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Ovidio, poeta del futuro

  “Omnia mutantur, nihil interit”, “Tutto cambia, nulla perisce”. Così Ovidio nel libro XV delle “Metamorfosi”, la sua personale visione del mondo, il “panta rei” che ogni cosa trascina e rinnova in un flusso costante e perenne. E’ il “fieri”, il divenire eracliteo, quel respiro d’infinito che, trasfigurato nell’afflato poetico, impregna la sua vita e la sua opera, in un continuo gioco di richiami.

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L’una quasi immagine speculare dell’altra per quella ricerca di una pienezza che si riflette poi nell’atto creativo, dove la ricerca si estende alle origini: il Mito quale paradigma e allegoria eroica dell’umana esistenza. E le “Metamorfosi”, il continuo trasmutare dell’essere, è il suo momento più alto, come appare nella mostra alle Scuderie del Quirinale, “Ovidio. Amori, miti e altre storie”.
Amore, il fulcro della sua ars poetica nonché il lievito del suo quotidiano, perché Ovidio fu un gaudente, seppe spremere i succhi della vita, trasferendoli poi nell’arte,   un lungo e corposo elenco di opere che, nei secoli, hanno a loro volta ispirato altra arte, dalle belle lettere alla pittura, alla scultura, alla musica. Tutto si trasforma, appunto, ed ecco, a inizio mostra, accoglierci, quale nume tutelare, Ovidio rappresentato su tela, autore, ai primi del ‘500, Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano. Intorno è un tripudio di parole scritte, come le “Metamorfosi” in membranaceo del XII secolo o quella del 1300 o, ancora, una prima edizione stampata a Bologna nel 1471 ad opera di Aldo Manuzio. Di certo furono gli amanuensi nel chiuso degli “scriptoria” a tramandare non solo Ovidio ma tutto il patrimonio classico che altrimenti sarebbe andato perduto.
Continua il percorso che narra di Ovidio e la sua ars amandi e vi compaiono statue di grande bellezza, come una Venere Callipigia del II secolo d.C. ed un Eros del I che sembra prenderla di mira: sullo sfondo un affresco pompeiano del I a.C.  con un lussureggiante giardino. Ed è sul tema della sessualità come licenza, tema sviluppato da Ovidio in elegie e poemi (vedi “Ars amatoria”) che si verifica il primo scontro con l’autorità imperiale, Cesare Augusto, il quale intende moralizzare i costumi evocando la tradizione dei Padri. Eccolo in veste di “pontifex maximus” (una magnifica statua proveniente da Aquileia) con accanto la moglie Livia (anche lei fissata nel marmo) che si rivolge agli dei protettori della “gens Iulia” da cui egli discende. Ed è un altro motivo di scontro, perché Venere, Marte e Apollo non sono per Ovidio “intoccabili”, tutt’altro.
Venere è sì una dea affascinante e di grande bellezza (come la soave “Venere pudica” del Botticelli) ma  troppo presa dalle sue tresche d’amore con Marte per occuparsi degli umani destini. Ed anche moglie fedifraga che, sorpresa in flagrante, verrà punita da Vulcano insieme all’amante (terrecotte, affreschi e tele, in particolare il Carlone, metà ‘600). Ma gli altri non sono stinchi di santo, Diana, che pure la frequentazione di boschi, fiumi e valli dovrebbe addolcirne il carattere si dimostra invece di raffinata crudeltà verso il povero Atteone e, Apollo, dio della musica e quindi dell’armonia non esita a scuoiare vivo Marsia (con Dafne è un’altra storia: frustrato perché lei trasmuta in alloro pur di sfuggirgli). Insieme compiono il massacro dei Niobidi, una strage che non risparmia neanche il più piccolo, nonostante le suppliche materne (e qui ancora affreschi pompeiani, statue, rilievi marmorei, un bel dipinto di scuola giorgionesca).
E che dire di Giove, che ne combina di tutti i colori, ora in veste di cigno (uno splendido gruppo marmoreo), ora in quella di toro (“Il ratto di Europa”, del grande Tintoretto), ora in quella di aquila (un bel bronzo dell’Ammannati), sempre lì a fare il seduttore e ben poco attento alle umani sorti. Ma non è finita qui, c’è la complessa storia di Venere e Adone (una drammatica “Morte di Adone” del fiammingo Cornelis Pieter Holsteijn), Teseo per nulla eroe che abbandona Arianna, pur essendo uscito dal labirinto grazie a lei (e se ne invaghirà Bacco, vedi l’elegante tela di Pompeo Batoni), Narciso e le sue ossessioni, Dedalo e Icaro (un ricco cratere apulo e la bellissima sequenza pittorica di Carlo Saraceni), la tragica storia di Ippolito e Meleagro (di spettacolare teatralità l’olio di Joseph Désiré Court) ma anche quella, commovente, di Piramo e Tisbe, che anticipa Romeo e Giulietta (e forse fonte di ispirazione per Shakespeare, ben attento al mondo antico).
Ma, se nell’insieme la rivisitazione dei miti è compiuta da Ovidio usando un registro fra dramma e ironia, il tono generale è decisamente iconoclasta (soprattutto con le divinità maggiori), cosa che Augusto il pio, con la sua linea rigorista, di una morale nel segno dei Penati, non poteva tollerare. Già v’era uno scandalo a corte, la figlia Giulia Maggiore, la cui condotta sregolata provoca l’ira paterna e la condanna all’esilio. Ed esiliato sarà pure Ovidio, a Tomi, remoto avamposto romano in Asia Minore dove, nonostante le suppliche inviate a Roma, finirà i suoi giorni. Ma, come aveva previsto, la sua opera non cadrà nell’oblìo, nel tempo divenendo quasi un archetipo nel segno della bellezza. Ovidio, con il suo affabulare di esseri e cose che agisce in una dimensione di continuo mutamento, supera i confini dell’umano e, nel contempo, ne stabilisce le regole. E la sua opera si eterna e lui diventa così poeta del futuro perché la storia umana è soprattutto metamorfosi.

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“Ovidio. Amore, miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale fino al 20 gennaio 2019. Da domenica a giovedì h.10-20, venerdì e sabato h.10-22,30. Biglietto euro 15 intero 13 ridotto (audio guida compresa). Per informazioni www.scuderiequirinale.it

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