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Tato, pittore futurista

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Il Futurismo, quel magnifico movimento d’avanguardia che, agli inizi del ‘900, irruppe come una travolgente fiumana nel quieto paesaggio culturale dell’Italia umbertina, ancora intriso di un’aura classicheggiante. E fu una lacerazione all’insegna della “bellezza della velocità”, come affermava Filippo Tommaso Marinetti nel manifesto del 1909, un inno alla modernità sul filo della provocazione, quasi un anatema culturale (“Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie”). E in breve fu legione di artisti che declinarono il nuovo verbo, Balla, Depero, Severini, ma non solo pittori nel seguire un percorso insieme di rottura e di rigenerazione. Un inedito, esaltante ed esaltato dinamismo, la civiltà delle macchine celebrata in una luminosa sinfonia plastica, visiva e sensoriale, che presto, per contagio, interessò tutte le espressioni d’arte. In primis la pittura (Balla, Depero), poi la scultura (Boccioni), il mosaico (Severini), l’architettura (Sant’Elia), il cinema (Bragaglia), la musica (Russolo), le lettere (le “parolibere” di Marinetti) ed anche la gastronomia (è del ’31 il “Manifesto della cucina futurista”, dove Marinetti proponeva l’abolizione della pastasciutta). Insomma un rivolgimento epocale che influenzò la cultura europea e mondiale, dal Cubofuturismo russo al Vorticismo inglese ai fermenti d’oltreoceano. Poi, dopo l’ultima guerra, fu la “damnatio memoriae”, perché si identificava il Futurismo con il Fascismo, ed è stata lenta la riscoperta di quello che è probabilmente il più significativo movimento culturale italiano del XX secolo. E ora, nello splendido complesso conventuale di San Gregorio Nazianzeno, a Campo Marzio, inglobato nel Palazzo Valdina, pertinente alla Camera dei Deputati, ne possiamo ammirare un’altro, interessante aspetto squisitamente figurativo: l’Aereopittura.
La mostra celebra soprattutto l’incontro, cent’anni fa, fra Marinetti e Guglielmo Sansoni, entrambi fascinati dalla verticalità del volo che permette una diversa prospettiva spaziale nel rapporto fra alto e basso, la vertigine del cielo e la terra come una immensa scacchiera dove case e paesaggio di confondono . E’ un discorso assolutamente nuovo, il motore del velivolo cuore pulsante di una rappresentazione che, nella sua irruenza figurativa, ha tuttavia sfumature di poesia (“quel sorprendente festoso e multiforme popolo di nuvole”, commentava Marinetti). Molti sono i nomi legati all’aereopittura e qui ne cito alcuni fra i più noti, Dottori, Tano, D’Anna, Ferro. Sansoni, che aveva firmato con altri il Manifesto costitutivo nel 1931, cambiò poi il suo nome in Tato, realizzando opere di una certa intensità, come risulta da quelle esposte nel complesso di Palazzo Valdina. 26 lavori, soprattutto oli, poi tempere su carta e dipinti su ceramica, dove il volo diventa narrazione che esprime (e suggerisce) un’emozionalità legata ad un fattore esclusivamente meccanico. Che qui, però, si umanizza, in un intreccio geometrico di segni e rimandi, con quel rapporto cielo-terra di suggestiva bellezza impreziosito dai forti contrasti cromatici. Così “Il 6 motori su monti-mare”, “Scivolando in spirale”, con la visione del Colosseo, l’Arco di Costantino e la Meta Sudans ancora non demolita, “Paesaggio aereo (scivolamento d’ala), con il Vittoriano in basso (due versioni, l’una con la zona del quartiere alessandrino ancora indenne, l’altra rasato), “Lo stormo”, questo di particolare fascino con gli aerei come insetti meccanici, “In navigazione”, Me ne frego e vado in su”, con in primo piano il Caproni 100 ed il mitico Savoia Marchetti, “Il dirigibile Italo al Polo Nord”, “Sorvolando Sabaudia”,  “Alba futurista”, “Avvitamento”, dove in basso si avverte il respiro della città operosa. La mostra si articola in due sezioni, l’una nella sacrestia e l’altra nel refettorio dell’ex convento, ora Sala del Cenacolo, e qui passato e presente, l’affresco settecentesco di Sebastiano Conca e il ‘900 dinamico di Tato, ben si armonizzano. Perché l’arte va oltre il tempo.
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“Tato futurista. Inventore dell’aereopittura” a Palazzo Valdina, piazza di Campo Marzio, fino al 6 dicembre. Da lunedì a venerdì h.10-18, ingresso libero. La mostra è a cura di Salvatore Vento, su progetto e coordinamento curatoriale di Cornelia Bujin.

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