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Quelli di piazza Colonna

A Roma, nel salone d’ingresso de “Il Messaggero”, protetto da una grossa bacheca di vetro figura quello che, per i più giovani, è un oggetto misterioso. In effetti non ne hanno memoria perché non appartiene al loro tempo, il tempo degli smartphone e dei selfie: quello che appare sotto vetro, ormai reperto di archeologia industriale, è il testimone di un’epoca dove la parola scritta aveva una sua precisa identità. Era giù in tipografia che la linotype, con il suo ritmico sferragliare, dava forma a idee e concetti che poi, fissati sulla pagina, avrebbero circolato fra la gente.

linotype

Ogni giorno si ripeteva questo rituale dove creatività umana ed impulso meccanico si fondevano per realizzare il prodotto stampato, il giornale, e se oggi le tecniche sono ben diverse (da almeno trent’anni linotype, piombo e flani godono di meritata pensione), pure, innanzi a quel macchinario esposto nel salone d’ingresso, in noi giornalisti ex giovani si riaccende la trama dei ricordi e torna quel tempo eroico di entusiasmo, sudore e Lettera 22.
E l’occasione me la fornisce il libro di un collega, Silio Rossi, “Il Tempo, eravamo insieme tutto il resto l’ho scordato”. Gli anni passati insieme a Palazzo Wedekind, lo storico edificio costruito nella zona sacra alla dinastia degli Antonini, ristrutturato a metà ‘800 e sede delle poste pontificie fino al 1870. Anni che Silio ripercorre da quando, ancora un “pischello” fresco di università, la Pro Deo, ora LUISS, dove entrambi avevamo frequentato i corsi di specializzazione giornalistica, tentava la via della carta stampata. Allora, anni ’60, c’era la possibilità di farsi le ossa, soprattutto con le sostituzioni estive e poi, se riuscivi, magari t’assumevano, mentre oggi, con la crisi dell’editoria, è un terno al lotto (anche come semplice collaboratore la situazione è piuttosto precaria). Di certo Silio era determinato e scriveva i suoi articoli sul calcio ed altri avvenimenti sportivi dapprima come esterno, poi praticante ed infine assunto con regolare contratto al Tempo, nella redazione dello sport.
All’epoca lo dirigeva con mano energica e gran fiuto politico (e culturale: firme di prim’ordine) Renato Angiolillo, che l’aveva fondato nel 1944, la tipografia al pianterreno e due piani occupati da giornalisti e amministrazione. Il centro nevralgico era lo spettacolare e magnifico salone ottocentesco, dal pavimento impreziosito da mosaici e l’elegante soffitto a cassettoni con supporto di cariatidi. Qui, disseminati nei box che occupavano il salone, c’erano i vari servizi e, nel pomeriggio, era una sinfonia di tasti in movimento, il nervoso ticchettìo delle portatili per scrivere il “pezzo” da mandare giù in tipografia. Un’atmosfera elettrica avvolgeva allora l’intero giornale, si lavorava per il giorno dopo e Silio, come gli altri, scendeva poi giù a controllare, magari tagliando qualche riga di piombo superfluo al suo articolo, mentre il proto era alle prese con il flano per la pagina e, in un altro reparto, operavano i correttori di bozze.
Ovviamente il libro è tutto un “amarcord”, tenero ed affettuoso come lo sono le lontane immagini della gioventù, con situazioni e personaggi che anch’io conservo nel mio archivio di ricordi. Ma Silio ha vissuto più direttamente, io ero esterno, pubblicista (divenuto negli anni, ben 25, collaboratore “storico”) e tuttavia quei personaggi che cita li ho ben conosciuti ed apprezzati. Come il trio cui dedica il libro, Giuseppe Presutti, Sandro Frosoni e Gianfranco Giubilo, che furono i suoi mentori (e l’indimenticabile Sandro anche il mio). E sin dalle prime pagine si delinea l’immagine corale di quel variegato universo che abitava a palazzo Wedekind, un vivace campionario caratteriale dove davvero trovavi di tutto (fra giornalisti, tipografi ed amministrativi negli anni d’oro superammo le 200 unità).
Silio traccia profili redazionali che restano impressi e qui ne cita alcuni (l’elenco sarebbe lungo, soprattutto se scavo anch’io nella memoria), Pippo Puglisi, perfetto gentleman, Gianni Lazotti, il “gigante buono”, Vanni Angeli, “una vera e propria macchina da guerra”, Antonella Pirrottina, “la prima vera lady del calcio”, il mitico paparazzo Rino Barillari, il buon Marcello Zeri, redattore capo, Ruggero Marino, inviato speciale, Emidio Iattarelli, Angelo Frignani, Marcello Fratoni, Giorgio Torchia, Claudio Trionfera e tanti altri. Ma il centro “umorale”, per così dire, era la tipografia, dove, nella fase canonica dell’impaginazione, in quel colorito caos che coinvolgeva giornalisti, linotipisti e correttori di bozze, forse (anzi, senza forse), per stemperare la tensione, scoccava il tempo del “cazzeggio”.
Nel 1973, alla morte di Angiolillo, subentrò Gianni Letta, direttore amministrativo, che restò in carica fino al 1986. Furono gli anni d’oro del giornale, alte le vendite per un prodotto senz’altro di qualità, con pagine ben curate come quelle della cultura, dello spettacolo e, naturalmente, dello sport, dove Silio, spesso inviato a seguire avvenimenti internazionali, si faceva notare per l’acutezza dei giudizi. Sì, era davvero un bel periodo che si protrasse anche il dopo Letta, finquando, dopo vari passaggi di proprietà e la discutibile gestione di Andrea Riffeser, contraddistinta dal leggendario sciopero di 40 giorni dell’intero corpo redazionale, iniziò il lento declino del Tempo. E la diaspora dei giornalisti, emigrati verso la Rai o altre testate, me compreso, che vissi l’effimera stagione dell’ “Informazione” e quella altrettanto effimera del tentativo della “Stampa” di ampliare la redazione romana creando un inserto a più pagine.
Una bellissima passeggiata a ritroso nel tempo del Tempo (sì, qui il bisticcio di parole ci sta proprio bene), a ritrovare quell’umanità che faceva squadra per “essere sul pezzo”. E, fra un aneddoto e l’altro, tornano i colleghi che non ci sono più e quelli ora in pensione e torna anche il periodo della goliardica sinergia redazione-tipografia, il telex che batteva i pezzi d’agenzia, i dimafonisti nei loro box, le redazioni di provincia con le notizie locali, la sospirata pausa al caffè Berardo e tutto un mondo racchiuso in quell’elegante palazzo di piazza Colonna. Ma resta, intatta, la vena del mestiere perché, come diceva il mio capo servizio, Tonino Scaroni, “il giornalismo è una malattia”.
Concordo e sottoscrivo.

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“Il Tempo, eravamo insieme tutto il resto l’ho scordato”, di Silio Rossi, Edizioni Cantieri Digitali.

1 Commentoa“Quelli di piazza Colonna”

  1. Carlo Palumbo // 22 gennaio 2021 a 17:43 // Rispondi

    Un magnifico ricordo, che condivido con nostalgia. Con Silio Rossi, eccellente collega, ho lavorato per alcuni anni. E Antonio Mazza, oltre che un collega e un amico, è mio cugino. Io sono capitato al Tempo quasi per caso. Riffeser cercava un capocronista e mio fratello Mario segnalò a lui e a Franco Di Bella, che era il direttore editoriale, che io ero libero, dopo essere stato caporedattore del Corriere d’Informazione e direttore della Notte. Io ero perplesso: il capocronista di un giornale romano dovrebbe essere romano, non milanese. Mi chiamò il direttore del Tempo, Gianni Mottola. Gli esposi le mie perplessità e lui insistette: altrimenti, mi disse, l’alternativa era un giornalista proveniente dal Belgio. Allora sono più vicino io, risposi. E accettai. Al Tempo ritrovai molti colleghi, primo fra tutti Tonino Scaroni, un caro amico da molti anni. E una redazione composita: Il Tempo passava per essere un giornale di destra, eppure era pieno di giornalisti di sinistra, a cominciare da un gruppo di colleghi provenienti da Paese Sera (il miglior quotidiano del pomeriggio, comunista). Non so che cosa sia oggi Il Tempo, forse non è più neanche un giornale. Allora era un ottimo quotidiano, con bravi giornalisti “di tutti i colori”. Con Mottola e il suo vice Bruno Costi facevamo un bel giornale ed eravamo riusciti a far aumentare le vendite. Poi, con i successivi editori, siamo andati sempre peggio… Appena ho maturato l’età della pensione me ne sono andato. Mi è rimasto il rimpianto del Tempo che ho vissuto con Antonio, Silio, Tonino…

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