Quel famoso Giorgio

Quel famoso Giorgio
di Antonio Mazza
”Le vite” erano più che sufficienti ad assicurargli fama imperitura, perché la critica d’arte ha qui le sue radici, nel metodo di rappresentare le biografie “dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”. Estetica e vita d’artista, magari anche con un pizzico di gossip, per un lavoro monumentale che va dal medioevo alle soglie del barocco. Ma Giorgio Vasari era anche lui del mestiere, pittore e architetto, come si presenta a suggello delle “Vite”, “Avendo io fin qui ragionato dell’opere altrui voglio anco nel fine di queste mie fatiche raccòrre insieme e far note al mondo l’opere che la divina bontà mi ha fatto grazia di condurre”. E, a 450 anni dalla morte, i Musei Capitolini propongono ”Vasari e Roma”a cura di Alessandra Baroni, promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed organizzata con MetaMorfosi Eventi in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.
Fu Luca Signorelli che nei disegni del piccolo Giorgio intuì una vena artistica, sollecitando il padre a farlo studiare (“Antonio, poiché Giorgino non traligna, fa ch’egli impari a disegnare in ogni modo”). E il ragazzo andò a bottega avendo ottimi maestri come Andrea del Sarto e Michelangelo Buonarroti ma decisivo fu il suo viaggio a Roma, al seguito del cardinale Ippolito de’Medici, immergendosi non solo nelle bellezze dell’Urbe ma nel suo clima di fervido umanesimo. Dal Torso del Belvedere (in calco nella mostra) alle Stanze di Raffaello ai reperti romani disseminati ovunque e i risultati si vedono in opere come “Cristo portato al sepolcro” (1532), un po’ statico nella composizione (il movimento è nella figura del cavaliere sullo sfondo) mentre la “Natività” (1538) appare racchiusa in un alone mistico che rimanda alla pittura sacra della prima rinascenza.
Superato il primo periodo di noviziato romano (la prima sala, cioè “Vasari a Roma nel 1532 e 1538. Lo studio dell’antico e da Raffaello”), inizia per Vasari un periodo florido, di committenze prestigiose, grazie al banchiere Bindo Altoviti (la sua magnifica villa sulle sponde del Tevere venne demolita per costruire i muraglioni ma parte delle decorazioni sono ora al museo di Palazzo Venezia). Questi lo introdusse alla corte del cardinale Alessandro Farnese (vedi il bellissimo ritratto di Perin del Vaga, 1540-47) per il quale realizzò i monumentali affreschi celebrativi del pontificato di Paolo III Farnese nel Palazzo della Cancelleria (seconda sezione: “Alla corte del cardinale Alessandro Farnese: la Sala dei Cento Giorni e gli artisti forestieri”). Un capolavoro del manierismo eseguito in soli 100 giorni e, forse solo aneddoto un po’ maligno, quando Michelangelo potè ammirarlo commentò “…e si vede!”.
Se Raffaello è un punto di riferimento, come appare evidente soprattutto nel “Ritratto di gentiluomo” (1540-50), meno in “Madonna con il Bambino e San Giovannino” (1544), dove si avvertono influssi della scuola toscana (Pontormo, Rosso Fiorentino, già evidenti nel su citato “Cristo portato al sepolcro”), anche Michelangelo, con le sue torsioni, è presente in opere più tarde, vedi “Chiamata di San Pietro” (1551), “San Giovanni evangelista” (1571), “San Matteo evangelista” (1571). Di certo Vasari fu un ottimo interprete di quel gusto scenografico che caratterizza il Manierismo, con talora delle soluzioni di linguaggio che colpiscono l’attenzione, come nella “Resurrezione di Cristo” in due versioni, la prima, 1545, in collaborazione con Raffaellino del Colle, allievo di Raffaello, drammatica e di movimento, con il Cristo in fuga ((anzi, in corsa) dal sepolcro che trasvola sui soldati atterriti e la seconda, 1550, invece più pacata, negli schemi classici del Salvatore che trionfa sulla morte.
“Le vite”, terza sezione della mostra, edita in tre libri nel 1550 e poi riveduta e corretta nel 1568, il cui ispiratore è Michelangelo, qui in un bel busto bronzeo di Daniele da Volterra, ed evocato da alcune lettere: “Le favole del mondo” (1559), spedito dal Maestro a Vasari e l’altra da questi a Michelangelo affinché perori presso Giulio III per il pagamento de “La chiamata di Pietro”. Ma l’impegno romano di Vasari continua, malgrado le disillusioni, come l’averlo un po’ emarginato nei lavori per Villa Giulia. Lascia testimonianze in palazzi, la Cancelleria, villa Altoviti, e chiese, come San Pietro in Montorio e San Giovanni Decollato che, grazie all’apporto di altri pittori toscani, può essere considerato il tempio del manierismo fiorentino a Roma. E qui, regnando Pio V, viene insignito dell’onorificenza dello Speron d’Oro (come figura nel bel ritratto di Giovanni Stradano), essendosi dedicato alle cappelle della Torre Pia in Vaticano (da cui provengono gli Evangelisti) ed avendo partecipato alle decorazioni della Sala Regia del Palazzo Apostolico (in mostra il disegno preparatorio della “Battaglia di Lepanto”). E si chiude qui la quarta ed ultima sezione della mostra.
Una religiosità semplice e spontanea la sua, di immediata lettura, anche partecipata se vogliamo, quale traspare da “Cristo eucaristico” (1571), dove la delicatezza del segno traccia una figura non enfatica, come in molte rappresentazioni coeve, bensì di profonda e dolente umanità. E anche in altre opere si avverte una pacatezza di fondo, “Madonna della Misericordia” (1557), “Sacra Famiglia” (1560), “Annunciazione” (1570) , “Cristo nell’orto” (1571), anche se ogni volta l’impianto narrativo si sviluppa con talora marcati accenti scenografici. Ma ciò non toglie che la pittura vasariana abbia un fascino particolare in quanto il suo manierismo, nutrito di linfe diverse (Michelangelo, Raffaello, Pontormo, Rosso Fiorentino, come già accennato) si compone in una miscela densa e luminescente che anticipa il linguaggio del Barocco.
“Vasari e Roma” ai Musei Capitolini, fino al 19 luglio, tutti i giorni h.9,30-19,30. Biglietto euro 19,50 intero per i non residenti, 14 ridotto. Gratis con la Mic Card. Per informazioni 060608 e www.museicapitolini.org











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