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Nel segno dell’unità

  1.   patrizia-boviIl senso del sacro è qualcosa di comune a tutte le fedi religiose ma, come dimostra il corso della Storia, lo è sempre stato in modo conflittuale, di prevaricazione dell’una credenza sull’altra. Salvo periodi di tolleranza e dialogo (come, ad esempio, la Sicilia fatimida, dove convivevano in pace le tre religioni monoteiste) la diffidenza se non -molto, troppo spesso- la violenza ha impedito un incontro ecumenico che, finalmente, ha gettato i semi verso la metà del secolo scorso. Ed è importante soprattutto ora, con la ferita provocata dalla follia omicida dell’Isis, l’Armata della Notte, il cui cieco fanatismo nulla ha di islamico. E dunque è con piacere che è stato accolto nell’Aula Magna dell’Università il concerto “Voci Sacre. Tre fedi un solo Dio. Musica delle tradizioni cristiana, ebraica e islamica”.

  Già l’iniziale canto sufi, “Ayyuhai Nas” (Il Corano è la Giustizia) crea un clima  sospeso (vi si parla della Sharia come ascesi spirituale e non vendetta) che il successivo “Dodi Yarad”, dal Cantico dei Cantici, Salmo di Re David, rende di una levità sognante. “Ave Generosa”, della grande mistica Hildegard von Bingen (dichiarata dottore della Chiesa da papa Benedetto XVI), è un canto claustrale che si apre a risonanze quasi eteree, celebrative del culto mariano. E dal canto monodico si passa al “Kyrie Eleyson” maronita in lingua araba per più voci e percussioni, di una solarità dagli echi mediterranei, una preghiera dolcemente festosa.

  Di nuovo la monodia con accompagnamento strumentale, “Virgines egregie”, dal Codice “Las Huelgas” del XIII secolo, il famoso monastero femminile cistercense, fonte di primo piano per la polifonia medioevale. “Adonai Bekol Shofar” è un canto liturgico ebraico, dove alla voce si accompagna il suono dello “Shofar”, il corno d’ariete presente nelle feste di precetto, come Rosh haShana o Kippur.  Ma non mancano pezzi strumentali come, dopo “Sawmo”, un bel canto siriaco ortodosso, “Ex agone sanguinis”, per liuto e percussioni, sempre dal Codice Las Huelgas, al quale fa riferimento anche “Iam nubes dissolvitur”, a tre voci, il cui sviluppo melodico rimanda alla forma del “conductus” (d’altronde, cronologicamente, buona parte della produzione del Codice risente degli stilèmi della Scuola di Notre Dame).

  Una lauda mariana del XV secolo, “Ave de li superni caeli”, precede un altro canto sufi cadenzato sulle note dell’oud, “Tala’al Badru ‘Alayna” (La luna piena), inno di ringraziamento a Dio (nei toni ricorda i grandi poeti sufi, Rumi e Al-Hallaj). Non manca poi un canto di nozze, l’ispano giudaico “Cum mucha lecenzia”, gioioso e gentile come “Ay madre”, stesso alveo culturale, un dialogo a più voci di sapore nuziale. “Zavil saz semao”, un pezzo strumentale della tradizione ottomano-turca si alterna ad un austero “Stabat mater” di matrice corsa (Calenzana), subito addolcito da “Ya Khaliqual Akwani” (O Creatore di tutti gli universi), canto cristiano maronita che si snoda come una lenta melopea. E, dopo la Puglia, “E lu giovedì sante”, vivace canto popolare al femminile della tradizione orale per il Giovedì santo di Ischitella, “Abo Dkotcho” (Padre della Verità), canto maronita in aramaico, la lingua di Gesù. La conclusione è sefardita (ebrei originari della Penisola Iberica), “No la puso su madre”, aramaico siriaco, “Amano Morio”, e nostrana. “In quella sera del Giovedì Santo” è un canto tradizionale di fresca bellezza, che suggella nel giusto modo una serata da definire senz’altro “ecumenica”.

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  E’ merito di Patrizia Bovi, che nel 1984 fondò l’ensemble di musica medioevale Micrologus, l’aver impostato e sviluppato un progetto trasversale, che cioè recuperasse i brani più significativi delle tre religioni monoteiste per un dialogo comparato. E da questo ne scaturisce un comun denominatore, la credenza in un Do unico che varia sì nella forma ma non certo nella sostanza. E, dunque, il concerto dell’Aula Magna è stato non solo un riuscito appuntamento musicale ma anche -e direi soprattutto- un’interessante esperienza di antropologia culturale. Merito di un complesso la cui fama a livello internazionale è ben meritata: Patrizia Bovi, voce, arpa e direttore, Françoise Atlan, voce e percussioni, Fadia Tomb El-Hage, voce, Francesco Savoretti, percussioni, Peppe Frana, oud e liuto.

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