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Arte e Potere

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                                                                     Arte e Potere

  di Antonio Mazza

  Gli Asburgo, una delle dinastie più antiche d’Europa, che dai tempi del Sacro Romano Impero ha attraversato secoli di storia europea, divisa fra il ramo spagnolo e quello austriaco. Conobbe il suo momento di massima espansione territoriale nel XIX secolo, al centro del continente, un misto di popoli e culture (vi si parlavano ben 17 fra lingue e dialetti), con il centro del potere a Vienna. L’epoca di Francesco Giuseppe e della sua consorte Elisabetta, la celebre Sissi, epoca che segna il rinnovamento urbano della capitale ed i suoi fervori culturali, con l’inaugurazione nel 1891 di uno dei più prestigiosi musei a livello mondiale, ora al centro della mostra a Palazzo Cipolla. “Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum”, promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Museo stesso (progetto espositivo a cura di Cecilia Bischoff, storica dell’arte del KHM), con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Ambasciata d’Austria a Roma, realizzata con il supporto organizzativo di MondoMostre e il contributo del gruppo Sella, sponsor ufficiale della mostra. Atac è mobility partner e Radio Dimensione Suono radio partner dell’iniziativa.

Francesco Giuseppe e Sissi ritratti da Anton Einsle e Joseph Horaczek (metà XIX secolo)

Francesco Giuseppe e Sissi ritratti da Anton Einsle e Joseph Horaczek (metà XIX secolo)

  Una selezione di capolavori, oltre cinquanta, che traccia un ideale percorso nella pittura europea dei secoli XVI-XVII. Ovviamente, ad accogliere il visitatore, ci sono i principali protagonisti nel fulgore della loro gioventù, Francesco Giuseppe e Sissi, ritratti da Anton Einsle e Joseph Horaczec. Subito un richiamo al Museo, il plastico della sua ardita cupola che rimanda al vivace eclettismo architettonico della Vienna fine ‘800 (si pensi, ad esempio, a Otto Wagner), con un raffronto fra gli architetti austriaci Carl Hasenauer e Gottfried von Semper e l’italiano Carlo Cipolla al quale si deve l’omonimo palazzo. Si inizia poi alla grande con i fiamminghi, Rubens, “Giove e Mercurio presso Filemone e Bauci” (1620-25) un episodio de  “Le Metamorfosi” di Ovidio, dove il mito è trasfigurato in una serena scena domestica (si avverte l’influsso della pittura italiana del Rinascimento, più evidente in “L’incoronazione del vincitore, 1613-14). E mito è anche nel corposo “Teti riceve da Efesto le armi per Achille”  (1630-32), mentre più sobrio risulta “Ritratto di giovane donna” (1630-32) entrambi di Antoon van Dyck.

"Giove e Mercurio presso Filemone e Bauci" (1620-25) di Peter Paul Rubens

“Giove e Mercurio presso Filemone e Bauci” (1620-25) di Peter Paul Rubens

  La peculiarità dell’arte fiamminga, che combina colore e minuziosità narrativa, quasi una pittura minimale sia nella ritrattistica, sia nel genere paesaggio e lo confermano, rispettivamente, l’elegante “Archiduchessa Maria Maddalena in abito giallo” (1603-4), futura sposa di Cosimo II de’Medici (notare il ricamo della gorgiera e il dettaglio dei fili di perle), di Franz Pourbus il Giovane e il delizioso “Visita alla fattoria” (1597), olio su rame di Jan Brueghel il Vecchio, calda immagine corale in un interno. E di qui si passa alla “Kunstkammer”, la camera delle meraviglie, dove si collezionava un misto di curiosità della natura e raffinati oggetti d’arte, un po’ come la famosa “Wunderkammer” del gesuita Athanasius Kircher al Collegio Romano (grande appassionato del genere fu l’imperatore Rodolfo II che fece all’uopo ingrandire il suo palazzo di Praga). Piccoli quadri come il simpatico “Il medico” (1653) di Gerard Dou, allievo di Rembrandt, “Donna che sbuccia una mela” (16609 di Gerard ter Borch e, accanto, “Mela di marmo”, in materiale dipinto per creare effetti illusionistici. E marmo anche per una “Statuina di Eracle” (XVI secolo) ispirata all’Ercole Farnese, ma l’opera che più intriga è senza dubbio la “Natura morta con coppa di nautilus e vaso da zenzero” (1670) di Jurlaen van Streck, davvero una natura morta sui generis.

"Natura morta con coppa di nautilus e vaso da zenzero" (1670) di Jurlaen van Streck

“Natura morta con coppa di nautilus e vaso da zenzero” (1670) di Jurlaen van Streck

  Questo è lo spazio riservato alla pittura olandese che si distingue da quella fiamminga pur avendo molti punti in comune. Una pittura di genere, dinamica, come si può osservare in “Festa contadina” (1550) di Pieter Aertsen, quasi un affresco rurale, “Il mondo alla rovescia” (1663) di Jan Steen, pervaso di un che di ironicamente demenziale (e sempre quel raffinato minimalismo di fondo), “Carnevale a Roma” (1650-1) di Johannes Lingelbach, colorita quanto caotica rappresentazione di un Bambocciante (la scuola pittorica attiva nel XVII secolo a Roma). E passiamo ai tedeschi, più duri ma anche più incisivi nel segno come Lucas Cranach il Vecchio nei due pannelli raffiguranti “Adamo ed Eva” (1520) e “Le figlie di Lot” (1528), di notevole pastosità cromatica, mentre più morbido e decisamente  barocco risulta “Giuditta con la testa di Oloferne” (primo terzo XVII secolo).

"Festa contadina" (1550) di Pieter Aertsen

“Festa contadina” (1550) di Pieter Aertsen

  Il bel quadro di Arcimboldo, “L’inverno” (1563), autentico trionfo di antroporfismo vegetale, com’è nel suo costume, rimanda alla Praga di Rodolfo II, con l’Arcimboldo quale pittore di corte. Ed entriamo nell’àmbito del collezionismo, con quadri celebri come “Ritratto dell’infanta Margherita in abito blu” (1659), di Diego Velazquez, poco più che una bambina in una posa raccolta che il colore del vestito, sapientemente sfumato, rende in termini di “bon ton” (quale erano poi le regole di palazzo). Da citare anche “Il matrimonio contadino” (1648) di David Teniers il Giovane, che si stabilì nel 1650 a Bruxelles, presso la corte di dell’arciduca Leopoldo Guglielmo d’Asburgo per curare la sua vasta collezione, alla base della pinacoteca di Vienna. E veniamo finalmente alla pittura italiana, che abbellisce molte sale del Kunstistorisches Museum.

                    "Il mondo alla rovescia" (1663) di Jan Steen

“Il mondo alla rovescia” (1663) di Jan Steen

 Una serie di opere pregevoli, talune capolavori, come quelle afferenti alla Scuola Veneziana del XVI secolo: la carnalità del mito in “Marte, venere e Amore” (1550) di Tiziano, il sobrio realismo di “Ritratto di una giovane donna” (1553-55) del Tintoretto, le serene scenografie figurative di “Giuditta con la testa di Oloferne” (1580) e “Resurrezione del figlio della vedova di Naim” (1565-70) entrambe del Veronese. E, per restare in àmbito veneziano, il verismo di Giovanni Battista Moroni, un maestro del ritratto, in “Lo scultore Alessandro Vittoria” (1552) dagli echi tizianeschi. Importanti anche “Il suicidio di Cleopatra” (1661-62) di Guido Cagnacci, allievo di Guido Reni, dalla morbida sensualità, e “Riposo durante la fuga in Egitto” (1626-28) di Orazio Gentileschi, che offre una versione del tutto insolita della Sacra famiglia, la Madonna e il Bambino da un lato e San Giuseppe steso su un giaciglio che dorme profondamente.

"L'infanta Margarita in abito blu" (1659) di Diego Velazquez

“L’infanta Margarita in abito blu” (1659) di Diego Velazquez

  Il marchese romano Vincenzo Giustiniani, grande mecenate e collezionista nonché protettore di Caravaggio del quale acquistò molte opere ed al quale commissionò una scena sacra che si può senz’altro considerare fra le più intense concepite dal Merisi. La “Incoronazione di spine” (1603-5) con il Cristo al centro tormentato dai bastoni di due carnefici alle sue spalle (che formano una “V” in omaggio al nome del marchese), rappresentazione di brutalità alla quale fa da controcanto la rassegnazione del predestinato al sacrificio della croce. Una luce cruda bagna la scena alla quale, sulla sinistra, assiste un uomo in armatura, forse Pilato, il potere che decide del destino di ognuno, inchiodato alla propria solitudine. Perché la scena, vuota di qualsiasi tentazione agiografica come era prima di Caravaggio, è solo umana: desolatamente umana.

"Riposo durante la fuga in Egitto" (1626-28) di Orazio Gentileschi

“Riposo durante la fuga in Egitto” (1626-28) di Orazio Gentileschi

  Una mostra densa, complessa, in piena sintonia con la ragion d’essere del Museo del Corso – Polo Museale, cioè Palazzo Cipolla e Palazzo Sciarra Colonna (dove è in corso Carlo Maratti, notevole personalità del ‘600 romano), che si confermano come una laboriosa officina di progetti culturali. Perché, parole di Franco Parasassi, Presidente della Fondazione Roma, “La nostra ambizione è quella di contribuire a ravvivare, anche attraverso il linguaggio della bellezza, l’idea stessa di Europa, fatta di identità diverse, ma di profondi valori comuni”.

"Il suicidio di Cleopatra" (1661-62) di Guido Cagnacci

“Il suicidio di Cleopatra” (1661-62) di Guido Cagnacci

“Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunstistorisches Museum” a palazzo Cipolla fino al 5 luglio. Tutti i giorni con orari diversificati, biglietto euro 18 intero 16 ridotto. Per informazioni museodelcorso.com

"Incoronazione di spine" (1603-5) di Caravaggio

“Incoronazione di spine” (1603-5) di Caravaggio

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