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No, non è la nostalgia

fghj    Ma come era bella un tempo la mia valle!

Roma, piazza Bologna, angolo via Livorno, 13 febbraio 2015. Un signore cammina con passo incerto, poi si ferma, si guarda attorno e si avvicina ad una signora con il carrello della spesa. La donna lancia un gridolino d’aiuto e si mette a correre. L’uomo resta sconcertato, poi scuote la testa e riprende il cammino guardandosi attorno in cerca di qualcosa. Io mi allontano col sacchetto della spesa e un senso di tristezza nel cuore perché questa non è la Roma, generosa ed ospitale che mi ha accolto quando avevo vent’anni ed io vi ho messo radici profonde perché mi sentivo in paradiso. Chi le ha rubato l’anima? Sabato scorso ero a cena in una trattoria di San Lorenzo con tre amici dei tempi dell’università, due dei quali anche del periodo dell’Istituto Tecnico, ed ho raccontato l’episodio di cui ero stato testimone. Nessuno si è sorpreso e tutti hanno scosso la testa. “Volete saperne un’altra?” disse Gianni che abita a Monte Mario. “L’altro giorno rientrando a casa ho visto davanti al portone due persone di mezza età accanto a un carro funebre con la bara dentro. Li conoscevo di vista perché abitano nel mio palazzo, ma di loro non so il nome e non so nemmeno chi fosse il defunto. La cosa più sorprendente, però, è che attorno a loro non ci fosse nessun altro condomino del palazzo, che pure è di otto piani, ogni piano sei appartamenti”.

“Che tristezza! Pensate come si è ridotta sto cavolo di città!” disse Luigi scuotendo la testa. “Ma vi ricordate che attenzioni aveva per noi persino la buonanima della Velletrana quando venivamo qua? E Tullio, si, Tullio il macellaio, ve lo ricordate?” Luigi ci fece fare un salto all’indietro nel tempo quando, universitari fuorisede e squattrinati, in quello stesso locale, a fine mese, andavamo a mangiare la pizza che la Velletrana, la proprietaria di allora, ci faceva pagare a metà prezzo perché sapeva che avevamo le lirette contate. Io ne avevo meno degli altri e dalla velletrana ci andavo a mesi alterni! Tra una chiacchiera e l’altra, un pezzo di pizza ed un sorso di frizzantino dei castelli, Gianni, con la bocca piena e la faccia impiastricciata di sugo, la buttò lì come niente: “Non c’è più nulla come prima, ammettiamolo!” “Cos’è che non è più come prima?” chiesi io senza nemmeno alzare la testa dal piatto. “I rapporti!” “Quali rapporti?” Avevo capito benissimo, ma volevo vedere se tutti erano d’accordo sull’infausta diagnosi. “Tutti!” precisò Luigi seccamente.

“No no, solo i rapporti sessuali!” sparò Gianni pulendosi il muso col tovagliolo di carta bisunto. Nessuno rise e nessuno sorrise alla battutaccia. ma tutti eravamo d’accordo sul fatto che stavamo meglio quando stavamo peggio, che è solo un modo di dire, ma non più di tanto. Eh sì, si stava meglio, inutile negarlo, ma non soltanto dalla Velletrana, dappertutto: a Milano, a Palermo, in Calabria, a Torino e a Roma meglio che altrove. Si stava meglio per strada, all’università, sull’autobus, nel condominio, allo stadio, in chiesa, a cavalcioni su un muretto a non far nulla, o sdraiati su un prato a villa Borghese a cazzarare del più e del meno. Si stava meglio nelle aule universitarie e in quelle dei licei, nelle officine che puzzavano di olio lubrificante e negli uffici troppo freddi d’inverno e troppo caldi d’estate. E si stava meglio persino nelle chilometriche file alla Posta quando si andava a pagare la bolletta della luce o a riscuotere la pensione, perché era l’occasione per scambiare qualche chiacchiera e, nel caso proprio della pensione che richiede tempi più lunghi, anche per fare salotto e darsi appuntamento per il mese successivo. Mia suocera non vedeva l’ora che arrivasse quel giorno, non tanto per il modestissimo assegno, quanto per rivedere la sora Amalia ed il signor Michele, Mariuccia ed Osvaldo, ottuagenari come lei, per chiedere loro della fastidiosa sciatica che li affliggeva da qualche mese e per sentire la loro opinione sull’ultima predica di padre Casimiro a Sant’Ippolito.

Anche quello era un modo per socializzare, cosa preziosa a quell’età! Sembrano passati secoli da allora, eppure sono trascorsi solo pochi decenni da quando i rapporti tra le persone, anche sconosciute, erano improntati al garbo, alla cortesia, alla tolleranza e alla solidarietà, parole ormai uscite fuori dal vocabolario. Vi racconto la mia esperienza a Roma a cavallo degli anni Sessanta e Settanta e di come io, ragazzo meridionale calabrese, venivo trattato e considerato dai romani di sette generazioni. Ancora studente, abitavo al n. 91 di viale delle Province e condividevo un bicamere con due amici, Luigi e Nando, studenti anche loro e squattrinati più o meno come me. Aspettavamo la fine del mese come il Messia, ma non era il Messia che aspettavamo, era l’obolo della borsa di studio, o il modestissimo vaglia dalla famiglia lontana, e con quella ricchezza pagavamo l’affitto, le spese, i libri e ci restava qualcosa per mangiare. A pochi passi dal nostro portone c’era la macelleria di Tullio, un ometto tarchiatello e sorridente  che non dimenticherò mai, per almeno due motivi: perché in tanti anni di frequentazione non l’ho mai visto arrabbiato, o semplicemente serio, e perché dopo tre volte in una settimana che ero entrato per comprare mezzo chilo di bollito con l’osso, il taglio che costava meno, mi fece cenno di aspettare che uscisse la cliente che stava servendo ed io mi feci da parte. Uscita la cliente, Tullio prese un tronco di polpa e cominciò ad affettare in silenzio. Pensai che fosse arrabbiato, ma non con me, e non fiatai fino a quando non alzò il suo testone semicalvo, mi strizzò l’occhio e cominciò ad incartare quelle belle fette di carne.

Mi limitai a sorridergli. Sul bancone espose  sei pacchettini e in ognuno aveva messo tre grandi fette di polpa tenerissima. “Si trattano bene i tuoi clienti, Tullio”, dissi tanto per rompere il silenzio. “Però adesso pensa a me e dammi il mio bollito”. “Ecco la tua carne, prenditela e fai come ti dico io: questa la fate in padella oggi stesso, questa ve la fate domani ed il resto lo mettete in freezer per i giorni successivi. Se non hai il freezer portamela qui e te la conservo io nel frigo”. “Ma Tullio, io …” “Dammi quanto al solito, 250 lire e sparisci perché ho da fare!” Me ne andai con un groppo alla gola. Per quattro anni Tullio, romano de Roma che più romano non si può, non si è mai posto il problema se io, Luigi e Nando fossimo calabresi o romani, napoletani o milanesi, neri o gialli, Per lui eravamo tre ragazzi lontani da casa  e basta. Anzi no, non basta: eravamo tre bravi ragazzi squattrinati ed è per questo che per quattro anni Tullio ci ha trattati come, e meglio, dei suoi migliori clienti. E non finisce qui! Sempre per la serie: si stava meglio quando si stava peggio, sentite cosa è successo un giorno nel mio condominio. Nove marzo 1970, giorno della mia laurea. E’ normale che un ragazzo normale, legato alla famiglia, non dica nulla a genitori e fratelli che il giorno tal de’ tali si laurea? Risposta, la mia: no, non è per niente normale! Eppure a me è successo e ancora oggi mi chiedo come abbia potuto privare mia madre e mio padre di una gioia unica ed irripetibile: assistere alla laurea del loro figlio. Naturalmente una ragione c’è stata ed allora a me era sembrata più che plausibile.

Per venire a Roma significava costringere i miei genitori a trascorrere un’intera nottata in treno per presenziare ad un evento della durata di dieci minuti, in un ambiente estraneo che li avrebbe intimiditi e confusi. Il mio dannato ragionamento, fatto per proteggerli, ha causato loro un dispiacere, mai confessato a me, e a me un inestinguibile senso di colpa. Per riprendere il filo del discorso sullo sfilacciamento dei rapporti e sulle relazioni con il prossimo, ovvero del “come eravamo” e di come sono cambiate le cose ai giorni nostri, voglio anche raccontarvi della sorpresa che mi hanno riservato i condomini del mio palazzo, cioè degli estranei per me,  il giorno della mia laurea, appunto il 9 marzo del 1970. Il civico 91 di Viale delle Province è un palazzone di dieci piani ed il portiere di allora era Rodolfo, coadiuvato dalla moglie, una signora dolce e perennemente pallida. Non so chi fu l’uccellino canterino, ma i due vennero a sapere della mia laurea e a metà pomeriggio di quel 9 marzo, tornato dalla Facoltà di Economia e Commercio, che a quel tempo era a piazza Fontanella Borghese, suonarono alla porta e Luigi andò ad aprire. Io ero sdraiato sul letto per smaltire le tossine dello stress e la porta della camera era socchiusa, ma non potei non sentire il frastuono e le voci che arrivavano dal pianerottolo. Mi alzai, aprii la porta e restai a bocca aperta.

Una piccola folla di uomini, di donne, di giovani e di anziani, tutti festosi e sorridenti, erano venuti a congratularsi con me. A stento riuscii a trattenere l’emozione ed anche una lacrimuccia. La scena: la moglie di Rodolfo in prima fila con una enorme torta traballante, accanto a lei Rodolfo con due bottiglie di spumante e dietro a loro il figlio di dieci anni, Poi ancora le Cammarato, madre e figlie, l’infermiera dell’interno accanto al nostro, la professoressa del secondo piano con l’ingegnere suo marito. Quindi, la cantante del terzo, due studenti sempre del terzo piano, Grazia dell’ottavo che faceva la commessa alla Standa, il maresciallo Caputo con moglie e le due figlie mie coetanee Ed altri ancora dei piani superiori. Tutta gente con la quale ci incontravamo per le scale e nell’androne e ci scambiavamo notizie fugaci sulla salute, sullo studio e sul lavoro. Cose dell’altro mondo, vero? Comunque cose d’altri tempi, oggi inimmaginabili. Cos’è successo a questo Paese, a questa città, un tempo esempio di tolleranza e di accoglienza cantata persino nelle canzoni popolari? “Più semo e mejo stamo!” si cantava una volta all’osteria,

No, non è la nostalgia del bel tempo che fu, o forse sì. Di certo è smarrimento per l’accogliente Roma di un tempo, topos dell’anima e città di regale magnificenza, precipitata nel più osceno degrado d’ogni genere.

14 Commentia“No, non è la nostalgia”

  1. A occhio e croce dovrei avere la stessa età dell’autore di questo bellissimo, e per certi versi drammatico, quadro della trasformazione in negativo della vita e delle relazioni interpersonali della gente che vive a Roma, romani di sette generazioni, romani di adozione e romani per un giorno, per una settimana o per un mese.
    E’ una Roma deturpata nella sua bellezza e nella sua intima e secolare anima accogliente. Lo sporco, il brutto e il cattivo la fanno da padrone e all’orizzonte non si vede nessun profeta in grado di tirarla fuori dal baratro in cui è precipitata.
    Lei, Dottor Movilia, dice che no, non è la nostalgia, ma per me è nostalgia allo stato puro e la sa una cosa? Io sono romano di sette generazioni, come dice lei, abito sulla tangenziale est e se posso evito pure di arrivare a piazza Bologna per prendere la metropolitana perchè questa non è più la mia Roma. Grazie per averne parlato.

  2. Renzo Lodetti // 23 febbraio 2015 a 9:24 // Rispondi

    Davvero altri tempi, quelli.
    Abitavo anche io da quelle parti all’inizio degli anni Settanta in viale Ippocrate e frequentavo la macelleria di Tullio, persona davvero unica. Ricordo che c’era anche la sorella che si sganasciava dalle risate per le porcherie che Tullio diceva a noi ragazzi. Altri tempi davvero, ma io ho proprio nostalgia di quegli anni, duri ma sereni, e non mi sorprendo affatto della festicciola che i condomini le hanno riservato per la Sua laurea.
    Io adesso faccio il medico a Montesacro, ma appena posso vengo a piazza Bologna per rituffarmi nel mio passato di ragazzo in una Roma tranquilla, gioiosa, pulita, ordinata, sicura ed allegra.
    Di chi è la colpa di tanto sfacelo, ambientale ed umano?
    Forse tutti ci abbiamo messo qualcosa di nostro, non fosse che per l’indifferenza con la quale abbiamo assistito alla decadenza di questa meraviglia di città. Che tristezza!

  3. Enzo, ogni volta che leggo una tua “opera”, non riesco ad arrivare neppure a metà, perché negli occhi si forma una patina che mi rende difficile proseguire; ecco allora un Tempo od uno Scottex a salvare la situazione e consentirmi di completare la contemplazione… Abbiamo tutti vissuto periodi difficili nel passato, perché era tutto difficile da vivere;mai, però, abbiamo mancato di rispetto a noi stessi né ad altri! “Laudatio temporis acti”, ci hanno insegnato all’epoca; beh, oggi possiamo dirlo ad alta voce, sì; magari con un filo di senso di colpa, per non essere riusciti ad aiutare chi è venuto dopo di noi a comprendere il significato vero e profondo del termine ; tutti, indistintamente! Ora è tardi per provare? E’ difficile? Peccato, sarà per la prossima vita…

  4. Si potrebbe dire che un giovane ottimista stia a un vecchio nostalgico come la fervida (benché stracciona) Italia del secondo dopoguerra a quella piuttosto malconcia (benché satolla) dell’era della televisione, di Internet e della globalizzazione. La nostalgia non è un sintomo di debolezza, e non è neppure un sentimento necessariamente disdicevole. Ogni generazione ha il diritto di rimpiangere (o di censurare) il tempo che fu, nessuno potrà negarlo alle generazioni future. Questa non sembra essere una faccenda anagrafica. Ma, se non è la nostalgia, sarà allora in gioco un elemento più potente, un fattore talmente abnorme ed evidente da non meritare neppure di essere menzionato. In casi simili lo psicologo e il sociologo parlano di «rimozione», di «autocensura sociale». Qualche storico, più ardito, ha addirittura azzardato l’ipotesi di una «mutazione antropologica». E dunque?
    Perché mai io dovrei rivolgere una parola al mio vicino di pianerottolo, se dal primo mattino fino a notte inoltrata ci lasciamo entrambi rincitrullire dal pensiero unico dei medesimi imbonitori radiotelevisivi e dalla medesima pubblicità mercantile?
    Perché mai, giovane o vecchio che sia, io dovrei interessarmi alle sorti altrui, se il regime globale di austerità competitiva, in cui per volere della «Natura» o del «Destino» «tutti noi» ci troviamo [«tutti noi» = il «90%» dell’umanità, le cui risorse sommate insieme equivalgono a malapena alle ricchezze e alle disponibilità del restante «10%»], mi impone di riconoscere ovunque e in chiunque un mio concorrente, avversario, nemico?
    Perché mai dovrei interessarmi alla politica, alla democrazia partecipata, alla storia, al compito culturale che il passato consegna al presente, al futuro, se il pensiero unico di turno mi impone soltanto di amare me stesso qui e ora, di costruire il mio curriculum di formica repressa nel privato e di rendere pubblica la mia immagine digitalizzata sul social network?
    Perché mai dovrei star dietro alle false chimere della «giustizia, solidarietà, eguaglianza, responsabilità», se l’unica verità è l’impossibilità di qualsiasi forma di verità, se l’unico valore è il nichilismo esistenziale, se l’unica vera religione è quella del Dio Denaro?
    Perché mai dovrei anche semplicemente indignarmi o protestare per tutto ciò, a meno che, ovviamente, il cane pregiato del vicino non abbia defecato proprio sulla mia soglia o un bestione olandese orinato nel salotto buono della mia città?

    Un tempo esisteva la dignità umana e la lotta di classe. Oggi la maggioranza invisibile, silenziosa sembra aver rimosso l’una e l’altra. Qualcuno le sublima nel culto dell’Arte e, così si dice, ha deposto una rosa sulla Barcaccia del divo Bernini.

  5. Bella e struggente questa testimonianza, egregio Dottor Movilia, e trovo anche sincero l’attaccamento a questa città allo sbando. Io, però, da parte mia, rivendico il diritto alla nostalgia “del bel tempo che fu” e lo dico in continuazione.
    Mi creda, non è nostalgia vuota la mia

  6. E’ sempre la stessa storia: ogni volta che leggo un racconto di Enzo scatta una tempesta di sensazioni, di emozioni, di sentimenti forti e spesso contrastanti sul senso del nostro vivere quotidiano.
    E, ogni volta, mi pongo delle domande – ribaltando nel mio vissuto passato e presente i casi raccontati così bene da Enzo – … e cerco di darmi delle risposte.
    Questa volta mi son detto, contrariamente a quanto sta scritto nel titolo del racconto: “si, è nostalgia !”. Che male c’è ad ammetterlo ? Che c’è di male nel dire che una volta ogni piccola azione quotidiana aveva sempre come riscontro il gesto attento di un altro “umano” ? Oggi no: oggi viaggia tutto on-line, tutto via web, e la possibilità di interloquire con tanta variegata e, il piu’ delle volte, sconosciuta umanità incute timore, ci rende diffidenti … spesso ostili a priori.
    Io penso che abbia origine tutto da lì: dal modo di comunicare sempre piu’ stereotipato ed impersonale, dall’esigenze – dettata esclusivamente dalla valenza economica – di “fare veloce” di “muovere le cose subito, in tempo reale”, di considerare come utile solo ciò che si traduce in “valuta”, bruciando così ogni attimo ed ogni sentimento come fosse merce di cui rifernirsi in qualsiasi momento attingendo ad un qualsiasi scaffale di un qualsiasi spermercato.
    Epperò sono anche convinto, ed è qui che in me resta viva la fiducia nell’oggi e nell’uomo “vero” di oggi e quindi la speranza in un futuro diverso e migliore, che contino i valori interiori e veri di ciascuno, i valori “nobili” dell’uomo, che conti l’essere piuttosto che l’avere o l’apparire.
    Ma davvero possiamo pensare che, a così tanti anni di distanza, Enzo ed i Suoi due fidati Amici, Gianni e Luigi, si sarebbero trovati in una vecchia trattoria a raccontarsi momenti così belli e significativi vissuti insieme ?
    Davvero sarebbero stati così tanti a presentarsi dinanzi ad Enzo, stanco e sdraiato a recuperare energie dopo lo stress dell’esame di Laurea, a complimentarsi con Lui, a gioire con Lui per il successo di una vita, a manifestargli affetto e partecipazione, se Enzo non fosse stato la bella persona, umana, colta, attenta e disponibile che è ?
    No, io penso che momenti come quello raccontatoci con maestria, avvengano ancora in tanti angoli di Roma, in tante luoghi delle città e dei Paesi della nostra bistratta Italia, …. solo che non ne parla nessuno, non fanno notizia, non fanno audience, non fanno “vendere” …. perchè oggi è piu’ importante parlare di “spread” ….

  7. Signor Enzo, la Sua è vera e propria nostalgia, via, lo sa anche lei altrimenti non fotograferebbe lo sfacelo, fisico, morale, amministrativo, politico e chi ne hs più ne metta,in maniera così accorata ma terribilmente vero e reale al punto che anche le relazioni interpersonali ne sono ampiamente influenzate.
    Provare nostalgia per qualcosa, o qualcuno che non c’è più, non è disdicevole ed hanno ragione i signori Pinuccio e Luigijr a sottolinearlo.
    Ciò detto, la disamina che lei ha fatto è un vero e proprio documento che meriterebbe di essere portato nei Palazzi che contano, ma forse sarebbe cestinato con una scrollatina di spalle ed una punta di fastidio.

  8. Già la nostra Roma, la Roma che ci hanno lasciato in eredita i nostri antenati,la Roma che ci hanno sempre invidiato tutti e che ora è biombata nel degrado: la bella Roma e i romani, con i cambiamenti della società,come ci hai ben fatto capire tu Enzo, con la tua bravura!

  9. Caro Pinuccio, caro Luigi jr,

    ebbene, lo ammetto. La mia è nostalgia, ma non di un generico ed indefinito “tempo che fu” solo perchè fu e non lo è più.
    La mia nostalgia è legata alla dolcezza del ricordo, ma non escludo affatto che anche mezzo secolo fa, o giù di lì, ci fosse, oltre che il buono, anche il brutto ed il cattivo.
    Tu, Pinuccio, da studioso e docente universitario qual sei, hai sezionato per filo e per segno le ragioni ed i termini del mio smarrimento e del mio disagio dinanzi alla realtà in cui sono immerso e con la quale debbo fare i conti, ma a me la diagnosi non basta e la terapia è in mano altrui.
    E tu, Luigijr, quando ti poni la domanda: “che c’è di male nel dire che una volta ogni piccoila azione quotidiana aveva sempre come riscontro il gesto attento di un altro ‘umano’” focalizzi una realtà che è largamente responsabile dell’inaridimento dei rapporti umani, ma la mia osservazione ed il mio quadro di riferimento vanno oltre, direi ben oltre, qusto spaccato ed investono: la caduta dei valori morali, la deresponsabilizzazione del potere politico ed amministrativo, la caduta del prestigio delle istituzioni, della Scuola, ecc. A tutto ciò si aggiunga il fenomeno, relativamente recente, dell’immigrazione incontrollata e la contestuale crisi economica e finanziaria che ha investito il Paese e che ancora imperversa creando disoccupazione e miseria, e si comprenderanno le origini e le cause del “si salvi chi può” che lambisce sempre più strati di popolazione un tempo al sicuro. E siccome sulle macerie volano gli avvoltoi, sempre affamati e sempre in agguato, si spiegano anche i fenomeni di corruzione e di ingordigia che abbiamo dovuto subire e sopportare.
    Ma una volta non c’erano? Penso che ci siano sempre stati, ma è la dimensione che stavolta è impressionante.

  10. Caro Enzo,
    i tuoi ricordi di gioventù, l’atmosfera dei tuoi verdi anni, sono alla base di tanti tuoi racconti. Lo scritto di oggi è un pezzo di vita vissuta e per questo tanto più vero e coinvolgente. In queste righe ognuno vicino alla tua età rivive come sua la tua “nostalgia” che inutilmente tu neghi come tale. Penso ai nostri vecchi e ai ricordi della loro gioventù, quando si baciava la mano del nonno e si dava del Voi ai genitori. Sai che mi fai pensare all’America d’oro della nascita di Topolino e della sue avventure in cui i sentimenti erano sinceri, le porte di casa con la chiave appesa all’esterno e la speranza di un mondo migliore era imminente?
    Chissà quale sarà la nostalgia dei nostri nipoti in un mondo come quello attuale? Troppa tecnologia, troppi “estranei”, troppo…

  11. Caro Enzo, sai bene che si chiama evoluzione, il mondo cambia come sono cambiati i nostri sindaci, voi avete il medico noi il radical schic,la faccia della stessa medaglia con gli stessi guai questa si che è unificazione
    Antonio

  12. Carlo Cochi // 27 febbraio 2015 a 9:31 // Rispondi

    Ma come si fa a non avere nostalgia dei tempi in cui tutto sembrava incoraggiare ad avere fiducia nei propri simili, nelle istituzioni, nella scuola, nell’economia, nel vicino di casa, e via elencando.
    Mio padre racconta che gli anni Sessanta, specialmente quelli prima del fatidico 68, a suo parere spartiacque vero o presunto di due epoche,con lui ventenne ed i suoi genitori ancora in attività lavorativa, l’economia cresceva e si espandeva in ogni settore, la politica era guidata da uomini di grande spessore e caratura morale, gli investimenti, in primis la costruzione dell’autostrada del Sole, avevano reso l’Italia tutto un cantiere e gli italiani erano preda della voglia di frigorifero e di lavastaviglia, di televisione e di vacanze in Versiglia, a Rimini e a Taormina.
    E così elencando e così rimpiangendo.
    Oggi la situazione è la stessa? No, ed allora perchè, oltre a tutto il resto, chi ha l’età del rimpianto non deve provare nostalgia per quell’epoca?
    Mio padre ha ottanta anni ed ha la memoria dell’elefante, perciò quando mi parla di nostalgia credo abbia le sue ragioni per dirlo.

  13. filippo peruzzi // 9 aprile 2015 a 12:40 // Rispondi

    Grande Enzo !!!! Forse sei anche più romano di me !!!!

  14. E’ nostlgia, è nostalgia, altrochè se lo è.
    Ma non ce l’ha solo lei, mi creda!

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