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Sicilia degli incanti

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  L’Italia vista senza la Sicilia non lascia nell’anima alcuna vera immagine di sé: qui soltanto si trova la chiave di tutto”. Così Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, fascinato da quel Sud dove le memorie di una Storia stratificata appaiono immerse in paesaggi di struggente bellezza. Anzi, ne sono parte integrante, una sorta di magica osmosi che per il poeta tedesco si traduce in immagini soprattutto mentali perché ad ogni tappa il suo “Italienische Reise” diventa sempre più un viaggio iniziatico  (e in realtà questo era il senso del Grand Tour, ricerca come formazione: il Bello per educare i sensi e l’anima). Tale è stato anche per il pittore francese Fabrice Moireau che, sulle tracce del Poeta, ha ripercorso i luoghi del suo soggiorno siciliano, narrandoli con il pennello così come, allora, fece Christoph Heinrich Kniep, illustrando il diario di viaggio goethiano. Ed è “Sicilia, il Grand Tour”, a Palazzo Cipolla al Corso, circa 400 acquerelli che formano un itinerario visivo di limpida bellezza, sensazione che ancora oggi, nonostante le ingiurie del tempo e quelle, peggiori, degli uomini, prova chi visita la Sicilia.

  “Sicilia, il Grand Tour “ è un magnifico “carnet de voyage” corredato dai testi del magistrato scrittore Lorenzo Matrassa, “connotati da un lirismo ispirato che fa apparire le opere ancora più belle”, come ha detto nel corso della presentazione della mostra il Prof.Emmanuele Francesco Maria Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, il cui obiettivo è la cultura ma anche la solidarietà. Il Mediterraneo come casa comune, luogo della conoscenza, dove nell’intreccio e nel sovrapporsi delle culture è maturata la nostra Storia. Una Storia stratificata, come quella che caratterizza la Sicilia: punica, greca, romana, bizantina, araba, normanna, sveva, angioina, aragonese, borbonica. Un incredibile amalgama il cui sapore dolce e aspro si ritrova nei quasi 400 acquerelli di Fabrice Moireau.    06_civita_image_hd_attach

  E inizia il viaggio che, sul filo di una sottile poesia, suscita lo stesso sentimento di curiosità e stupore quale probabilmente visse Goethe. Città con i loro palazzi barocchi, paesini che digradano sui monti, campi arsi dal sole, templi antichi fasciati di erba e silenzio, marine dove ancora si avverte la presenza del Mito. E l’incanto, un incanto che avverti fuori del tempo, traspare da ogni rappresentazione pittorica, dove Moireau ha davvero colto l’essenza della Sicilia. La Palermo bizantina della Martorana dialoga con quella islamica della Zisa ed entrambe con quella medioevale di Palazzo Steri, sede dell’Inquisizione spagnola, e quella neorinascimentale del Teatro Massimo. Il tocco delicato e il senso del colore, morbido ma anche acceso come è il colore della Sicilia, caratterizzano ogni tratto dei questo intenso e complesso percorso figurativo. E’una pittura di ampio respiro, sia negli spazi già in sé dilatati, come ad esempio Mondello, la spiaggia di Palermo, le saline di Trapani, la Riserva dello Zingaro, ma anche più contenuti, come Bagheria e la Villa dei Mostri un tempo “en plein air” ed ora soffocata dai palazzi sorti con la speculazione edilizia degli anni ’60.

  Spazi anche, diciamo così, spirituali, come il mosaico della stanza di Ruggero nel Palazzo Reale di Palermo, la cattedrale di Cefalù o quel monumento sublime che è il Duomo di Monreale. E poi i paesi con il loro accatastarsi di case e l’intrico dei vicoli, quegli slarghi improvvisi dove unica presenza è un edificio sacro, come la chiesa matrice di Caltabellotta, i castelli normanni come Caccamo, le mitiche tonnare, Alcamo, Scopello, le memorie romane di Piazza Armerina e quelle greche, come Selinunte, che impressionò un altro viaggiatore, il Gregorovius, grande storico del medioevo romano: “Lo spettacolo di queste rovine sul mare, in una solitudine infinita, non ha certo l’eguale nel mondo”.  E “iddu”, naturalmente, l’Etna con le sue sciare di fuoco, questo dio antico con il quale i siciliani coabitano da sempre.

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  Ho citato solo alcuni passaggi di una mostra assolutamente godibile, “un inno all’isola che indusse Federico II di Svevia ad affermare che era a tal punto felice di vivere in Sicilia da non invidiare a Dio il Paradiso”, come ancora si esprime il Prof.Emmanuele. E’ la riproposizione della “Trinacria Felix” e, emblematica in tal senso, mi sembra l’acquerello dove compaiono di spalle due turisti innanzi ai resti del Tempio di Zeus nella valle dei Templi di Agrigento, l’antica Akragas  greca. Sullo sfondo la città moderna, scempiata dalla speculazione edilizia (il tristemente famoso “sacco di Agrigento”), quindi un rappresentazione simbolica, l’auspicio che la Sicilia ritrovi l’orgoglio della sua storia e torni ad essere l’isola dell’armonia, dove le grandi culture mediterranee hanno dialogato per secoli.

“Sicilia, il Grand Tour”, a Palazzo Cipolla (via del Corso 320) fino al 22 luglio. Da martedì a domenica h.10-20, biglietto euro 7, ridotto 5. La mostra è organizzata dalla Fondazione Cultura e Arte in collaborazione con la Fondazione Federico II di Palermo. Gli acquerelli sono concessi dalla Fondazione Tommaso Dragotto. Per informazioni www.civita.it

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