Rovine e Bellezza
Rovine e Bellezza
di Antonio Mazza
Se, dopo la cattività avignonese, Roma era lentamente risorta grazie ad una serie di papi illuminati che ne avevano curato il rinnovamento urbano spesso accompagnato da fervori culturali (l’umanesimo di Pio II, ad esempio), con il Sacco del 1527 tutto questo processo di rinascita subì una lacerazione profonda. Si tornò indietro nel tempo, una devastazione non solo di vite umane ma di cose, palazzi, chiese, edifici pubblici, il patrimonio artistico. L’occupazione durò 9 mesi e quando l’esercito mercenario lasciò Roma questa era un città prostrata, con la popolazione, già modesta (55mila anime) ridotta alla metà e ovunque rovine e disperazione. Fu così che la trovò un grande pittore olandese, Maarten van Heemskerck, al quale è dedicata la mostra a Palazzo Poli, a cura di Tatjana Bertsch, Rita Bernini, Giorgio Marini, con la collaborazione di Julia Cosima Hagge ed Eleonora Magli: “Maarten van Heemsckerck e il fascino di Roma: percorsi visivi della Città Eterna”. Un progetto scientifico che vede impegnati l’Istituto Nazionale per la Grafica, il Kupferstichkabinett di Berlino e la Biblioteca Hertziana di Roma.
Giovanni Battista De Cavalieri: “Il Giubileo del 1575 nell’atrio della Basilica di San Pietro”, bulino.
Ma prima di poter ammirare lo straordinario lavoro dell’olandese fra le mirabilia romane si passa per due sale che accolgono stampe e disegni del XVI secolo, dopo il Sacco, quando l’Urbe, grazie a Paolo III, papa energico ed amante delle arti, si stava lentamente riprendendo. Una spettacolare mappa a volo d’uccello introduce a veri documenti d’epoca, come “Il Giubileo del 1575 nell’atrio della Basilica di San Pietro” di Giovanni Battista De Cavalieri, interessante perché mostra la folla che si accalca sotto il portico costantiniano non ancora distrutto e, sullo sfondo, la cupola incompiuta. Documenti anche “Il Settizonio di Severo” (1546) di Anonimo, andato in rovina e poi demolito per volere di papa Sisto V e “Il Foro Romano visto dalle pendici del Campidoglio” (1557) di Hieronymus Cock, ovvero Campo Vaccino, con le rovine che sembrano sbocciare dalla terra. E, ovviamente, non manca la rappresentazione grafica del “Torso del Belvedere”, punto obbligato per ogni artista che giunga a Roma e ne subisce il fascino.
E’ nel XVI secolo che nasce la passione antiquaria, grazie anche all’impulso degli artisti stranieri come Maarten van Heemsckerck. Ecco “Veduta frontale dei Dioscuri dal Quirinale” (1561) di Anonimo in doppia versione, recto/verso e, in coppia, “La statua del Lacoonte in un paesaggio” (1519-20) di Marco Dente e “Caricatura del Lacoonte” (1540-50) di Niccolò Boldrini (decisamente un “capriccio”). Di assoluto rilievo poi le acqueforti di Etienne Dupérac, complessa personalità artistica (pittore, incisore, architetto), autore di dettagliate mappe di Roma. Tra le tante opere in esposizione “Veduta del Monte Aventino con Tevere”, dove sono ormeggiati i barconi al Porto di Ripa Grande, e “Veduta del Pantheon”, entrambe della serie “I vestigi dell’Antichità di Roma” (1621). Infine, oltre ad alcune matrici di rame originali in mostra (i cosiddetti “rami” usati per stampa a incisione su lastra) ed incisioni di autori italiani e non che fissano sulla carta le vestigia di Roma Antica, una sala quasi interamente dedicata a Maarten van Heemsckerck (1498-1574).
Marco Dente: “La statua del Lacoonte in un paesaggio” (1519-20), bulino. Niccolò Boldrini: Caricatura del Lacoonte” (1540-50), xilografia in un unico blocco.
Risaltano subito le sue qualità. E’ un ottimo disegnatore, la mano ferma e una grafica quasi di sapore minimalista che suscita ammirazione (e gelosia, era allievo di un altro grande pittore olandese, Jan van Scorel, che lo ebbe in uggia a causa del suo talento). Dal 1532 al 1537 Maarten gira per la città ferita e la rappresenta soprattutto nei particolari, scorci di monumenti, un rilievo di sarcofago, la testa di una statua, un capitello magari incastrato in un palazzo medievale (come del resto si può vedere ancor oggi girando nel centro storico). Così, ad esempio, la “Testa del Bruto Capitolino”, qui messa a confronto con l’originale in bronzo del IIl secolo a.C., “Due teste antiche”, “Tre eroti di un rilievo antico”, “Testa del Lacoonte”, forse quella che più concentra le capacità espressive dell’artista olandese.
Un linguaggio che s’impone per la sua immediatezza, sospeso fra pathos e leggerezza, la grandiosità del Mito e il fascino un po’ malinconico sia delle rovine che dell’Urbe ferita in lenta rinascita (infatti il segno è marcato, quasi aggressivo nelle teste, più lieve altrove). Una visione doppia del Foro Romano alias Campo Vaccino, l’immancabile Settizonio, primo piano di “Capitello composito e Colosseo”, “Piazza di San Giovanni in Laterano con la statua equestre di Marco Aurelio”, parte sinistra e parte destra, il “Transetto nord e crociera della nuova Basilica di San Pietro” (questi ultimi due testimonianze storiche delle trasformazioni urbane), “Chiesa e monastero di San Lorenzo fuori le Mura”. E lo sfumato del segno dona a tutti questi lavori un alone quasi preromantico.
All’epoca Maarten, grazie alla sua bravura non solo tecnica, ebbe successo a livello europeo e i suoi lavori furono spesso citati se non riprodotti come, due secoli dopo, da Anne-Claude-Philippe de Tubières conte di Caylus, che ne riprende una serie romana. E, in fondo, è lo stesso spirito che anima le foto di Enrico Frontolan, l’obiettivo focalizzato sugli stessi luoghi amati dall’olandese: un degno corollario al suo omaggio visivo alla Città Eterna.
“Transetto nord e crociera della nuova Basilica di San Pietro”, punta di piombo, penna e inchiostro bruno, pennello e inchiostro marrone-grigio diluito.
Palazzo Poli: “Maarten van Heemsckerck e il fascino di Roma: percorsi visivi della Città Eterna” (fino al 7 giugno), da martedì a domenica h.10-19, biglietti euro 12 intero 5 ridotto, per informazioni www.istitutocentraleperlagrafica.cultura.gov.it









Inserire un commento