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Quel sapore d’Infinito

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Forse pochi momenti poetici hanno saputo rendere quasi fisicamente la nostalgia di un “oltre” come “L’infinito” di Giacomo Leopardi. Qualcosa che è lontano e, al contempo, si riflette in noi però come un’assenza, un vuoto che respinge ed attrae: il “panta rei” nel quale tutto trascende e diviene memoria. E noi stessi sfumiamo nella nebbia del ricordo e tuttavia, nella fase del transeunte, in quel punto di fuga, possiamo racchiudere un frammento di eternità, l’attimo unico, e fissarlo per sempre nell’immagine poetica. Così naufragare è dolce nel mare dell’immensità dove si dissolvono le nostre ombre, ma qualcosa pur resta di quell’intimità rubata, come nel caso del bardo di Recanati e la sua “emozionale avventura ontologica dedicata all’habitat naturale e all’essere in sé”.
E un passaggio della prefazione di Cinzia Baldazzi a “Duecento anni d’Infinito. 1819-20019”, illustrato dal pittore Maurizio Pochesci. Scrittrice e critica letteraria Cinzia prosegue qui la sua lodevole opera di diffusione del “logos” poetico, sia dedicando visi (“Passi nel tempo”, “Ombre poetiche”. “Era tre”), sia presentando nuovi autori, attività che le ha valso, nel 2018, il riconoscimento alla carriera, “Labore Civitas”. E qui appare in buona compagnia, ché Maurizio Pochesci è insieme pittore e curatore artistico e nel suo curriculum figurano mostre di grandi maestri del nostro tempo (Schifano, Calabria ed altri). Ma torniamo al tema principale. Dell’Infinito, oltre ad un’analisi “tecnica”, cioè strutturale, semiologica e, ovvio, squisitamente poetica, la Baldazzi propone una lettura interna al componimento stesso. L’Infinito come dilatazione dell’io ed è così che viene interpretato dai 60 poeti che s’immergono nei meandri del messaggio leopardiano per coglierne l’essenza e tradurla secondo la loro sensibilità.
Il libro in effetti è anche e soprattutto un’antologia poetica dove quell’ “oltre” ha quasi (no, senza quasi) un significato pànico, di fusione-perdita (ma anche di nuova consapevolezza) dell’io nel vento, negli spazi solitari: in un orizzonte lontano. Un’antologia di buona qualità, come resa poetica, e se, per ragioni evidenti, appare impossibile citare tutti i partecipanti a questa sorta di certamen leopardiano, pure bisogna coglierne i palpiti a volo radente, per così dire. L’interiorizzazione di un universo senza confini, l’andare verso “l’immortalità che mitiga il dolore”, come scrive Alessandra Costanzo in “E l’anima non è più”, e placa “quell’insonne male di dentro” per poi proiettare l’essere “in un cielo infinito senza stagioni,/ dove volge e si perde l’umano cammino” (“Tabor”, di Antonio Damiano).
Ma in questo vagare è anche possibile l’ironia, il non prendersi sul serio in quanto solo pedine di un gioco più grande, persi come siamo in un enigma cosmico (è il termine giusto). Ed è il gustoso clima quasi ludico di “Giacomo e Adelaide”, duetto immaginario in versi fra il poeta di Recanati e la madre Adelaide Antici, di Rita Laganà e Domenico Sacco. Ma la solitudine resta la nostra condizione, l’uomo al centro di un flusso infinito, dove “l’eco d’un vagito alla soglia/ d’un mondo che saprà ostile nel tempo” (“Alla luna”, di Rosetta Sacchi) crea quel senso di straniamento che, mai come oggi, vibra fra le righe del nostro quotidiano esistere.  E anche l’afflato lirico rischia di venire meno, quell “ermo colle…che ritrovai/ dopo tanti anni avanti/ pieno di gente/ e pieno di rumore” (“L’infinito”, di Salvatore Armando Santoro).
Nell’epoca dei selfie e delle fake news, in un’epoca arida dove poco o nulla di sacro sembra resistere al turismo di massa e alla vacanza “all included”, tuttavia qualcosa si ostina ad esserci. E’ appunto la voglia di trascendere la nostra limitata identità terrena e andare “oltre” e chiamiamola pure poesia, che si può esprimere per endecasillabi o a versi sciolti, come appunto in questo libro. E se qui la traccia è segnata nel sofferto immanentismo leopardiano, quindi segue una direttrice precisa, pure trascende ogni regola e il pellegrinaggio poetico tende a orizzonti lontani e remoti paesaggi dell’anima: “là-bas”, come dice Baudelaire.

“Duecento anni d’Infinito, 1819-2019. Poesia e pittura nel bicentenario dell’idillio leopardiano”, di Autori vari, a cura di Cinzia Baldazzi e Maurizio Pochesci, Intermedia Edizioni, pagg.160 euro 12.

2 Commentia“Quel sapore d’Infinito”

  1. Cinzia Baldazzi // 5 agosto 2019 a 20:17 // Rispondi

    Grazie, Antonio, per la recensione-saggio ampia e “progressiva” (come, del resto, le “magnifiche sorti” de “La Ginestra”, tanto per rimanere in tema…).
    E complimenti per il sito.

  2. Il Grande Giacomo Leopardi , uno dei miei preferiti
    Complimenti anche alla Grande Cinzia Baldazzi per la sua Bravura .
    Un abbraccio da Melbourne .

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