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Vita di legionario

9788898803118  “Espiritu de sufrimiento y dureza”, sesto comandamento del “Credo Legionario”, spirito di sofferenza e durezza, nel senso di saper affrontare il dolore e la vita dura, ai limiti del sacrificio di sé. Fa parte del codice d’onore della Legione Straniera ma non quella più nota, la francese, immortalata in diecine di film più o meno romantico-avventurosi (qualche titolo fra i tanti: “Marocco”, con Marlene Dietrich e “Beau geste”, con Gary Cooper). E’ l’altra, consorella, meno nota ma non certo meno “dura”, il “Tercio de Extranjeros”, la Legione Spagnola istituito nel 1920 con decreto regio di Alfonso XIII. Suo compito era presidiare i territori d’oltremare, che comprendevano la piccola enclave di Ifni, incuneata nel Marocco allora francese e il Sahara Spagnolo. La prima ebbe l’indipendenza nel 1969, la seconda nel 1976, dopo anni spesso tumultuosi, che vide il Tercio impegnato in sanguinosi scontri a fuoco con clan locali.
“Sabbia, sudore e polvere da sparo”, così, parafrasando il titolo di un famoso western degli anni ’70, si potrebbe delineare l’identikit di Giovanni, protagonista di “Hijo de Puta. La parabola di un legionario”, di Orietta Cicchinelli. Ma prima di approdare alle coste africane la sua vita era ben diversa, un po’ anomala e tuttavia  pur sempre nella norma, fino alla svolta che lo portò fra le dune del deserto. Ragazzo irrequieto figlio di un partigiano manesco, Giovanni frequenta il seminario dei Salesiani, distinguendosi per il suo particolare mix di svogliatezza ed intelligenza fuori del comune. Dopo la laurea come geometra passa all’Istituto Alberghiero e, appena trentenne, è già “maitre d’hotel” lavorando anche all’estero, soprattutto in Svizzera. Poi la naja, che per lui, indisciplinato cronico, è durissima, e la svolta di cui si diceva sopra, imprevista quanto drammatica.
Donnaiolo impenitente conosce una bella moretta che lo strega “con i suoi occhi verdi come certi fondali marini” e stavolta non è l’ennesima avventura. Si sposa ma la ragazza è figlia di un capo clan, contrabbando di sigarette, così viene coinvolto per gestire la contabilità del gruppo e tutto va avanti senza intoppi fino al giorno che gli cambierà la vita. Mentre svolge il suo compito di riscossione dei tributi “un’auto scura arrivò sgommando: ne scesero quattro uomini, con le pistole spianate, e, in pochi istanti, successe il finimondo”. Giovanni, forte della sua esperienza di armi fatta nel corpo speciale degli alpini, ne fa secchi tre, convinto che sia una banda rivale. In realtà le vittime sono poliziotti e ora, per non finire al gabbio, deve assolutamente scomparire. I suoi l’aiutano a riparare in Spagna, a Santander, dove entra in contatto con la Legione.
Cambia lo scenario. Fuerteventura, nelle Canarie, poi Las Palamas de Gran Canaria e infine le Isole Capo Verde, tappe di un addestramento durissimo che fa di lui, soprannominato dai compagni “Hijo de Puta “ per la sua abilità nel maneggiare le armi, un temibile legionario. E’ la base di Santo Antao, a Capo Verde, il punto di partenza per incursioni sul territorio africano contro bande di predatori che, dove passano, lasciano solo morte e desolazione. Giovanni, anzi, Jean-Perèz- Galdos, come figura sul passaporto spagnolo, insieme ai suoi camerati compie numerose e difficili missioni, restando anche ferito (non ha paura, fa parte dei “novios de la muerte”, i fidanzati della morte). Gli scontri sono violenti, non si fanno prigionieri, ma l’obiettivo, liberare eventuali ostaggi, è sempre centrato con successo. Poi, nel 2002, l’Unione Europea scioglie la Legione, Giovanni torna alla vita civile ed affronta il processo in patria, cavandosela con un anno per insufficienza di prove.
Dopo inizia la stagione dello scialo, il gruzzoletto accumulato durante il periodo africano scivola via fra donne e bagordi finché arriva la classica mazzata fra capo e collo. Un tumore maligno che l’intervento riesce ad arginare ma lasciandolo fisicamente a terra, ma lui, con quel passato alle spalle, non si arrende di certo. Ora, non avendo più soldi, va alla mensa della Caritas, intrecciando nuove amicizie, tutte persone ai margini ma ognuno con una propria dignità. Ed è qui che la giornalista Orietta Cicchinelli, dopo aver appreso da un volontario Caritas di un ex legionario, incontra Hijo de Puta e scrive la sua storia così come si è svolta, senza quegli orpelli avventurosi che la arricchirebbero ma, al contempo, la renderebbero retorica e trionfalistica.
Orietta, come dicevo, è una giornalista di vecchia data, quindi ben attenta alla cronaca dei fatti, quell’essere testimone che deve essere (ma spesso, purtroppo, non lo è) il tratto peculiare di chi esercita il nostro mestiere. Lei ascolta ed annota,  mettendo sì in risalto l’aspetto avventuroso, ma senza trascurare il lato umano della vicenda e Giovanni-Jean-Perèz-Galdos di umanità ne ha da vendere, nonostante tutto. La sua è una vita piena, intensa, sia nella fase più acuta, quando fra le sabbie del deserto si confronta con la morte, sia nel momento del declino, alla Caritas, dove il vecchio cameratismo militare trova un surrogato nei nuovi amici (il capitolo intitolato “Quella sporca decina”). E la scrittura si adegua a questi ritmi, un linguaggio fluido ed arioso in perfetta sintonia con una non comune esperienza di vita  resa ancora più intensa dagli scritti, i disegni e gli appunti di tattica e strategia militare racchiusi nel “Diario di viaggio” in appendice al libro.

“Hijo de Puta. La parabola di un legionario” di Orietta Cicchinelli, ed.MGC, pagg. 130, euro 9.

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