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«Richard II» al Teatro Nazionale

Riccardo II - coronadi Cinzia Baldazzi.

Mutare l’ordine delle cose in modo da lasciare ogni regola intatta: pare sia l’oracolo ciclico da ascoltare per assecondare il demone del potere, un δαίμονας (dàimonas) adeguato a stringere in una catena dove la successione sarà ancora più cinica e cruenta. Riflettevo su tale dinamica prima di assistere allo shakespeariano Riccardo II (The Tragedy of King Richard the Second), nella versione di Alessandro Serpieri già al Nazionale di Roma e in tournée a gennaio – 10-14 al Teatro “Verdi” di Padova, 16-17 al “Verdi” di Pordenone – condividendo, soprattutto, l’angosciante dilemma suggerito dal regista e curatore della riduzione Peter Stein: «Cosa resta della legittimità di un governante quando perde il potere?».

L’insigne Elisabetta I Tudor, a capo di Inghilterra e Irlanda dal 1558 al 1603, era solita esclamare: «Riccardo sono io». Alludeva al tirannico e problematico sovrano del ramo principale dei Plantageneti (con antenato Goffredo V d’Angiò il Bello), vissuto nel Trecento, con il pregio di annoverare, tra i diplomatici, il Geoffrey Chaucer dei Racconti di Canterbury: predestinato a regnare fin dalla nascita, lottò per continuare a comandare con quattro parenti e relativi figli. L’illustre regina Tudor, che vantava il medievale predecessore come alter ego, fu ripetuto oggetto di tentativi di allontanamento violento dal seggio regale – la madre era la cattolica Anna Bolena (deceduta sul patibolo) – ma annientò il rischio sopprimendone gli artefici. Associava quindi se stessa a un uomo toccato da una sorte emblematica di vittorie e sconfitte, però protagonista sulle scene, nell’èra a lei contemporanea, di allestimenti molto graditi dal pubblico e dalla Corte.

Riccardo II - contendenti

Nella produzione del Teatro Metastasio di Prato, Riccardo II è interpretato, a sorpresa, da Maddalena Crippa. Il baratto tra personaggi-attori femmine e maschi, a totale vantaggio del sesso forte, ha accompagnato dagli inizi il millenario iter della tecnica e della struttura del messaggio teatrale, giungendo integro al periodo elisabettiano: pertanto, la decisione di indurre la Crippa ad animare il tormentato re ucciso in un complotto dai Pari d’Inghilterra, è sintomatica di un lacerante scetticismo allineato al Kunstwollen del repertorio del celebre Bardo. Non si tratta, allora, da una prospettiva utopica, comprensibile e soddisfacente, di un ribaltamento di pertinenze comportamentali e storiche, dal bene al meglio o, purtroppo, dal male al peggio, come accadrebbe, per noi tutte, in giorni natalizi, se il ruolo di Babbo Natale, patriarca acclamato di festività e strenne, fosse scambiato con la leggenda della Befana (dal lessico greco Epifania – ἐπιφάνεια, epifáneia – modificato in bifanìa e befanìa: onorata in Italia e poco nel resto del mondo): dalle sembianze spiacevoli, con miseri indumenti, priva della folcloristica slitta trainata da renne, viaggia nel buio della notte a cavallo di un manico di scopa, per infilarsi nella canna fumaria di stretti camini. Ritengo di immedesimarmi con maggior intimità nell’umile anziana semi-clandestina dispensatrice di balocchi e carbone, poiché simbolo di un atteggiamento nei confronti della vita guidato da un giudizio sulla bontà utile alla sopravvivenza, assai diffusa tra le donne, e non dalla “correttezza” – piuttosto orientata alla meritocrazia – di Santa Claus (appellativo derivante da Sinterklaas, nome olandese di san Nicola).

Del suo Riccardo II, la Crippa, valida attrice, sedotta e seducente dal potere della bellezza, ha dichiarato: «È molto faticoso incarnare una figura maschile, ma è anche un pozzo inesauribile di meraviglia e di approfondimento, che non finisce mai». Circa duemila anni orsono, d’altronde, nell’antica Repubblica (IV sec. a.C.), Platone biasimava gli uomini inclini a recitare parti deboli nella carica psichica ed etica (ad esempio, una giovane dal cuore infranto), sino ad acquisirne, perciò, le scarse tensioni operative nella quotidianità: di conseguenza, tra i maschi  non era vera supremazia indossare panni muliebri, essendo e rimanendo dei “falsi”, impoveriti delle caratteristiche autentiche, a loro sconosciute nel gestirle. Non a caso, la società puritana del Seicento inglese ne accentuò l’istanza ideologica.

Riccardo II - assemblea

Così pensando, prendo posto per apprezzare la pièce scritta quasi per intero in endecasillabi: sono stimolata dalla scoperta delle soluzioni adottate da Stein per rielaborare la radice semantica di base, rendendola duttile ed espressiva, serbandone però la solennità con stile consono e scenografia accurata. Precisi suoni-rumori, rintocchi di gong, sono presagio di episodi gravi, mentre ad annunciare tragedie lontane o remote ecco colpi cadenzati, cupi e sordi. Nel salto tipico del mistero meta-linguistico, i dialoghi installati nell’hic et nunc narrativo dell’epoca godono di mittenti e destinatari sfiorati dall’attualità (come l’accusa dei Lords alla corona di “svendere” lo Stato…). Essenziale è l’habitat tracciato da Ferdinand Woegerbauer, con un sacrale pannello nei toni neutri del grigio e del nero, con le luci di Roberto Innocenti a modulare colori accesi o coprenti, e i costumi di Anna Maria Heinreich, efficaci evocatori di arazzi trecenteschi, tra maglie di ferro e casacche istoriate. Con un background di per sé suggestivo, arricchito delle immagini di tele pittoriche, la performance è incrementata in un notevole contrappunto cromatico.

Tutto ha inizio quando Henry Bolingbroke (il coprotagonista Alessandro Averone), dinanzi a Riccardo II, nipote del padre John Gaunt (Paolo Graziosi) e quindi sul trono per discendenza, attribuisce al fedifrago Mowbray, il Norfolk Duke (Graziano Piazza), l’infausta e violenta scomparsa dello zio, Thomas Woodstock di Gloucester. Un avvincente circolo referenziale si riflette in angosciose e temute sfumature della doppiezza umana, sebbene soggetta all’immoralità criticata e sofferta: la colgo osservando, in particolare, il giovane Averone, il quale, afflitto, ricevendo il sicario del monarca deposto, dirà infine: «Non amano il veleno quelli che del veleno hanno bisogno. Così io te. Seppur desideroso della sua morte, odio il suo assassino; amo la vittima, non l’assassinio». L’intrecciato tessuto dinastico, di continuo trafitto e ripudiato da corruzioni e tradimenti, lascia con il fiato sospeso e, ponderando il luogo comune “parenti-serpenti”, ipotizzo sia d’obbligo, per decifrare il sia pur empio ed esecrando modus vivendi di tale casato, non riservare spiazzanti condanne sull’imperante malvagità reciproca: di amore famigliare, nel senso sano del termine, riesco a rintracciare solo pause minime.

Richard II - duello

Per sedare la disputa generata, Riccardo II, da giudice e arbitro indiscusso, promuove un combattimento in una giostra estranea al contesto di “teatro di parola” finora in progress: in una platea abbastanza sorpresa, ammiro quindi un’altalena cadenzata di imponenti armature e aste affilate pronte a ferire o eliminare l’antagonista, mentre il significato, la pertinenza inerente la prossemica stessa, ottengono il ruolo preminente di trasformare il palcoscenico in un’intelaiatura metaforica dove dipingere plastiche composizioni di corpi. D’improvviso il duello è interrotto con l’annuncio di un esilio perenne per Mowbray e della durata di «sei inverni» per il cugino. Il plot, malgrado la presenza di numerose figure complementari, prosegue con la ribellione dei Lords, per giungere all’incoronamento del rimpatriato Bolingbroke (forse una pre-pirandelliana creatura sconfitta dal relativo personaggio) come Enrico IV. Enfatizzando l’asprezza shakespeariana originaria, nel volere Maddalena Crippa ad affrontare le vicende concomitanti e antinomiche del sovrano, Peter Stein evidenzia in chiave fisica e biologica due o più volti, eguali e contrari. In chiusura, davanti a uno specchio, la voce addestrata dell’attrice, per mezzo di un attento training, trasferisce lo spettatore in uno stato d’animo nelle pieghe dell’interiorità, qua e là esplicitata in toni trionfali e timbri dolenti e disperati:  «Voi potete spogliarmi dei miei titoli, della mia maestà, delle mie glorie. Delle mie pene, no, perché di queste ancora e sempre sarò io il re».

Dopo gli applausi calorosi, non affaticata dalla lunghezza dello spettacolo, sono inquieta e sensibilizzata dalla domanda: è possibile un’Autorità che sia dalla parte di chi la subisce? Attraversando la sala, ho l’impressione di riascoltare le battute finali del Vescovo di Carlisle (di nuovo Piazza), quasi una scorciatoia per imboccare la via risolutiva del quesito: «Ma a quale suddito fu mai concesso di pronunziar sentenza sul suo re?».

Richard II

di William Shakespeare

traduzione Alessandro Serpieri

riduzione e regia Peter Stein

con Maddalena Crippa (Richard II), Alessandro Averone (Henry Bolingbroke), Gianluigi Fogacci (Duca di York), Paolo Graziosi (John Gaunt/Un Capitano gallese/ L’abate di Westminster), Andrea Nicolini (Conte di Northumberland), Graziano Piazza (Thomas Mowbray/Il Vescovo di Carlisle), Almerica Schiavo (La Duchessa di Gloucester/La Duchessa di York), Giovanni Visentin (Araldo I atto/Lord Willoughby/Sir Piers Exton), Marco De Gaudio (Araldo I atto/Lord Ross), Vincenzo Giordano(Henry Percy), Luca Iervolino (Il Lord Maresciallo/Il Conte di Salisbury/Un assassino), Giovanni Longhin (Araldo atto IV/Sir William Bushy/Il Carceriere del Tower), Michele Maccaroni (Araldo atto IV/Sir Henry Greene/Un assassino), Domenico Macrì (Sir John Bagot/Un assassino/Il Servo del Duca di York), Laurence Mazzoni (Il Duca di Aumerle)

scene Ferdinand Woegerbauer, costumi Anna Maria Heinreich, luci Roberto Innocenti, assistente alla regia Carlo Bellamio

produzione Teatro Metastasio di Prato

1 Commentoa“«Richard II» al Teatro Nazionale”

  1. Come in ogni tragedia shakespiriana,i sentimenti di odio e vendetta rendono appieno la natura umana:odio e sete di vendetta predominano,quasi un cielo fosco che copra ogni barlume di luce.In cio’ va il mio plauso al grande tragediografo…Che ben conosceva,e rese con grazia e perfezione,l’ uomo..e l’ animo suo.

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