Roma senza papa
Roma senza papa
di Antonio Mazza
“La citate de Roma stava in grannissimo travaglio”. Così l’Anonimo Romano riferendosi a quegli anni di “vuoto” non solo politico provocati dal trasferimento della sede papale in Francia. Inizia il lungo periodo della “Cattività Avignonese”, 1309-1377, con sette pontefici tutti d’Oltralpe insediati nel Palais des Papes e l’Urbe abbandonata a se stessa ed in preda alle lotte baronali. Ma anche se fu un periodo di “grannissimo travaglio”, dove all’anarchia si aggiunsero le calamità naturali (la Peste Nera e il terremoto), Roma trovò in sé gli anticorpi per supplire all’assenza del pontefice. Come si evince da “1350. Il giubileo senza papa”, piccola ma densa mostra ai Mercati di Traiano, a cura di Claudio Parisi Presicce, Nicoletta Bernacchio, Massimiliano Munzi e Simone Pastor, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed organizzata da Zètema Progetto Cultura.
S’inizia con il preludio alla diaspora gallica, il Giubileo del 1300 indetto da Bonifacio VIII ( vedi il frammento giottesco al Laterano), della potente famiglia dei Caetani il cui stemma compare su due cippi in marmo usati come misura per il vino e l’olio. Sul retro una misura per gli aridi anch’essa in marmo del XIII secolo, che reca in alto il leone quale decorazione, simbolo di Roma prima della lupa capitolina (qui una riproduzione dal “Liber Ystoriarum Romanorum” con la pianta di Roma in forma leonina). E, rara testimonianza di quel tempo giubilare di remissione dei peccati, che richiamò folle di romei verso la Nuova Gerusalemme sulle rive del Tevere, è un’epigrafe commemorativa in pietra calcarea trovata nel parmense ed usata come parapetto di un pozzo.
Epigrafe commemorativa del Giubileo del 1300. All’interno si legge Dodo, il lapicida che la realizzò e Giacomo Valenti, il committente.
Quel tempo remoto è evocato anche dalle lapidi, come le lastre sepolcrali di Costanza Capocci, forse appartenente alla nobile famiglia romana, o Jacopo de Giudeis, chierico di San Nicola de calcarario, chiesa del 1100 i cui resti sono inglobati nell’Area Sacra di Largo Argentina. Tempo denso di contraddizioni, con una città allo sbando e tuttavia anche un tempo con personaggi di rilievo, come Cola di Rienzo e Petrarca, e dove l’arte continuò a fiorire. Un magnifico esempio è l’affresco staccato con la rappresentazione della Trinità dalla demolita chiesa di San Salvatore delle Tre Immagini a Monti (lo ricorda l’edicola in marmo all’uscita della metro Cavour e sarebbe poi interessante capire se c’è un collegamento con il santuario della Trinità a Vallepietra, dove appunto si venera un’immagine trina del Salvatore).
1309, dopo il breve pontificato di Benedetto XI succeduto a papa Bonifacio, viene eletto un francese, Clemente V, che, premuto dal re Filippo il Bello, trasferì la sede apostolica ad Avignone. Si avvicendano i papi, Giovanni XXII, Niccolò V, Benedetto XII, Clemente VI al quale una delegazione giunta da Roma chiese il rientro in vaticano e l’indizione di un nuovo Giubileo. E così fu, nel 1350, da celebrarsi ogni 50 anziché 100 anni. Di lui è esposto il calco del monumento funebre oltre ad un frammento epigrafico della statua perduta ed il modellino che riproduce il severo Palazzo dei Papi di Avignone (più una fortezza che un luogo di culto). Tutti collaborarono per la riuscita dell’evento, con attenzione alla salute ei pellegrini, realizzando nuovi ospedali (altro calco: l’epigrafe di fondazione del San Giacomo in Augusta, la cui chiusura nel 2008 è stata dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato).
Questi sono anche gli anni di Cola di Rienzo, che attraversa come una meteora la storia cittadina. “Fue de sea ioventudine nutricato de latte d’eloquentia, buono gramatico, megliore rettorico, autorista” (Anonimo Romano), intelligente e colto, che si schiera con il popolo contro le prepotenze dei Baroni (alla guida delle sue truppe sconfisse i Colonna a Porta Tevertina (Tiburtina). A ricordo la Lastra dell’Aracoeli, in calco, con la “Visione di Augusto”, innanzi alla quale Cola depose le insegne tribunizie dopo la vittoria del 1347. E Cola compare in opere del XIX secolo, un bel bassorilievo in gesso di Ettore Ferrari, “Frate Acuto che annuncia a Cola di Rienzo la resa di Francesco dei Prefetti di Vico”, un dipinto di Carlo Felice Biscarra, “Cola di Rienzo che arringa il popolo romano”, un disegno di Pelagio Pelagi, “Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai Romani”. E non manca un acquerello di Franz Roesler Franz con quella che si ritiene essere stata la sua abitazione, peraltro ancora esistente a lato dell’Anagrafe.
Frate Acuto di Assisi annuncia a Cola di Rienzo la resa di Francesco dei Prefetti di Vico, di Ettore Ferrari.
Altro grande protagonista il Petrarca, l’iniziatore dell’Umanesimo, che aveva conosciuto Cola ad Avignone dove era stato più volte ottenendo incarichi dalla corte pontificia. Giunge a Roma nel 1350 per lucrare l’indulgenza e soprattutto per ammirare una città cosparsa di rovine antiche e in decadenza ma pur sempre di grande bellezza: “Roma sola mirabilis ab orbe terrarum”, come ebbe ad esprimersi. Ne riporta storie e leggende, in particolare quella sul globo in bronzo dorato che coronava l’obelisco vaticano ritenuta l’urna contenente le ceneri di Giulio Cesare (esposto con accanto il busto del poeta, di Carlo Finelli, 1815). E anche se due drammatici eventi funestano questo periodo di interregno, la Peste Nera (ma deve fare i conti con l’Arcangelo Michele, qui in statua) e il terremoto (decapitate Torre delle Milizie e Torre dei Conti), continua incessante l’afflusso dei romei. Ma è da citare anche un incendio che devastò la basilica di San Giovanni in Laterano nel 1361 ricordata da un epigrafe in frammenti con il nome di un cittadino che offrì una somma per il restauro di due colonne. Una voce dal passato che emoziona. Ecco una placchetta in bronzo dorato di fine fattura che rappresenta appunto un pellegrino medievale e, dello stesso periodo, “Il ritorno del crociato”, bellissima scultura in pietra arenaria. E poi monete, il culto della Veronica evocato sia dalla statua che dal ducato d’oro emesso dal Senatus romano ed un altro culto di cui si ragiona in “Problemata”, il primo saggio sulla Sacra Sindone apparso nel XV secolo. Infine la comparsa della figura di Santa Caterina, che tanto si adoperò presso Benedetto XI affinché tornasse a Roma. 1377, fine della Cattività Avignonese che però ha uno strascico perché, morto nello stesso anno papa Benedetto, il neo eletto Clemente VII ritornò in Francia, causando lo scisma d’Occidente che si risolverà solo nel 1417, con Martino V, il quale rinnovò il tessuto urbano di una città in rovina e preda alle violenze di parte. E, pur con tutte le contraddizioni di un potere teocratico, tendenzialmente assoluto, preparò la strada all’Umanesimo e al Rinascimento che di nuovo fecero Roma “sola mirabilis ab orbe terrarum”.
Globo in cima all’obelisco vaticano che, nel medio evo, si riteneva contenesse le ceneri di Giulio Cesare.
“1350. Il Giubileo senza papa” ai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali, fino al 1° febbraio. Tutti i giorni h.9,30-19,30. Biglietto euro 15, ridotto 9,50. Gratis con Mic Card. Per informazioni www.mercatiditraiano.it .









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