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Metamorphoses. L’arte che trasforma

1. locandina

                                 Metamorphoses. L’arte che trasforma

di Luigi Fattorini

 Quando l’Oriente vuole dialogare con l’Occidente: così si potrebbero definire le opere di Wu Jian’an, giovane artista cinese, una cui selezione è ospitata con una mostra – Metamorphoses – dal Museo Nazionale Romano.

 Già la cornice dell’esposizione – quella delle Terme di Diocleziano – pare dire molto. L’artista del resto non l’aveva scelta a caso: “Le imponenti mura di mattoni dell’antica Roma irradiano una sorprendente forza materiale” aveva detto in fase di presentazione, e alla nostra testata aggiunge: “Questo spazio sommerge, e la mia arte cerca un dialogo con esso”. Per questo motivo una certa coesistenza tra “emisferi” pare instaurarsi al visitatore, mentre questi passeggia tra sarcofagi come quello raffigurante Selene ed Endimione, il sepolcro dei Platorini e i mosaici: tenendo al centro la natura umana e il mondo in cui essa si muove e soprattutto si esprime, tale dialogo si svolge in un rapporto dove il Maestro – per riprendere le parole del curatore Umberto Croppi – “usa e scava il linguaggio profondamente cinese per entrare in un sistema artistico globale”.

Masks

Masks

 Le opere esposte si possono compendiare in tre gruppi, a seconda della materia utilizzata. Il primo di essi, che salta subito all’occhio, è quello del cuoio. Ad esso appartiene anzitutto Masks, l’opera quantitativamente più grande che apre l’esposizione. Il nome dice già tutto: è un insieme di maschere con diversi tagli nel materiale animale, che raggiungono la forma finale dopo un’immersione nell’acqua e l’essiccamento. La forza e al contempo l’impotenza del genere umano - che vogliono significare – traspare anche dalla disposizione dei vari pezzi, che è fatta con una lunga fila che, oltre ad introdurre, accompagna anche al seguito.

Vital Essence

Vital Essence

 A seguire si incappa in Vital Essence, che si richiama al “Qi” (o “Ki”, forza vitale appunto), un concetto caro alla filosofia orientale. L’espressione visiva si esplica attraverso una figura umana nella quale e dalla quale escono ed entrano linee fluide, simboleggianti la convivenza tra materia ed energia, così come tra corpo e ambiente e quindi tra interiorità ed esteriorità.

The Heaven of Nine Levels

The Heaven of Nine Levels

 Su un livello molto simile si muove la terza e ultima opera di questo primo gruppo: The Heaven of Nine Levels. Anche qui il titolo suggerisce bene, poiché la raffigurazione centrale è fatta di un blocco di nove tipi di creature tra uomini, tigri, rane, salamandre giganti e pesci, il tutto su uno sfondo tra sfere celesti e abissi marini. Lo schema raffigurato – che di certo è esaltato dalla disposizione dell’opera, appesa in perpendicolare con il grande mosaico raffigurante Ettore in lotta con Acheloo, e con un sapiente fascio di luci retrostanti – è alla fine quello di una catena infinita che esprime la temporaneità, quando non la arbitrarietà, delle nostre convinzioni. Questa dinamicità infatti è fatta di un ciclo dove all’uccello che ad esempio divora il pesce, succede la fase in cui il secondo, crescendo, finisce per riservare al primo la stessa fine.

5. Xing Tian

 Altro gruppo di opere è quello delle composizioni di carte acquarellate, disposte una ad una in successione. Con lo stesso stile spiccano le due sequenze esposte, The Eternal Cicle e Xing Tiān. Analoghe nella tecnica, dove la composizione di figure – piccole e talvolta anche più grandi – è fatta con sovrapposizione e intreccio in modo affollato, sembrano invece discostarsi un po’ nella profondità del messaggio finale. Se infatti la prima, che si ispira alle tradizioni dell’arte greca, rappresenta una favola sulla relazione tra uomo, natura ed universo, assai più intrigante appare la seconda, che è incentrata su un altro elemento della tradizione cinese. La raffigurazione è quella di un eroe indomito dell’antica mitologia che, nonostante finisca decapitato durante una battaglia con l’imperatore Giallo, sopperisce trasformando le residue parti corporee (ad esempio i capezzoli in occhi) per proseguire la sua guerra. Qui la metafora finale dell’artista, che utilizza ben 186 figure per comporre le “Incarnations”, è quella dei nostri geni, che riescono a perpetuarsi attraverso il gioco di colori, a prescindere dai luoghi e dalle epoche.

Invisible Faces

Invisible Faces

 Al terzo e ultimo gruppo appartengono Invisible Faces, un insieme di volti di personaggi umani e animali realizzati in vetro soffiato. Anche qui la combinazione è comune a tutti i prodotti, con un’opera più grande che contiene al suo interno una più piccola, e il significato della intersezione tra l’uomo e il mito è accresciuta dalla diversità con cui essi appaiono alla vista, a seconda della prospettiva come dei riflessi e del gioco di luci volutamente creati intorno.

 In quest’ultimo caso l’artista tocca anche il suo rapporto con il nostro paese: le opere sono state realizzate presso il Berengo Studio di Murano (Venezia) e lo stesso Wu Jian’an, sempre rispondendo alle nostre domande, ci sottolinea la profondità del suo rapporto con l’Italia, vista la inevitabile ispirazione che ogni artista trae dagli autori del Rinascimento, così come parte dei suoi studi condotta proprio presso di noi. In conclusione, la mostra – che rimarrà aperta al pubblico fino al 17 maggio – può rappresentare questo: una piacevole occasione per vedere una “porta” dell’arte cinese sul nostro mondo.

“Metamorphoses. L’arte che trasforma” alle Terme di Diocleziano fino al 17 maggio. Da martedì a domenica h.9,30-19. Per informazioni www.museonazionaleromano.it

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