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Turner o della luce

j_m_w_turner_venice-looking-across-the-lagoon-at-sunset-1840_0  In occasione della mostra veneziana del 1842 un critico parlò di lui come un “mago”, per il suo “controllo sugli spiriti della Terra, dell’Aria, del Fuoco e dell’Acqua”. Lo struggente fascino della città lagunare già percepito e vissuto da John Ruskin il quale, non a caso, era anch’egli ammirato dall’arte di questo suo compatriota che aveva rivoluzionato la pittura di paesaggio. Ed impreziosita anche, con l’irrompere insieme drammatico e gioioso della luce, nei suoi primi lavori lieve e discreta e poi sempre più in crescendo, sino a dilagare ovunque, in un’estasi cromatica che pochi compresero nel suo giusto valore (per quei tempi era quasi avanguardia). Lui, Joseph Mallord William Turner, il grande pittore inglese che si può senz’altro definire padre spirituale dell’Impressionismo. E qui al Chiostro del Bramante sono esposte novanta opere della londinese Tate Gallery, soprattutto acquerelli, che documentano una continua ricerca che fa del suo lavoro una sorta di esaltante work in progress.

  In effetti sin dagli inizi, pur di stampo accademico, il giovane Joseph Mallord mostra attenzione allo studio della luce, dipingendo soprattutto “en plein air”, cosa che poi diverrà suo costume abituale. Ha come modelli i paesaggi di John Robert Cozens, di sapore squisitamente romantico, ma già con un guizzo nuovo (“Mulino sul colle”, la serie dei castelli, “Veduta dell’abbazia di Fonthill”). Anche lo studio dell’architettura è presente nei suoi quadri, essendo allievo di Thomas Malton (“Il Pantheon la mattina dopo l’incendio”, “Interno della cattedrale di Durham”, “Cattedrale di Holy Island”) ma già, approfondendo gli studi su Tiziano e poi Claude Lorrain e Nicolas Poussin, qualcosa comincia a maturare nelle sue tele.

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  Il tema della luce, appunto, che dapprima mediato da un grande maestro veneto e poi da artisti francesi che si erano confrontati con la tipicità del paesaggio italiano, ampio e solare, diviene il fulcro portante della sua produzione pittorica. E’ col suo primo soggiorno nella penisola, sull’esempio del Grand Tour, viaggio ed educazione al Bello, che Turner si immerge letteralmente nella particolare luminosità italica, al contempo ben memore della “Teoria dei colori” pubblicata da Goethe nel 1810.  Roma (“Veduta dell’Arco di Tito” ) ma Venezia lo colpisce di più, con i suoi magici riverberi di acqua e di luce (“San Giorgio Maggiore di mattina presto”). Ed è un punto fermo, tornato in patria quella liquida chiarità di toni diverrà la costante fissa delle sue opere, quadri, acquerelli, gouaches (a Roma entra in contatto con le colonie di pittori stranieri che si riuniscono al Caffè Greco, conosce Canova e Thorvaldsen e, per i suoi meriti, viene nominato membro dell’Accademia di San Luca).

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  Luce e colore non solo in funzione di segni ben definiti del suo lessico pittorico ma quali potenzialità di soluzioni narrative nuove, come il gioco prospettico (peraltro già presente in un bel lavoro giovanile, “La distruzione dei Bardi ad opera di Eduardo I”). E’ come se la luce-colore diventasse spazio, una dimensione inedita e, per certi versi, suggestiva (“Il castello di Arundel”, “Scarborough”, “Folkestone”, i paesaggi francesi, “Jumièges”, “Normandia dall’ovest”, gli scorci montani). Un nuovo viaggio in Italia, nelle città amate, Roma e Venezia, ne è come una conferma, con quell’erompere di riflessi che avvolgono le cose e quasi trafiggono la tela.

  “Paesaggio italiano idealizzato”, “Foro Romano”, “Veduta immaginaria dell’Arsenale”, “Rio San Luca lungo il Palazzo Grimani”, “Arco di Costantino”, “Castel Sant’Angelo” (notare il particolare del baracchino dei burattini che rende la scena assolutamente deliziosa). Ormai siamo nella fase della maturità artistica, dove fra luce e colore v’è completa reciprocità e l’una trasmuta nell’altro in un continuo ed esaltante rifrangersi di toni. E’ come una scala musicale, dove però le note fluiscono con eguale intensità, con cadenze lente e dolci e la cui anima segreta è una trasparenza  talora quasi onirica che ammalia.

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  Non così i contemporanei, molte e pesanti sono le critiche nei confronti di Turner, reo di esser andato troppo oltre, infrangendo le regole accademiche con -opinione comune- arroganza. Dà fastidio e risulta incomprensibile quella sua ricerca spinta sino all’estremo, la dissoluzione e/o trasfigurazione nella luce, presente soprattutto nelle ultime opere (“Tempesta sulle montagne”, “Mare in tempesta con delfini”). Ma sfugge ai detrattori che quelle non sono solo macchie di colore compiute in sé, dunque, diremmo oggi, autoreferenziali, bensì qualcosa di più, l’inizio di un discorso dal quale prenderà poi forma l’Impressionismo. E il riassunto, la sintesi della poetica di Joseph Mallord William Turner  che, insieme a Hogarth e Constable, figura fra i grandi della pittura inglese, è nel quadro che chiude la mostra, lo splendido “Venezia, Palazzo Ducale”. L’estasi assoluta.

 “Turner. Opere della Tate”, Chiostro del Bramante fino al 26 agosto, da lunedì a venerdì h.10-20, sabato e domenica h.10-21, biglietto euro 14 intero 12 ridotto. Per informazioni www.chiostrodelbramante.it

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