con la caduta dell’impero romano templi, monumenti, edifici civili, tutto il tessuto urbano andò progressivamente in rovina, interrandosi o finendo fuso nelle “calcare”, molto attive nell’alto e basso medioevo. Così la zona dei Fori che, nella parte verso il Palatino, divenne pascolo per gli armenti, assumendo il nome di Campo Vaccino, mentre, nell’area verso la Subura e il Quirinale, sorsero case, botteghe, chiese. Insomma un piccolo quartiere intersecato da stradine che, nel 1570 il cardinale Michele Bonelli, nipote di papa Pio V, risistemò in maniera razionale. Fu una vera e propria bonifica, perché alle costruzioni si alternavano orti e zone paludose, il cui ricordo è rimasto nell’Arco dei Pantani, visibile all’incrocio fra via Baccina e via Tor de’ Conti (qui v’era una chiesa, San Basilio de arca Noe, così chiamata perché, causa la depressione del terreno, dopo un forte temporale finiva regolarmente allagata).
Il cardinale era anche noto come l’Alessandrino e dai lui presero nome il quartiere e la strada che lo attraversava, una vasta area che fu spianata in epoca fascista per l’apertura di via dell’Impero. Vennero demoliti palazzi anche di un certo rilievo, come quello dell’architetto Flaminio Ponzio e chiese di media importanza quali Sant’Urbano, Santa Maria in Campo Carleo, Santa Maria in Macello (ed altre minori). In quell’occasione riapparvero le sottostanti rovine romane, i Mercati di Traiano (in parte già visibili) e i contigui Foro di Augusto con il tempio di Marte Ultore e il Foro di Nerva (qui, alla base dello spettacolare frontone noto come le Colonnacce, v’era una bottega e nel Foro di Augusto il convento dell’Annunziata, il cui portale con affreschi prospetta sulla salita del Grillo. Sul tempio di Marte era stato costruito addirittura il campanile, cosa che fece infuriare Stendhal. Per fortuna venne demolito prima che provocasse danni irreparabili).

Testa-Dioniso-dopo-la-ripulitura
Dunque un quartiere con le sue strade, via Alessandrina, via del Priorato, via dei Carbonari, via Bonella, picconato alla stessa stregua della parte verso il Foro di Cesare e il Foro Romano. E di nuovo il piccone, ma questa volta più “intelligente”, con una campagna di scavi che, dalla fine del secolo scorso e, con alcune pause, fino ad oggi ha riportato alla luce quanto le demolizioni degli anni ‘30 avevano occultato. All’epoca era solo importante disporre di un’arteria cittadina centrale per celebrare i trionfi di regime, non interessava certo lo scavo stratigrafico come invece si usa oggi (eppure c’era il precedente dell’area sacra di Largo Argentina, operazione notevole). Così spianato il quartiere, le macerie spesso in funzione di “tappo” di eventuali preesistenze d’epoca più antica, sopra sorsero dei giardinetti ombreggiati da pini (poi usati come orti di guerra). Finché, a metà degli anni ’90, agli archeologi cominciò a venire la voglia di vedere cosa c’era sotto e, tra non poche polemiche, iniziarono prima le indagini e poi gli scavi. E di roba ne è venuta fuori.
Se dal punto di vista storico ed anche spettacolare appare più rilevante la fascia verso il Palatino perché si è resa leggibile l’area del Foro della Pace con i suoi splendidi marmi colorati (ma anche quella di rare testimonianze altomedioevali, come la casa porticata d’epoca carolingia), l’altra ex quartiere alessandrino è meno eclatante ma comunque ha un suo fascino. Ed è la visione di un intrico di mura sbocconcellate che celano forni, cantine, locali, fognature di epoca medievale e rinascimentale nonché resti della Roma imperiale. Oltre a buona parte della pavimentazione originaria del foro di Traiano (ovviamente senza i marmi che la ricoprivano) sono affiorati plinti e rocchi pertinenti a colonne, fregi architettonici, frammenti di statue. Ma è solo di pochi giorni fa la notizia di una scoperta davvero eccezionale.
Due teste di marmo sono affiorate nel corso dell’ultima campagna di scavi e già al primo sguardo ci si è resi conto della loro importanza, clamorosamente confermata dopo la ripulitura. I reperti, di epoca imperiale, sono pertinenti ad una statua di divinità e ad un’altra di valenza più laica, per così dire. Entrambe risultano di pregevole fattura, dalle linee agili ed eleganti, in particolare la testa del dio Dioniso, con la sua posa un po’ languida (era incastrata in un muro tardo medioevale, perché all’epoca i Fori e i resti della Roma antica in generale erano riciclati come materiale da costruzione). Più severo, anche per il soggetto rappresentato, cioè il Potere, è l’altro reperto, la testa forse dell’imperatore Augusto o di un componente della famiglia giulio-claudia (scavata in un interro di epoca medioevale). E, ancora, da segnalare alcuni rilievi del I-II secolo d.C. con la parte inferiore di due personaggi (forse un pluteo) e ben 60 frammenti riconducibili al motivo detto del “Fregio d’armi del Foro di Traiano”, che celebrava la campagna vittoriosa contro i Daci, peraltro narrata nella colonna che svetta al centro di quel “capolavoro di urbanistica romana”, come lo storico Ammiano Marcellino definiva l’imponente costruzione di Apollodoro di Damasco.
Il generoso mecenatismo della Repubblica dell’Azerbaigian, che ha stanziato un milione di euro, ha reso possibile il recupero di queste due preziose testimonianze della Roma dei Cesari, nonché l’arricchimento del già ricco patrimonio del Museo dei Fori Imperiali.

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