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	<title>News Arte e Cultura &#187; Cultura</title>
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		<title>I sottili incanti del flageolet</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2020 07:24:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[  Flageolet, strumento il cui nome è poco familiare a chi ama la musica, eppure ha una sua rilevanza, perché rientra nella famiglia dei flauti. Inventato verso la fine del XVI secolo in due versioni, quella francese e quella inglese, tecnicamente non molto dissimili, il flageolet si proponeva (e si propone) come una colorita miscela [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">  Flageolet, strumento il cui nome è poco familiare a chi ama la musica, eppure ha una sua rilevanza, perché rientra nella famiglia dei flauti. Inventato verso la fine del XVI secolo in due versioni, quella francese e quella inglese, tecnicamente non molto dissimili, il flageolet si proponeva (e si propone) come una colorita miscela di piffero, flautino, zufolo e, nella sua essenza sonora, un che di mitologico. La siringa di Pan, la voce dei boschi e delle acque, e come tale figurò nel celebre “Ballet comique de la Reine”, rappresentato nel 1581 nel Petit Bourbon di Parigi. Il flageolet cominciò a conquistarsi un suo spazio, incontrando anche il favore di musicisti importanti quali Haendel, Rameau, Mozart, Gluck e raggiungendo la sua fama “mondana” nel 1800, con la danza della Quadriglia (“flageolet de quadrille”). Ebbe fortuna durante la Belle Epoque poi, dopo il carnaio del ’15-’18, lo strumento cadde nell’oblìo e solo di recente Hugo Reyne, l’eccellente musicista che i lettori ben conoscono (le mie recensioni dei concerti di Bach, Corelli, Haendel, Telemann, Rameau, Couperin), ha riscoperto non solo lo strumento in sé ma un suo uso molto intrigante. Risale alla metà del XVII secolo, quando il flageolet veniva utilizzato per educare al canto gli uccellini in cattività. Una variegata e colorita gamma espressiva che non poteva non destare la curiosità di un virtuoso del flauto e il risultato è un elegante cofanetto con 2 cd e un dvd dove Reyne presenta i 13 flageolets che compaiono nei brani in programma.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2020/05/orchestre-baroque-la-simphonie-du-mairais-ensemble-2-600x400.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-8734" alt="orchestre-baroque-la-simphonie-du-mairais-ensemble-2-600x400" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2020/05/orchestre-baroque-la-simphonie-du-mairais-ensemble-2-600x400.jpg" width="600" height="400" /></a><br />
Un percorso temporale di due secoli, da metà del XVII a metà del XIX secolo, che si apre e si chiude con “A la claire fontaine”, simbolicamente, perché questa canzone infantile esprime un po’ il senso fra gioco e idillio musicale dell’intero album. Il flageolet, come commenta Reyne, è uno strumento di compagnia, una compagnia gradevole, che genera serenità. E’ il contatto, sia pure artificiale, con le voci della natura, l’usignolo secondo Thomas Greeting o le variazioni canore di Mr Hills (il  ciuffolotto, il canarino, il fanello, la tottavilla o lodola arborea, l’usignolo indiano). Qui ben si evidenziano le capacità linguistiche del flageolet, soprattutto le sue infinite sfumature che rendono il florilegio quanto mai godibile all’ascolto anche pensando al suo uso “educativo” (Hills ha composto ad uso dei suoi piccoli studenti alati). E si prosegue con una bella quanto morbida passacaglia di Jean-Pierre Freillon-Poincein per flageolet e basso continuo ed il frizzante “Prélude et  Marche de Surlaube” di Martin Hotteterre, musicista alla corte di Luigi XIV. Più complesso il discorso per Haendel, “Concerto per cuculo e usignolo”, dove violino, alto e b.c. fanno da cornice ad un flageolet a becco dall’incedere molto civettuolo. Una sorta di panegirico dell’usignolo firmato da Buffon, l’autore della monumentale “Histoire Naturelle”, introduce al brano squisitamente onomatopeico di François-Adrien Toulan, che fu ghigliottinato per aver tentato di salvare Maria Antonietta. E con un quartetto dal delizioso allegro cantabile ed un concerto per flageolet ed orchestra, solare e dagli echi mozartiani, entrambi di Michel Yost, famoso come clarinettista, si chiude alla grande il primo cd.<br />
Ma il secondo capitolo non è da meno, a cominciare dal “Concerto in sol maggiore” di Nicolas Pfeilsticker che Reyne, grande ricercatore, ha scovato nella Biblioteca Reale di Madrid. Un pezzo gradevole per flageolet e orchestra, così come il successivo quartetto di Anna-Friedrike Heinel, altra riscoperta di Reyne, poi è la volta di Hector Berlioz, un delizioso pezzo giovanile per flageolet e piano. Siamo così entrati nel XIX secolo che vede lo strumento passare dal suo ruolo originario di “melos ornitologico”, per così dire, a quello di conduttore, accompagnatore e, in un certo senso, coreografo. E’ il tempo della danza, del ballo di gruppo, inaugurato da Edme Collinet, un gran virtuoso del flageolet che lui adattò allo spirito di quegli anni, come dimostrano “Sérénade” e “Introduction andantino et Variations”. Il passo successivo è la Quadriglia, qui ben rappresentata da composizioni orecchiabili quanto vivaci (“L’Aglae”, “La Zoè”, “La Lucie” e soprattutto “L’Arsène &amp; L’Amèlie”). Ora è pieno clima di festa, dame e cavalieri che ondeggiano in vasti saloni con l’orchestra che si scapriccia al ritmo della musica di due grandi parigini ingiustamente dimenticati. Da un lato gli scatenati ma elegantissimi valzer di Louis-Antoine Jullien e dall’altro le battute incalzanti del “re della quadriglia”, Philippe Musard (in particolare il “Galop”). E, ancora, i virtuosismi di Jean Carnaud, il flageolet che chiacchiera con il piano, Narcisse Bousquet, il flageolet e l’orchestra in guisa di opera leggera, Eugène Damaré, il flageolet impegnato in una robusta polka. E si chiude come si era iniziato, in moto circolare, con  “A la claire fontaine”.<br />
Decisamente una ghiotta novità questo doppio cd che fa rivivere un momento molto particolare della storia della musica, una squisita variazione di quello strumento, il flauto, che già in sé racchiude infinite possibilità. E Reyne si impegna a fondo in questa sua nuova esperienza di ricerca, ben coniugando l’aspetto ludico e quello melodicamente più strutturato. Il colore soprattutto, un trapassare continuo dall’appena sfumato a tonalità briose e dal meditativo al gridato, una griglia di sensazioni  che rendono l’ascolto assolutamente godibile (anche perché, come su accennato, sono 13 i flageolet usati in repertorio e ognuno ha una “pronuncia” diversa). Non ci sono vuoti in questo denso percorso sonoro, delizioso florilegio musicale che permette di (ri)scoprire le virtù nascoste del flageolet français, qui presentato in anteprima mondiale. E bisogna esserne grati a Hugo Reyne, insieme alla sua infaticabile Simphonie du Marais, coadiuvati, nei brani più complessi, dalla Orchestre XVIIIème e Orchestre XIXème.</h4>
<h4 style="text-align: center;">“Les Amours d’un Rossignol” (Musique pour le flageolet français), la Simphonie du Marais diretta da Hugo Reyne, 2 cd + dvd, Hugovox, euro 25. Per informazioni www.simphonie-du-marais.org</h4>
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		<title>Il Barocco di Telemann</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jul 2019 09:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Georg Philipp Telemann, una delle figure più rappresentative della musica barocca tedesca, in particolare la Scuola di Amburgo, famosa per il  suo stile brillante. E quel nitore e lucentezza di toni sono la caratteristica peculiare della musica di Telemann, la sua immensa produzione dove la padronanza tecnica, tesa ad una continua ricerca, impreziosisce un linguaggio [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2019/07/telemann-la-simphonie-du-.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-8450" alt="telemann-la-simphonie-du-" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2019/07/telemann-la-simphonie-du-.jpg" width="300" height="300" /></a>Georg Philipp Telemann, una delle figure più rappresentative della musica barocca tedesca, in particolare la Scuola di Amburgo, famosa per il  suo stile brillante. E quel nitore e lucentezza di toni sono la caratteristica peculiare della musica di Telemann, la sua immensa produzione dove la padronanza tecnica, tesa ad una continua ricerca, impreziosisce un linguaggio già ricco in sé per il felice dialogo fra contrappunto tradizionale e musica italiana e francese. Ne risulta una linea melodica fluida e vivace, talora anche estrosa, come ad esempio nella celebre “Tafelmusik”. Ma anche un’indubbia eleganza stilistica, come si può constatare ascoltando le Suites ed i Concerti per flauto, archi e basso continuo riproposti dalla Simphonie du Marais diretta da Hugo Reyne (ricordo in particolare le Sonate di Corelli, la “Water Music” di Haendel, i Concerti Brandeburghesi di Bach e Les Indes Galantes di Rameau da me recensiti su queste pagine).<br />
Conosciamo bene ed apprezziamo il virtuosismo di Reyne che qui, come scrive nel libretto introduttivo, ha trovato una forte assonanza con Telemann, ovvero lo stesso amore per il flauto a becco. E che subito traspare dall’Ouverture della “Suite in la minore”, sette movimenti dove si avvertono suggestioni melodiche francesi ed italiane. Così se “Les plaisirs”, nel suo ritmo di danza, rimanda a Lully e Campra, il successivo “Aria all’italiana” è come un’occhiata affettuosa ai dolci paesaggi del Belcanto. In quest’esplorazione melodica il flauto di Reyne fa da guida, modulando e definendo i tempi, sempre con un timbro sfumato che, in taluni passaggi (“Réjouissance”, ad esempio), rimanda alle atmosfere morbide e sognanti della pittura di Watteau.<br />
Dalle cadenze un po’ civettuole della “Polonaise”, l’ultimo movimento, passiamo  a quelle più briose dei Concerti. Qui il flauto di Reyne trascolora da toni lievi ad altri più coloriti (come lo spumeggiante “Allegro” del Concerto in fa maggiore), ben inserito nella cornice sonora dell’Ensemble nel suo complesso. Ed è un vivace rincorrersi di tonalità squisitamente barocche, in un’accezione di sobria eleganza, perché Telemann non ha mai esagerato, come altri musicisti della sua epoca. E lo si nota ascoltando gli altri due concerti presenti nel cd, in sol minore e in do maggiore. Una narrazione melodica di semplice struttura e tuttavia con passaggi più densi, dove la voce del flauto s’incide come un ricamo nel tessuto d’insieme, soprattutto nei tempi di danza (Siciliana e Bourrée) del Concerto in sol, intrecciando un fitto dialogo con i due violini ed il basso continuo. Ma anche il Concerto in do, che ha tutto il sapore di un omaggio allo stile italiano e francese (non si può non avvertire echi vivaldiani nell’Allegro), non manca di verve, in particolare l’Andante, che Reyne considera a ragione una delle più belle pagine per flauto a becco. Dopo il conclusivo e delizioso Tempo di Minuetto il cd si chiude con la Suite in fa minore, la stessa edita nel 1971 dall’olandese Frans Bruggen, grande virtuoso del flauto dolce. Omaggio ad un solista di classe ingiustamente dimenticato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2019/07/orchestre-baroque-la-simphonie-du-mairais-ensemble-2-600x400.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-8449" alt="orchestre-baroque-la-simphonie-du-mairais-ensemble-2-600x400" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2019/07/orchestre-baroque-la-simphonie-du-mairais-ensemble-2-600x400.jpg" width="640" height="322" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">  E qui è d’obbligo nominare i componenti della Simphonie du Marais a cominciare dal direttore (e flauto solista) Hugo Reyne. Guillaume Humbrecht, Meike Augustin-Pichollet, Emmanuel Curial violini 1, Marieke Bouche, Zuzana Branciard violini 2, Jean-Luc Thonnérieux alto, Jérome Vidaller, Hendricke ter Brugge violoncello, Youen Cadiou contrabbasso, Yannick Varlet clavicembalo. Un’esecuzione che restituisce il gusto del Barocco come lo intendeva Telemann, elegante e ricercato, ma soprattutto mai fuori le righe. Un “classico” che guarda ai nuovi tempi.</h4>
<p style="text-align: center;"><b>Georg Philipp Telemann: “Suite &amp; Concerti per flauto e archi”, la Simphonie du Marais diretta da Hugo Reyne, HugoVox , euro 20. </b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Per informazioni www.simphonie-du-marais.org  </b></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: left;"></h4>
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		<title>Il mondo incantato di Botero</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jun 2019 21:57:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[  Di certo fa uno strano effetto confrontare i due  striscioni apposti sulla facciata est del Vittoriano, dove si svolgono abitualmente le grandi mostre. Da un lato quella di Boldini, con le sue donne stile Belle Epoque, flessuose e languide, dall’altro la bellezza muliebre come la rappresenta Botero, pingue e fuori misura. Esorbitante addirittura e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">  Di certo fa uno strano effetto confrontare i due  striscioni apposti sulla facciata est del Vittoriano, dove si svolgono abitualmente le grandi mostre. Da un lato quella di Boldini, con le sue donne stile Belle Epoque, flessuose e languide, dall’altro la bellezza muliebre come la rappresenta Botero, pingue e fuori misura. Esorbitante addirittura e il “Cavallo con briglie”, scultura in bronzo posta all’ingresso, con la sua sovrabbondanza volumetrica (riproposta all’interno con la tridimensionalità di Donna sdraiata” e “I ballerini”) introduce subito alla poetica dell’artista colombiano.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/162154223-2bfb5c9f-714a-4f4a-8840-2d50c589de4c.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-7369" alt="162154223-2bfb5c9f-714a-4f4a-8840-2d50c589de4c" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/162154223-2bfb5c9f-714a-4f4a-8840-2d50c589de4c.jpg" width="620" height="421" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">  Una poetica tutta particolare, che scaturisce proprio da quelle sagome ubertose,  dove l’eccesso figurativo sfiora il naif per poi definirsi in una compiuta plasticità di linee e forme. Ed è questo che colpisce subito l’attenzione, la struttura  d’insieme, con la sua leggerezza sorprendente in rapporto all’opulenza generale. E qui subentra un discorso che riguarda il contesto originario di Botero, la cultura latino americana con la sua complessità. Che è un misto di sogni, dolore, ebbrezza di sentimenti, le cui radici affondano in un passato (remoto e più recente) di violenza, quel misto che riaffiora sempre, da Siqueiros a Garcia Marquez.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Ma Botero ha un debito con l’Europa dove ha soggiornato a lungo, Spagna, Francia e soprattutto Italia ed ecco le sue versioni “rinascimentali” con il dittico relativo a Piero della Francesca e “La Fornarina”, in rapporto a Raffaello. Il colore e l’atmosfera rivisitati con uno sguardo incantato, quella levità di cui dicevo prima, che permea tutte le 50 opere in mostra, le quali coprono mezzo secolo di pittura (scaglionata in sei sezioni). La cifra comune è appunto una sorta di innocenza di fondo, sia che Botero guardi indietro ai  grandi maestri (vedi “L’infanta Margherita Teresa”, omaggio a Velazquez, o “Rubens e sua moglie”, omaggio ai fiamminghi), sia che proponga scene di vita quotidiana.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/162154136-0e7b5fd5-6849-45de-90d6-d28d40d89201.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7366 alignright" alt="162154136-0e7b5fd5-6849-45de-90d6-d28d40d89201" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/162154136-0e7b5fd5-6849-45de-90d6-d28d40d89201.jpg" width="320" height="474" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Qui raggiunge i momenti più felici, perché parla della sua gente, ritraendola in atteggiamenti dove traspaiono i tipici moduli narrativi della cultura popolare, con in più qualcosa fra ingenuo e assorto. E’ la compiaciuta intimità domestica di “Le sorelle” e de “La vedova” o la sospesa atmosfera de “La strada” o, ancora, la rilassatezza degli innamorati di “Picnic” e dei gaudenti di “Fine della festa”. E su tutto e in tutti aleggia un che di trasognato, ancor più evidente nella sezione dedicata ai quadri a soggetto religioso, un tema che abbiamo conosciuto nella mostra dell’anno passato al Palazzo delle Esposizioni, sulla figura di Cristo. Ma non v’è particolare che rimandi a quella drammaticità di fondo, i personaggi sono immersi in un loro climax contemplativo-fiabesco, “Passeggiata sulla collina”, “Seminario”, “Il nunzio”, “Cardinale addormentato”. Nulla di mistico o affine quindi, bensì un trasporre immagini normali, di consuetudine, in un contesto che Botero non dice ma solo suggerisce esser sacro (“Nostra Signora di Colombia”).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Il colore, ovviamente, gioca un ruolo fondamentale nella sua pittura, un colore acceso, vistoso, esuberante come la natura del continente latino-americano. Così nella serie di nature morte che se evocano tonalità cezanniane pure, nella loro sgargiante tessitura, hanno un timbro decisamente autoctono, ovvero riverberano la densa cromìa di foglie, frutta, vegetazione, quel torrido respiro della natura che spesso impregna anche le pagine scritte (ad esempio Asturias). Un colore che si cristallizza nelle figure muliebri, il cui aspetto matronale riempie la tela, come le due versioni de “Il bagno” e “Donna seduta”, mentre “Adamo ed Eva” merita una menzione a parte, per quella sua aria di semplicità, l’originario candore edenico appena turbato dall’apparire del serpente.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Il colore, che nella sezione politica diviene elemento di sottile ironia, lo sfoggio del Potere de “il presidente” e “il presidente e i suoi ministri”, e questi gli fanno da corollario con le loro divise impeccabili e poi i ministri, gli alti prelati, i portaborse (e come non pensare a Garcia Marquez?). E così il dittico “Il presidente, La first lady”, ma è nell’ultima sezione, il circo, che si esprime quasi con leggiadria la personalità artistica di Botero, in un racconto pittorico dove l’elemento ludico appare intrinseco ai personaggi. “Un soggetto bellissimo e senza tempo” ebbe egli a dichiarare nel suo soggiorno messicano, fascinato dai soggetti che per lui esprimevano la vitalità ed il colore del mondo circense. “Contorsionista”, “Gente del circo con elefanti”, “Pierrot”, “Pagliaccio”, opere nelle quali il gioco e lo stupore che esso suscita formano un suggestivo amalgama (e il circo ha ammaliato un altro grande artista latino-americano, Alejandro Kokocinski).</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/162154891-3cf9fb5b-a735-4ee9-a278-f37eaf3837dd.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-7368" alt="162154891-3cf9fb5b-a735-4ee9-a278-f37eaf3837dd" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/162154891-3cf9fb5b-a735-4ee9-a278-f37eaf3837dd.jpg" width="620" height="530" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">  E questo è Fernando Botero, 85 primavere sulle spalle ed un fama internazionale. “Credo molto nel volume, in questa sensualità che nella pittura suscita piacere allo sguardo. Un quadro è un ritmo di volumi colorati dove l’immagine assume il ruolo di pretesto”. Proprio così, lo spunto narrativo per parlare di una dimensione che non ha mai conosciuto il Peccato Originale, anche se il serpente è lì per tentare Eva.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: center;">“Botero” al Vittoriano, fino al 27 agosto, da lunedì a giovedì h.9,30-19,30, venerdì e sabato h.9,30-22, domenica h.9,30-20,30. Biglietto euro 12 intero e 10 ridotto, audio guida compresa (biglietto unico Botero + Boldini 20, ridotto 10). La mostra è prodotta ed organizzata da Gruppo Arthemisia e MondoMostreSkira, a cura di Rudy Chiappini. Per informazioni 068715111 e <a href="http://www.ilvittoriano.com">www.ilvittoriano.com</a></h4>
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		<title>Femminile e femminino</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jun 2016 07:39:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[“Creation of a World Center of Communication”. Lo leggi sulla mappa che configura una città, riprodotta poi nel pannello alla parete, ampi spazi, una geometria di pieni e vuoti. E’ una città ideale, un’utopia che impregnò di sé l’opera dello scultore norvegese Hendrik Christian Andersen, la cui splendida casa-museo, situata nei pressi di piazzale Flaminio [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-3.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-6626 alignleft" alt="fig. 3" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-3.jpg" width="300" height="224" /></a>“Creation of a World Center of Communication”. Lo leggi sulla mappa che configura una città, riprodotta poi nel pannello alla parete, ampi spazi, una geometria di pieni e vuoti. E’ una città ideale, un’utopia che impregnò di sé l’opera dello scultore norvegese Hendrik Christian Andersen, la cui splendida casa-museo, situata nei pressi di piazzale Flaminio ed a pochi metri dal Lungotevere, è un gioiellino tardo liberty con inflessioni neo rinascimentali. La progettò lui stesso, negli anni ’20, Villa Helene, e qui, reduce dagli Stati Uniti, visse e lavorò per quarant’anni, fino alla morte, nel 1940. La sorella Lucia donò il complesso allo Stato italiano ed ora questo magnifico patrimonio costituito da centinaia di statue, dipinti, mobilio d’epoca, arricchisce la città e merita assolutamente una visita.<br />
Tre fratelli, Hendrick, scultore, Andreas, pittore, Arthur, musicista, dalla Norvegia ad oltreoceano, dove vengono naturalizzati americani, poi l’Europa e infine l’Italia e Roma, dove Hendrick decide di vivere e sviluppare il suo progetto utopico. In breve tempo la casa-studio diventa un cenacolo d’arte, recependo i fermenti culturali che animavano l’Urbe inizi ‘900, nonché quelli europei. Le correnti pittoriche e delle arti plastiche in generale, gli umori politici, il femminismo, ogni cosa trovò eco in Villa Helene, che per Hendrik non era solo casa intesa come centro degli affetti (Helene, la madre amatissima, il fratello Andreas, che morirà a soli 33 anni, Olivia, la compagna e cognata di Hendrik nonché sua biografa, gli amici) ma anche il pilastro principale della sua particolare cosmogonia cui non erano estranee le letture rosacrociane e teosofiche (un volume della Blavatski figura nella libreria personale).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-2.jpg" rel="prettyPhoto"><img class=" wp-image-6627 aligncenter" alt="fig. 2" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-2.jpg" width="800" height="575" /></a><br />
Il femminismo, dicevo. E’ un tema caro ai due fratelli, soprattutto ad Hendrick che nella donna vedeva l’ispiratrice ed il centro armonico della sua città ideale, la “Mater” il cui afflato d’amore attraversa il corso del tempo e lui lo sublima qui, nel sogno del World Center. Un processo parafrasato dalla mostra in corso, “Femminile e femminino”, cinque capitoli per penetrare il fascinoso enigma muliebre, dove, nella lettura che ne dà l’arte, da sempre s’intrecciano mito e immagine reale. L’inizio, “Tra sacro e profano: aspetti della femminilità e del femminino”, con un magnifico olio di Andreas, “Adamo ed Eva nell’Eden”, il richiamo ai primordi, aspro e sensuale, mentre con “Maddalena”, di Hendrik, si delinea il tipo opposto, una femminilità rarefatta, “verticale”, che trova in “Psiche” il suo controcanto, l’elevazione dove corpo ed anima si fondono in un’unica armonia e, infine, “Sirenetta”, come ambiguità, creatura che unisce mondi contrapposti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-1.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-6628 alignright" alt="fig. 1" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-1.jpg" width="300" height="416" /></a>“Lo studio del corpo femminile”, con disegni dei due fratelli, molti dei quali sembrano quasi istantanee, in tutto simili alle raffigurazioni di Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia (il periodo è lo stesso, fine ‘800). E, nel tratto di Hendrik, appare evidente una tensione michelangiolesca, che poi proromperà nella scultura, come si vedrà nel quinto capitolo. Con “Le donne di casa Andersen: gli affetti”, si entra nella dimensione poetica di Hendrik, la “domus”, centro di vita, con la madre Helene, presente in un bel ritratto, e le altre donne della sua vita, la cognata Olivia e la sorella adottiva Lucia. E qui il discorso si amplia, “L’immagine e il ruolo femminile tra Ottocento e Novecento”, ovvero la donna che vive un momento storico a lei favorevole e si afferma nel mondo delle arti (la strada l’aveva aperta George Sand). Ed ecco il ritratto di Isabelle Stewart Gardner, ricca collezionista e mecenate, di Andreas, il tondo con Francesca Bertini, grande diva del muto, Ethel Cochran, ancora di Andreas ed altre tele il cui stile ha sapori impressionisti.<br />
Prima di scendere al piano terra, la quinta sezione, “La Donna nella città perfetta di Andersen: vedere il feminino”, è bene soffermarsi sui particolari, l’arredamento, gli affreschi del soffitto, gli stucchi e poi, ancora, gli strumenti da lavoro e un bel busto in terracotta di Hendrik, che rivela il suo amore per il ‘400 ed il primo rinascimento italiano (Donatello, Laurana, Verrocchio). Amore che ritroviamo giù, nelle composizioni sacre (un’ancona con la crocifissione) ma, nel panorama complessivo, è Michelangelo il referente più prossimo. Nei due vasti saloni è tutto un fiorire di statue di Hendrik, singole e a gruppi, grandiosi viluppi marmorei che dovevano costellare la città ideale, con la Fontana della Vita quale “umbilicus urbis”, il punto dove converge e di dove s’irradia l’energia (evidente la lezione teosofica steineriana).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-4.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-6629 aligncenter" alt="fig. 4" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-4.jpg" width="640" height="476" /></a><br />
Indubbiamente v’è una propensione al gigantismo che un po’ altera la visione d’insieme, come aveva notato lo scrittore Henry James, suo grande amico, ma ciò non sminuisce la suggestione che provoca questa folla di statue. Hendrik lavorava andando oltre la pura forma, sconfinando in un territorio dove l’arte diventava filosofia pura. Un mistico? Non a caso il suo incontro con Tagore, il grande poeta indiano che lo visitò a Roma (una foto fissa il momento), fu particolarmente felice, entrambi sulla stessa lunghezza d’onda. La Poesia come voglia di futuro.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-6.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-6630" alt="fig. 6" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/06/fig.-6.jpg" width="640" height="377" /></a></p>
<h4 style="text-align: center;">“Femminile e femminino”, Museo Hendrik C. Andersen, via Pasquale Stanislao Mancini 20, dal martedì a domenica, h.9,30-19,30 solo su prenotazione con visita guidata. Per informazioni 06.3219089 e pm-laz.museoandersen@beniculturali.it</h4>
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		<title>Correggio e Parmigianino, pittori della Rinascenza</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2016 18:16:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Arte a Parma]]></category>
		<category><![CDATA[Correggio e Parmigianino]]></category>
		<category><![CDATA[Scuderie del Quirinale]]></category>

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		<description><![CDATA[In genere, quando si parla di rinascimento pittorico in Italia, si pensa subito alle tre città che erano magnifici quanto spettacolari cantieri d’arte e cioè, partendo dal Nord, Venezia, Firenze e Roma. Da Tiziano a Pontormo a Michelangelo, solo per fare qualche nome (e l’elenco, come ben sappiamo, sarebbe lungo e “corposo”), è un vero [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/36.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-6350 alignleft" alt="36" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/36.jpg" width="300" height="399" /></a>In genere, quando si parla di rinascimento pittorico in Italia, si pensa subito alle tre città che erano magnifici quanto spettacolari cantieri d’arte e cioè, partendo dal Nord, Venezia, Firenze e Roma. Da Tiziano a Pontormo a Michelangelo, solo per fare qualche nome (e l’elenco, come ben sappiamo, sarebbe lungo e “corposo”), è un vero e proprio tripudio di bellezza che influenza tutta la cultura europea. Ma, proprio in virtù del suo essere frazionata in regni e ducati, l’Italia, rispetto ad altri paesi, può vantare più “laboratori” (chiamiamoli così) d’arte, più “scuole” che si aggiungono alle tre principali. Per nulla da sottovalutare, come la bolognese, la bergamasca, la genovese e, fra tutte, una delle più interessanti ha il suo centro nel Ducato di Parma.<br />
Correggio e Parmigianino, due figure che escono presto da quella che per molti restava una periferia pittorica (soprattutto in quanto imitatori dei grandi) e si impongono a livello più ampio. Divengono anzi protagonisti di quella splendida stagione che è la Rinascenza delle arti italiche e basta osservare gli affreschi del Correggio nel Duomo o quelli del Parmigianino in Santa Maria della Steccata per rendersene conto. Parma dunque come un punto riferimento ed anche una “scuola” a sé che non mancherà di far sentire i suoi riflessi nella pittura del centro Italia. E Correggio e Parmigianino eccoli a confronto nella mostra a loro dedicata alle Scuderie del Quirinale.<br />
Si evidenziano subito le rispettive peculiarità quali emergono da uno stesso soggetto, “Matrimonio mistico di Santa Caterina”: corposo e sensuale il Correggio quanto più astratto e raffinato il Parmigianino. Entrambi a bottega sin da giovanissimi, con le prime opere in cui si avvertono influenze stilistiche dei maestri lombardi ed emiliani ed entrambi celebrati dal Vasari per la loro abilità (a proposito di una composizione sacra del Parmigianino scrive “che anco chi la vede resta maravigliato che da un putto fusse condotta sì bene una simil cosa”).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/120.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-6357" alt="N089" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/120.jpg" width="640" height="525" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">E in effetti le differenze fra Antonio Allegri, detto il Correggio, e Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, non sono poche.<br />
La luce, la forma, il colore ma anche il modo di situare i personaggi, di dare un senso alla loro fisicità inserita in un contesto preciso. Lo vediamo subito con i soggetti a carattere sacro del Correggio, dove le tonalità mistiche risultano diluite, al contrario di quanto avvenuto sinora, i personaggi immersi in un clima aulico (pensiamo alla pittura del ‘400, ma anche primo ‘500). Qui traspare una dimensione più quotidiana, sia per il “Matrimonio mistico di Santa Caterina con Sant’Anna, San Francesco e San Domenico”, che adombra il tema classico delle Sacre Conversazioni, sia per la “Madonna col Bambino” (peraltro tenerissimo), sia per il “Commiato di Cristo dalla madre”o, per citare un&#8217;altra opera notevole, il “Riposo durante la fuga in Egitto con San Francesco”. E’ una rottura col pathos contemplativo del passato ma non per questo mancano inflessioni drammatiche, come in “Giuditta e la sua ancella con la testa di Oloferne”, acuite dall’ambientazione notturna, o “David davanti all’Arca dell’Alleanza” (e qui una curiosità, un ebreo e un maomettano insieme, particolare davvero insolito per l’epoca, dove le scorrerie dei saraceni erano abituali. Un non tanto larvato messaggio ecumenico?).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/13.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright" alt="13" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/13.jpg" width="350" height="399" /></a>Di contro Parmigianino si mostra più tendente all’idealizzazione del soggetto, come dimostra il “Ritratto di Lorenzo Cybo”, di virile armonia, ed anche molto attento alla struttura compositiva (un felice “Matrimonio mistico di Santa Caterina con San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista”). In realtà entrambi hanno un fine gusto della composizione, di un realismo “soave e tenero”, per dirla con Stendhal, il Correggio (“Adorazione dei pastori”, “Noli me tangere”, uno splendido “Volto di Cristo”), quasi sognante il Parmigianino (“Madonna di San Zaccaria”, la spettacolare “Conversione di Saulo”, con il cavallo che sarebbe piaciuto a De Chirico). E il paesaggio di sfondo, che affrontano in modo diverso: d’impronta classica, di sapore leonardesco, il Correggio, tutto di movimento il Parmigianino.<br />
Un passaggio importante della loro produzione artistica è il filone mitologico, all’epoca ancora poco frequentato (bisogna aspettare un po’prima che nasca una pittura “laica”, anche se poi ci penserà il Concilio di Trento a rimettere ordine). Qui la componente pagana ha una tonalità diversa, come si evince confrontando la fresca sensualità della “Danae”, capolavoro del Correggio, con quella più intellettualizzata del Parmigianino. E’ nella sinuosità delle forme, con la tipicità dei colli allungati e gli ovali dei volti, che il Mazzola compie la sua ricerca di un Bello ideale. Esemplare in tal senso “Ritratto di giovane donna detta “Schiava turca”, probabilmente una cortigiana d’alto bordo nella cui espressione ambiguamente sorniona sembra voler compendiare l’enigma feminino.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/88.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-6351 alignleft" alt="N1147-A" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/88.jpg" width="300" height="394" /></a>Ma è nel disegno che Parmigianino mostra tutta la sua padronanza tecnica unita ad una grande raffinatezza, si vedano “Saturno che divora i suoi figli”, “Studio per la “Madonna dal collo lungo”, una squisita “Testa di Gesù Bambino” e, sorprendente, anche in quanto soggetto poco comune, “Un uomo seduto su uno sgabello, che sostiene una cagna incinta”. Correggio non è da meno, “Venere addormentata”, “Adorazione dei magi”, come pure interessante risulta la produzione – disegni e tele – dei pittori che gravitano nella loro orbita, Giorgio Gandini del Grano, Girolamo Mazzola Bedoli, Michelangelo Anselmi e Francesco Maria Rondani. I protagonisti assoluti sono però sempre Correggio e Parmigianino che, nelle ultime sale, vediamo cimentarsi in raffigurazioni fra mito e storia. Di sapore tizianesco i loro ritratti virili, ma è il Parmigianino che più intriga e se la sua “Lucrezia” è decisamente teatrale, “Pallade Atena” e “Antea” s’impongono per quel tratto nobile ma anche finemente stilizzato.<br />
Dunque due personalità complesse con un diverso vissuto artistico. Entrambi si recano a Roma dove conoscono e studiano le opere di Raffaello e Michelangelo, ma punto di riferimento per Correggio resta il Mantegna, soprattutto in senso prospettico. E ne risulterà quella componente ariosa e visionaria di opere mirabili come la volta della Camera della badessa Giovanna Piacenza, nel convento parmense di San Paolo, o la vertigine della cupola del Duomo, con l’Incoronazione della Vergine (dove “il suo miracoloso dono di movimento è speso con la più folle prodigalità”, come scrive Bernard Berenson, grande storico dell’arte). Dal canto suo Parmigianino, che a Roma frequentò Perin del Vaga, Baldassarre Peruzzi, Sebastiano del Piombo e che da Roma dovette fuggire durante il Sacco del 1527, fu anche a Bologna, dove non restò insensibile al fascino della pittura emiliana (Garofalo in particolare). Sviluppò comunque uno stile personale, di turgida eleganza, come risulta dagli affreschi giovanili nella Rocca di Fontanellato o quelli più tardi di Santa Maria della Steccata a Parma. Ma è nel figurativo che s’impone, con quella sinuosità di cui dicevo più sopra, che fa di lui un elegante manierista.<br />
Correggio e Parmigianino, due grandi precursori del Barocco.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/12.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-6354 aligncenter" alt="12" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2016/03/12.jpg" width="300" height="351" /></a></h4>
<h4 style="text-align: center;"><strong><span style="color: #000000;">“Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento”, alle Scuderie del Quirinale</span><br />
<span style="color: #000000;"> fino al 26 giugno. Da domenica a giovedì h.10-20, venerdì e sabato h.10-22,30</span><br />
<span style="color: #000000;">. Biglietti: euro 12 intero, 9,50 ridotto. </span><br />
Per info. 06.39967500 e <a href="http://www.scuderiequirinale.it">www.scuderiequirinale.it</a></strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
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		<title>il Cavalier Calabrese</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2015 18:05:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[  Mattia Preti, che ancora adolescente lasciò la natìa Taverna, in terra bruzia, per raggiungere Gregorio, il fratello maggiore che a Roma aveva una bottega di pittore ed imparare l’arte. Presto si fece conoscere come un valente giovane in quella Roma della prima metà del ‘600 dove il mecenatismo di tre papi (Urbano VIII, Innocenzo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/11.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-5763 alignleft" alt="11" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/11.jpg" width="320" height="414" /></a>  Mattia Preti, che ancora adolescente lasciò la natìa Taverna, in terra bruzia, per raggiungere Gregorio, il fratello maggiore che a Roma aveva una bottega di pittore ed imparare l’arte. Presto si fece conoscere come un valente giovane in quella Roma della prima metà del ‘600 dove il mecenatismo di tre papi (Urbano VIII, Innocenzo X e Alessandro VII)  stava facendo dell’Urbe la capitale del Barocco europeo. Bernini, Borromini, Pietro da Cortona, i tre numi tutelari nel campo dell’architettura e poi Domenichino, Guido Reni, il Guercino, Poussin, Simon Vouet, Lanfranco nella pittura e, ancora, Algardi, Ferrata, Duquesnoy nella scultura. Insomma tutto un fervore creativo che fungeva da calamita per artisti italiani ed europei in cerca di fama. E Mattia è uno di questi, quale viene proposto nella mostra alla Galleria Corsini: “Mattia Preti: un giovane nella Roma dopo Caravaggio”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  A Roma c’è stata la rivoluzione caravaggesca, che riguarda non solo il nuovo rapporto con la luce ma anche una diversa caratterizzazione dei personaggi, assolutamente fuori dei canoni correnti (Caravaggio subì aspre critiche, vedi il caso della “Madonna dei Pellegrini”). La pittura è dunque in una fase di cambiamento, almeno nei moduli espressivi, e il giovane Mattia, a bottega dal fratello, inizia a cimentarsi, trovando un suo spazio nell’ambiente romano. E la mostra documenta  la produzione di questa fase della sua vita, poco nota a differenza della successiva, l’epoca della maturità vissuta fra Napoli e Malta. Una produzione che, a differenza di quella di Gregorio, il fratello, non risente di alcun artificio accademico ma si sviluppa respirando il clima pittorico di quegli anni.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/10.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-5760" alt="10" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/10.jpg" width="640" height="463" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">  Che è ancora quello della “manfrediana methodus”, cioè il naturalismo caravaggesco riproposto da Bartolomeo Manfredi, allievo del Pomarancio, e reinterpretato da personalità di primo piano, come Carlo Saraceni, Artemisia Gentileschi, Gherardo delle Notti (e poi ci sono Ribera e la Scuola Napoletana). Il giovane Mattia guarda sì al Caravaggio ed alle sue soluzioni luministiche, ma in maniera diluita, più morbida. Anzitutto nella forma, dove le figure non hanno quei connotati di spesso brutale realismo del Merisi, poi nella distribuzione della luce e infine nell’atteggiamento. E vediamo subito quali sono i risultati esposti nella Galleria, sia nel ritratto singolo come in quello corale.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  “Pindaro” e “Virgilio” sono entrambi molto intensi, soprattutto il secondo, con una luce rispettivamente frontale e a raso che sembra caratterizzare la psicologia del personaggio. Il tratto è deciso ma anche morbido e tale traspare da “Soldato”, dove la figura dell’armigero che conta le monete ha un che normalità quotidiana, soprattutto sul piano gestuale, cosa che risalta maggiormente in “Negazione di Pietro”, dove il militare che afferra Pietro per la barba anche se impugna la spada sembra quasi gli stia facendo una ramanzina. Nulla, cioè, della violenza con la quale  Caravaggio avrebbe rappresentato una scena del genere (penso a “La cattura di Pietro”). E quando non compare un solo soggetto ma è una coralità di figure?</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/07.jpg" rel="prettyPhoto"><img alt="07" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/07.jpg" width="640" height="478" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">  Nelle due versioni del “Tributo della moneta”, che strutturalmente, nella distribuzione dei personaggi (in particolare quella della Galleria), ricordano “La vocazione di Matteo” del Merisi in San Luigi dei Francesi, stessa intonazione “soft”, con la luce che avvolge il gruppo inducendo effetti chiaroscurali che rimandano a Lanfranco e Simone Vouet. Ma questo non significa che il giovane Mattia non sappia drammatizzare i temi proposti, lo fa, semplicemente non enfatizza, usa la luce quasi come uno spazio plastico nel quale racchiudere i personaggi. Uno spazio anche metaforico, quando i soggetti hanno come sfondo il variegato affollarsi delle nuvole che, soprattutto dopo la Controriforma che dettò i nuovi canoni stilistici, svolgono  una funzione fortemente simbolica</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  La loro presenza conferisce un’aura di mistero che fa risaltare la sacralità del tema proposto, lo rende unico, e qui lo vediamo in “Guarigione dell’indemoniato”, “Buon Samaritano”, “San Pantaleo”, “Salomone offre sacrifici agli idoli” e il più “laico”, per così dire, “Fuga da Troia” (ed anche il più concettuale, le tre età rappresentate nella rovinosa fuga del Tempo). E se l’insieme rivela una certa teatralità compositiva peraltro tipica del Barocco (qui di sapore cortonesco) con echi, soprattutto coloristici, della grande pittura veneziana, pure non vi compaiono tentazioni retoriche o sbavature di sorta. Il pennello di Mattia agisce con sobrietà, puntando alla messinscena “devota” ma senza mai calcare la mano, nel giusto equilibrio, vedi il Cristo trionfante dello “Stendardo di San Martino” o il “Miracolo dell’idropico”, con un forte influsso guercinesco (la figura di destra, il malato). E stesso discorso vale per i ritratti, dove si nota anche un certo approfondimento psicologico, in particolare il “Fumatore</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/04.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-5759 alignright" alt="04" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/11/04.jpg" width="330" height="460" /></a> Il meglio di sé Mattia Preti, ormai conosciuto anche come “Cavalier Calabrese”, lo darà nelle grandi composizioni della maturità, sparse fra Napoli (il bellissimo San Sebastiano a Capodimonte), Taverna, la sua città natale che conserva opere notevoli, e Malta, dove fu una sorta di novello Caravaggio. E Roma, naturalmente, dove nell’abside di Sant’Andrea della Valle figurano gli splendidi affreschi relativi al martirio dell’apostolo. E questi è come intrecciassero un dialogo con gli altri del Domenichino presenti nella basilica, ma rivelandosi superiori perché, pur essendo lo Zampieri grandissimo pittore, restava in un filone classico al contrario del Preti, che, con il suo stile particolare anticipa Luca Giordano. E ciò avviene durante il soggiorno partenopeo, quando la sua pittura morbida si impone sui toni di aspro realismo del Ribera ed imprime una svolta alla Scuola Napoletana che supera il caravaggismo aprendosi a soluzioni nuove. Mattia Preti si pone quindi come emblematico protagonista della pittura del XVII secolo ed è giusto celebrarlo nel IV centenario della nascita.</h4>
<h4 style="text-align: center;"> “Mattia Preti: un giovane nella Roma dopo Caravaggio”, alla Galleria Corsini.<br />
fino al 18 gennaio, mercoledì-lunedì h.8,30-19,30, martedì chiuso.<br />
Biglietto euro 5, ridotto 2,50. Per informazioni 06.68802323<br />
<a href="http://www.galleriacorsini.beniculturali.it">www.galleriacorsini.beniculturali.it</a>  e <a href="http://www.mattiapretincalabria.it">www.mattiapretincalabria.it</a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Segnalo anche un bel Mattia Preti a Castel Sant’Angelo, nella mostra “Lo stato dell’arte”, particolare per il soggetto non comune nell’iconografia sacra: “Cristo risorto in veste di giardiniere appare alla Maddalena”</h4>
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		<title>Akbar, il più grande</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2015 18:58:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[ Se qualche lettore ha seguito il ciclo di film di Bollywood trasmesso quest’estate su Rai Movie, ricorderà lo spettacolare “Jodhaa Akbar”, la vita e le opere di Jalaluddin Muhammad, grande imperatore della dinastia Moghul che regnò in India nel XVI secolo. Un film peraltro interessante, non solo dal punto di vista scenografico ma da quello [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/w.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-4990 alignleft" alt="w" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/w.jpg" width="280" height="240" /></a> Se qualche lettore ha seguito il ciclo di film di Bollywood trasmesso quest’estate su Rai Movie, ricorderà lo spettacolare “Jodhaa Akbar”, la vita e le opere di Jalaluddin Muhammad, grande imperatore della dinastia Moghul che regnò in India nel XVI secolo. Un film peraltro interessante, non solo dal punto di vista scenografico ma da quello storico, perché introduceva lo spettatore occidentale ad un mondo per lui pressoché sconosciuto. Diciamo che “Jodhaa Akbar” è stato un saporito assaggio di qualcosa di molto più consistente, che tale è la civiltà e cultura Moghul e chi intende approfondirne il senso può ora farlo visitando la raffinata mostra in corso presso la Fondazione Roma Museo a Palazzo Sciarra, “Akbar – Il grande imperatore dell’India”.      Babur, discendente di Gengis Khan e Tamerlano, fu l’iniziatore della dinastia, poi venne Humayun che ebbe Akbar il quale, dopo la morte del padre, si ritrovò giovanissimo a guidare un impero in espansione. Non fu facile per lui, fra intrighi di palazzo, guerre e minacce interne al suo stesso nucleo familiare, restare indenne e sviluppare una propria linea politica. La gestione del potere è sempre difficile, più facile abusarne, tuttavia Akbar seppe comportarsi con saggezza, inflessibile con i nemici ma equilibrato nell’amministrare la giustizia. Pur quasi analfabeta fu mecenate e protettore delle arti, che sotto il suo regno prosperarono e, parimenti, vi fu una grande tolleranza sia etnica che religiosa. Lui islamico, influenzato dal misticismo Sufi, permetteva riti diversi, e anzi, nella Ibadat Khana, la Casa del Culto, appositamente costruita, amava discutere con esponenti di varie fedi, dagli hindu ai gesuiti (approdati a Goa nel 1542 con Francesco Saverio), quasi alla ricerca di una sorta di sincretismo religioso (e neanche gli atei erano esclusi). Insomma un sovrano illuminato come ce ne sono stati pochi nel corso della storia umana.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/xzmndth-zx.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-4993" alt="xzmndth zx" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/xzmndth-zx.jpg" width="620" height="402" /></a></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Oltre 130 opere divise in cinque sezioni a tema, il cui insieme mostra in filigrana il regno di Akbar ed il suo tempo. E subito, con “Vita a Corte, governo e politica”, ci si rende conto della fastosità ma, insieme, anche della levità di quel contesto, poiché in tutte le rappresentazioni, il verismo della scena, pur impreziosito da elementi di contorno (acquerello opaco e oro su carta), non mostra quelle ridondanze stilistiche inevitabili quando si celebra il Potere. Così è, ad esempio, per Akbar in pellegrinaggio, la nascita del figlio Salim o il ritratto di Zain Khan, di grande sobrietà (ed eleganza) nonché di una cura del particolare che rimanda alle miniature persiane. E questo appare ancora più evidente nella seconda sezione, “Città, urbanistica e ambiente”, in particolare (secondo me) ne “La costruzione della città di Fathpur Sikri” (il centro politico-religioso dell’impero) e “La costruzione del forte di Agra” (la capitale amministrativa), dove la minuziosità è davvero incredibile (quasi si percepisce la polvere sollevata dagli operai). E, per analogia, non puoi non pensare ai fiamminghi ed al loro gusto del particolare.   E si prosegue nel suggestivo percorso che non illustra solo le gesta di Akbar ma narra di usi e costumi (“Punizione di una donna infedele”), mostra paesaggi stilizzati e animali (“Coturnice orientale”, “Elefanti”), parla di favole (“Il corvo indice un’assemblea degli animali”). Poi, dopo una splendida coppia di teste di leoni in bronzo dorato, per lungo tempo credute romaniche, il terzo settore, “Arti e artigianato”, con manufatti pregevoli, come un armadietto su base a tavolino con tarsie in avorio e mosaico, un paio di orecchini eseguiti in oro con incastonati rubini, diamanti e smeraldi con perle sospese, un serbatoio per pipa ad acqua in lamina d’oro, un tappeto in cotone e lana.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/j.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-4991 aligncenter" alt="j" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/j.jpg" width="450" height="733" /></a></h5>
<h5 style="text-align: justify;">E passiamo alla quarta sezione, “Guerra, battaglia e caccia”, con scene di cruenti episodi bellici che si alternano alle immagini dell’imperatore o del nonno Babur in battuta, con gli elefanti in primo piano, il ciclo da “Le avventure di Hamza”, lo zio di Maometto, una celebre saga assai diffusa nel bacino indoiranico (lo stile, infatti, è un misto di persiano e hindu). E le armi, naturalmente, scimitarre, un pugnale a spinta, uno scudo con tarsie di madreperla (forse da parata).   Infine la quinta sezione, “Religione e mito”, forse la più intrigante, perché mostra il clima di tolleranza che regnava nel paese (Akbar tolse la tassa di pellegrinaggio sia ai sudditi di fede hindu che islamica, cosa che lo rese molto popolare). Non sono solo i temi diciamo così “locali”, come il derviscio, il mullah o le illustrazioni dei libri sacri dell’India, come il “Ramayana” e il “Mahabharata”, ma quelli cristiani, importati dai gesuiti, a catturare l’attenzione. E’ curioso vedere un San Luca, la Natività, Gesù e la samaritana o le scene della crocifissione e pensarle eseguite da artisti moghul, che si ispiravano a modelli europei. Ma, come già detto, l’impero di Akbar faceva perno sulla tolleranza, questa era la sua forza, e lui stesso si sentiva strumento di un disegno più ampio che cercava di tradurre nella realtà quotidiana. Armonia, quale traspare dalle miniature moghul che ornano la stanza del Milione del castello di Schonbrunn, a Vienna, qui esposte nella prima sezione, segni di una cultura che nella giusta misura trovava il suo punto di equilibrio. Akbar valutava le persone per quel valevano, la meritocrazia, diremmo oggi. Proprio quello che manca – e forse è sempre mancato – nel nostro Paese. Ecco, prendiamone esempio.</h5>
<h3> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/l.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-4992 aligncenter" alt="Museum für Ostasiatische Kunst, Löwenköpfe, C1, Bronze" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/05/l.jpg" width="450" height="272" /></a></h3>
<h5 style="text-align: center;">“Akbar – Il grande imperatore dell’India”, Fondazione Roma Museo Palazzo Sciarra, via Marco Minghetti 22, fino al 3 febbraio 2013. Orario 10-20, lunedì escluso, biglietto intero 10 euro, ridotto 8. Informazioni e prenotazioni 06.39967888 e <a href="http://www.fondazioneromamuseo.it">www.fondazioneromamuseo.it</a> Con inizio il 7 novembre sono previsti un ciclo di conferenze ed una rassegna di film di produzione Bollywwod, fra i quali, ovviamente, quello su Akbar, in edizione integrale (h.21 al teatro Quirinetta). Ingresso gratuito dietro presentazione del biglietto della mostra, con prenotazione obbligatoria allo 06.697645599.  <strong> </strong></h5>
<h3>.</h3>
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		<title>La nuova stagione della Filarmonica 2014/2015</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Oct 2014 15:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Adriana Panni]]></category>
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		<description><![CDATA[  Si avvia ai due secoli dalla nascita l’Accademia Filarmonica Romana, che un gruppo di nobili appassionati di musica fondò il 4 dicembre 1821, divenendo in breve tempo una delle istituzioni più prestigiose della Roma papalina. La sede è nella cinquecentesca Casina Vagnuzzi, in via Flaminia, una deliziosa palazzina impreziosita non solo dagli affreschi ma [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">  Si avvia ai due secoli dalla nascita l’Accademia Filarmonica Romana, che un gruppo di nobili appassionati di musica fondò il 4 dicembre 1821, divenendo in breve tempo una delle istituzioni più prestigiose della Roma papalina. La sede è nella cinquecentesca Casina Vagnuzzi, in via Flaminia, una deliziosa palazzina impreziosita non solo dagli affreschi ma dal Bosco Filarmonico, splendida e rigogliosa macchia di verde che rende il tutto un luogo incantato. E qui, come sempre, nella Sala Casella, è stato presentato il programma della stagione 2014-2015, un cartellone che presenta molte situazioni di notevole interesse, distribuite fra musica, danza e teatro visivo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/3.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="wp-image-3924 aligncenter" alt="3" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/3.jpg" width="620" height="398" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">  E cominciamo subito alla grande, con<a href="http://youtu.be/EdrHGDADSlw?t=2m15s"> Uto Ughi </a>che inaugura la stagione il 23 ottobre al Teatro Olimpico, con un omaggio ad Adriana Panni, indimenticabile presidente ed animatrice della Filarmonica dal 1973 (e la Partita n.2 in re minore del sommo Bach è in perfetta sintonia). Inizia poi a snodarsi il calendario degli appuntamenti, molti dei quali all’insegna della novità assoluta, con nomi di rilievo nel panorama internazionale. Come la clavicembalista Blandine Rannou, che in “Focus Rameau” interpreta l’integrale delle “Nouvelles Suites de pièces de clavecin” del grande musicista francese del quale ricorre il 250° della morte (vedi la mia recensione de “Les Indes Galantes”). Imperdibile, alla Sala Casella il 30 ottobre, ore 20,30.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/foto-nuova.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-3925 aligncenter" alt="foto nuova" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/foto-nuova.jpg" width="620" height="379" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Dagli aromi rococò ai turgori barocchi di “La Santissima Trinità”, oratorio a cinque voci e strumenti eseguito da <a href="http://youtu.be/l-2a1ZGLHNY">I Turchini diretti da Antonio Florio</a>, un ensemble specializzato nel repertorio musicale del ‘600-‘700 napoletano, tutto da esplorare (Olimpico, 13 novembre). Ma anche l’Urbe non è da meno, con l’ottimo Concerto Romano (da me recensito: “Sacred music for the poor”) che indaga nello stesso periodo, peraltro ricchissimo (le “Laudi” alla Vallicella, che preludono alla nascita dell’oratorio). Alessandro Quarta dirige l’ensemble ne “La Giuditta”, di Alessandro Scarlatti, su libretto di Antonio Ottoboni, il padre del cardinale Pietro, poi divenuto papa Alessandro VIII (Olimpico, 18 dicembre).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/BehzodAbduraimov_01.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter" alt="BehzodAbduraimov_01" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/BehzodAbduraimov_01.jpg" width="620" height="431" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Continuando a curiosare nella ben arredata vetrina della Filarmonica segnalo il pianista uzbeko <a href="http://youtu.be/ARaqrgeM5D0?t=10s">Behzod Abduraimov</a>, giovane ma già affermato, con le splendide Ballate di Chopin (Olimpico, 20 novembre), due grandi violoncellisti, <a href="http://youtu.be/jUcSOoL3vOc">Sol Gabetta </a>e Mischa Maisky, entrambi al Teatro Argentina, rispettivamente il 27 novembre ed il 15 gennaio). Da non mancare anche l’appuntamento all’Argentina il 5 marzo con Trevor Pinnock ed il suo trio, un magnifico programma tutto barocco (Buxtehude, Bach, Telemann). E poi il grande Franz Schubert nel suo ultimo anno di vita, quando scrisse alcuni capolavori riproposti dal Quartetto Guadagnini (Argentina 5 febbraio, Sandro Cappelletto voce narrante), l’omaggio a Roman Vlad in coproduzione con Nuova Consonanza (Sala Casella, 30 novembre), “Milo, maya e il giro per il mondo”, un’opera musicale per tutta la famiglia, dove la musica svolge una funzione didattica in senso squisitamente ecologico, di qualità della vita (Olimpico, 24 marzo), “Il vestito di Marlene”, intrigante contaminazione di danza e rock con i Marlene Kuntz e i Mvula Sungani Company (Olimpico, 1 e 2 aprile).  Interessante  anche “Il ritorno di Casanova” , concerto a tre voci di Federico Tiezzi tratto dall’omonimo racconto di Arthur Schnitzler, scrittore austriaco fra i più significativi della cultura mitteleuropea primo ‘900 (Argentina, 20 aprile).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/Alchemy-133.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-3927 aligncenter" alt="Alchemy 133" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/Alchemy-133.jpg" width="620" height="288" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;"> E poi, naturalmente, ci sono i grandi (ed attesi) ritorni, a cominciare dai Momix di Moses pendleton, in “Alchemy”, ballo ed illusione in chiave alchemica, dove tutto si compone e scompone in un gioco di rifrazioni che si sovrappongono con un ritmo quasi onirico (olimpico dal 18 al 30 novembre), la Compagnia di Miguel Angel Berna in “Mediterraneo”, dove movimento e “melos” attingono a quel melting polt che è il bacino mediterraneo, culla di culture (Olimpico, dal 2 al 7 dicembre), l’Aterballetto in “Don Quixote de la Mancha” e “Rossini Cards”, il genere picaresco al confronto con il vitalismo rossiniano (Olimpico, 5 e 6 maggio), i mitici Mummenschanz in “Les musiciens du silence”, che diventa una sorta di stralunata metafora della società dei consumi, poiché le storie son costruite con materiale di scarto (Olimpico, dall’( al 17 maggio).</h4>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/Furio-Zanasi_Rinaldo-Alessandrini.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-3930 aligncenter" alt="Furio Zanasi_Rinaldo Alessandrini" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/Furio-Zanasi_Rinaldo-Alessandrini.jpg" width="620" height="445" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">  Questo è solo un assaggio del programma ben più folto decentrato fra Teatro Olimpico, Argentina e Sala Casella. Al tutto è da aggiungere, come corollario, il concerto dei vincitori del XXIII concorso di esecuzione musicale, i Nuovi Talenti, che la Filarmonica propone per il secondo anno in collaborazione con la Società Umanitaria (si esibiranno nella Sala Casella) e la II edizione del Festival “Un organo per Roma”, sette concerti ad ingresso gratuito nella Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia. Ed è tutto, esorcizziamo la crisi con la musica.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/S_Eustachio_-_teatro_Argentina_1010120.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-3931 aligncenter" alt="S_Eustachio_-_teatro_Argentina_1010120" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/10/S_Eustachio_-_teatro_Argentina_1010120.jpg" width="620" height="452" /></a></h4>
<h4 style="text-align: center;">   <strong>Per informazioni più dettagliate<br />
sui programmi, orari, abbonamenti e prezzi, tel.063201752,<br />
<a href="http://www.filarmonicaromana.org">www.filarmonicaromana.org</a>  e <a href="http://www.teatrolimpico.it">www.teatrolimpico.it</a> .<br />
</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
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		<title>Sordevolo, lo spettacolo della Passione</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Mar 2014 16:13:58 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[“Teatro Popolare di Sordevolo“]]></category>
		<category><![CDATA[Dina di Sordevolo]]></category>
		<category><![CDATA[frati Trappisti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Verga]]></category>
		<category><![CDATA[Passione]]></category>
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		<description><![CDATA[Sapevo dell’esistenza di un paese chiamato Sordevolo perché, abitando all’epoca a Catania, ero venuta a conoscenza che nella biblioteca universitaria della mia città era stato trovato un corposo carteggio riguardante la relazione epistolare tra il mio illustre concittadino Giovanni Verga e la pianista Dina di Sordevolo.
Erano gli anni Sessanta e solo più tardi scoprii che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/800px-Trappa_di_sordevolol.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-2387 alignleft" alt="800px-Trappa_di_sordevolol" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/800px-Trappa_di_sordevolol.jpg" width="320" height="124" /></a>Sapevo dell’esistenza di un paese chiamato Sordevolo perché, abitando all’epoca a Catania, ero venuta a conoscenza che nella biblioteca universitaria della mia città era stato trovato un corposo carteggio riguardante la relazione epistolare tra il mio illustre concittadino Giovanni Verga e la pianista Dina di Sordevolo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Erano gli anni Sessanta e solo più tardi scoprii che il piccolo paese a dieci chilometri da Biella era noto anche per altre ragioni, per esempio per le numerose fabbriche che lavoravano la lana, per la presenza di un antico ed articolato fabbricato del XVIII secolo, la Trappa, che ospitò i monaci trappisti in fuga dalla rivoluzione francese, ma soprattutto perché il comune è il luogo della Passione, un’importante e spettacolare rappresentazione sacra che si tiene con cadenza quinquennale e a cui partecipa l’intera popolazione.</h4>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/passione9.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-2382 aligncenter" alt="passione9" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/passione9.jpg" width="600" height="400" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;"> In molti  paesi del biellese  l’usanza di  rappresentare  la Passione di Cristo ed altri drammi sacri è scomparsa da molto tempo, solo a Sordevolo  la tradizione è rimasta intatta e richiama migliaia di visitatori.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il testo che viene recitato  risale nientemeno che al 1500.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">interno del Colosseo, e non si sa come sia andata a finire a Sordevolo, località così distante dal centro della cristianità e così anonima. Si pensa che sia stata portata da qualche pellegrino di passaggio, o dagli stessi frati Trappisti, e potrebbe anche essere vero.</h4>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/passione8.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="wp-image-2381 aligncenter" alt="passione8" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/passione8.jpg" width="620" height="316" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Quel che è certo, comunque, è che il testo piacque molto ai sordevolesi  al punto che si appassionarono al dramma sacro e iniziarono a recitarlo con grande partecipazione di popolo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nel 1850, poi, venne istituito il primo Comitato per la Rappresentazione sotto forma di spettacolo e nel 1975 il Comitato divenne “Teatro Popolare di Sordevolo“  ed ogni cinque anni realizza spettacoli sacri che attirano migliaia e migliaia di persone. L’organizzazione dello spettacolo della Passione è particolarmente impegnativa perché, per assicurare il buon esito della manifestazione più conosciuta tra le tante che si svolgono in quei luoghi, vengono impegnate ingenti risorse umane e finanziarie.</h4>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/rty.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-2388 aligncenter" alt="rty" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/rty.jpg" width="620" height="208" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;"> Una imponente macchina organizzativa  si mette in moto e per prima cosa viene costruito un  grande anfiteatro  che può contenere fino a  5.ooo spettatori.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Tutte le sartorie, grandi, piccole e piccolissime sospendono ogni altra attività per dedicarsi esclusivamente alla preparazione dei costumi per ben 400 attori e comparse, poi falegnami, fabbri, muratori, imbianchini, ed artigiani d’ogni ramo  ricostruiscono  i principali luoghi della Palestina  che videro la passione di Cristo: il Sinedrio, l’orto di Getsemani , il pretorio di Pilato,  il Golgota  e persino l’albero di Giuda. I ruoli dei personaggi storici vengono recitati da vari attori, ma quelli fondamentali di Gesù e  Maria  sono sempre interpretati  da persone della stessa famiglia.</h4>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/tyu.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter" alt="tyu" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/tyu.jpg" width="620" height="291" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Il giorno della rappresentazione gli attori raggiungono la parte alta del paese, mentre il corteo si muove lentamente sulle note struggenti di “La Passione secondo Matteo” di Joan Sebastian Bach.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Poi la musica tace ed il dramma inizia: “ In principio era il Verbo… “</h4>
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		<title>Il Carnevale</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Feb 2014 01:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Non ne possiamo più di questa crisi che ci stringe da un’eternità in una morsa impietosa e cattiva, non è vero?

E allora proviamo a tirare un po’ il fiato e a risollevare il morale, almeno per qualche settimana, perché, crisi o non crisi, è carnevale, sinonimo di allegria, e se per qualche giorno predisponiamo il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">Non ne possiamo più di questa crisi che ci stringe da un’eternità in una morsa impietosa e cattiva, non è vero?</h4>
<h4></h4>
<h4><img class="size-full wp-image-841 alignleft" alt="a    wa qgv1g" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/a-wa-qgv1g.jpg" width="130" height="100" />E allora proviamo a tirare un po’ il fiato e a risollevare il morale, almeno per qualche settimana, perché, crisi o non crisi, è carnevale, sinonimo di allegria, e se per qualche giorno predisponiamo il cuore e la mente ad un briciolo di spensieratezza, lo spirito se ne gioverà sicuramente.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: center;">E allora,</h4>
<h4 style="text-align: center;" align="center">“chi vuol essere lieto sia,</h4>
<h4 style="text-align: center;" align="center">del doman non v’è certezza”</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Dunque, è carnevale, una festa popolare per tutte le età, bambini, giovani e adulti, ma sono i bambini che la fanno da padrone e per non essere meno da loro, anche i giovani e gli adulti ritornano bambini e come loro esprimono stupore incantato dinanzi ai fantastici carri allegorici che sfilano lenti e solenni per le strade di paesi e città. E, proprio come i bambini, anche gli adulti e gli anziani non resistono al fascino di maschere e mascherine che li proietta nel mondo della fantasia. Una fantasmagoria ed un trionfo di luci e di colori, di vivacità e di scherzi, di pioggia e di cascate di coriandoli di tutti i colori, di irresistibili profumi che arrivano da forni che lavorano a pieno regime e dalle pasticcerie che espongono dolci e leccornie che turbano i sensi ed accarezzano il palato ed ogni Regione d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, sfoggia il meglio delle proprie tradizioni del periodo carnevalesco. Andiamo a vederne qualcuna di queste feste di Carnevale e scopriremo sorprendenti legami tra la fantasia e la storia del luogo.</h4>
<h3 style="text-align: center;"><strong> Il carnevale asburgico di Arco, provincia di Trento</strong></h3>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/acrnevale_0.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-839" alt="acrnevale_0" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/acrnevale_0.jpg" width="620" height="203" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Il carnevale di Arco è improntato  alla tradizione asburgica, poiché il Trentino-Alto Adige è stato sotto  la dominazione austriaca fino alla prima guerra mondiale. È  un carnevale raffinato, moderatamente vivace e, presumibilmente, riflette lo spirito ed il carattere del luogo, perché  rievoca le feste che l’arciduca d’Austria Alberto d’Asburgo, zio dell’imperatore Francesco Giuseppe, organizzava ad Arco, sua residenza invernale, in una splendida villa dove riuniva le persone più in vista della politica e della  cultura.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nel 1876 nasce il primo Comitato  organizzatore delle feste del carnevale con lo scopo di  avvicinare la nobiltà mitteleuropea  alla popolazione della città. Le manifestazioni durarono fino al 1910, poi furono abolite perché erano veicolo ed occasione di manifestazioni contro l’Austria. Dopo la prima guerra mondiale le feste furono ripristinate in tutto il loro splendore e  durano ancora ai nostri  giorni. Le manifestazioni  iniziano il venerdì di carnevale con un concerto di operette nello splendido salone delle feste del Casinò di Arco e vi prende parte un nutritissimo stuolo di figuranti  vestiti con gli eleganti costumi del tempo degli Asburgo. Il sabato, nel centro di Arco, vengono  rievocati i vecchi mestieri artigianali tipici di quei luoghi ed il pomeriggio, dieci carrozze d’epoca vengono messe a disposizione  dei cittadini e dei forestieri  per visitare la città. Il clou della manifestazione si raggiunge nel tardo pomeriggio, all’arrivo in carrozza dell’arciduca Alberto e del re Ferdinando II di Napoli nel centro della città, tra due ali di folla osannanti. Poi, a sera inoltrata, il gran galà asburgico nel salone delle feste della villa, realizzato esattamente  come nel passato.  Ricevimento degli ospiti  da parte di un gruppo musicale  zigano, personaggi vestiti rigorosamente  secondo la tradizione storica, cena realizzata secondo un ricettario del 1860, orchestra  d’archi, musiche viennesi e valzer suonati fino a tarda notte. La domenica è il giorno della sfilata delle maschere tradizionali, precedute da carrozze che accompagnano la Corte  ad un gazebo  da cui è possibile presenziare alla manifestazione.  In questo modo solenne e romantico si conclude il carnevale più nostalgico del bel tempo passato.</h4>
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<h3 style="text-align: center;" align="center"><strong>Il carnevale di Mamoiada, provincia di Nuoro</strong></h3>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/5595406495_ea037b0399.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-840" alt="5595406495_ea037b0399" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/5595406495_ea037b0399.jpg" width="620" height="180" /></a></p>
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<h4 style="text-align: justify;">Si tratta di un  carnevale austero, con personaggi  silenziosi e misteriosi. I protagonisti sono i “Mamuthones”, specie di pastori, e la manifestazione ha origini antichissime e sicuramente pagane. I mamuthones  seguono, infatti,  un rituale antico di  cui non si sa nulla, ma si fanno varie ipotesi sulle sue origini, tra le tante due sembrano le più convincenti. Secondo la prima, i mamuthones potrebbero rappresentare dei pirati turchi che durante le loro scorrerie furono imprigionati ed esposti alla berlina. Un’altra ipotesi farebbe pensare ad un antichissimo rito romano  durante il quale le donne venivano  frustate perché divenissero fertili, o altro ancora, ma sono solo ipotesi più o meno attendibili. Sta di fatto, però, che i mamuthones  portano un fazzoletto  da donna sotto il classico berretto sardo, hanno camicia e pantaloni bianchi, gilé rosso ed un giubbotto peloso di sopra. Sulla schiena portano  un mazzo di campanacci e dei sonaglini e sul viso una maschera di sughero,  o di legno di fico, e  sono imprigionati con delle funi  tenute dagli “issohadores” , ossia i funai. La mascherata dura dalle tre del pomeriggio fino a mezzanotte, ma i mamuthones, a differenza di  altre maschere di regioni diverse, non si abbandonano ad abbuffate pantagrueliche, ma mangiano e bevono in maniera molto moderata, come per rispettare un rito. La manifestazione dei mamuthones inizia  il giorno di S. Antonio Abate, il 17 gennaio, quando   fanno la prima apparizione a Mamoiada girando per la città e sostando attorno  ai vari falò che vengono accesi per la festa. La seconda loro apparizione avviene il martedì grasso quando si presentano  dodici mamuthones e  otto issohadores e le esibizioni hanno un che di misterioso e di vagamente inquietante.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">I mamuthones si muovono, nel silenzio della folla, con passo lento, cadenzato e un po’ impacciato. Di tanto in tanto si fermano, scuotono una spalla facendo suonare sonagli e campanacci insieme, poi riprendono la marcia con passo normale facendo ogni tanto tre brevi salti e producendo gran chiasso, mentre gli issohadores fanno schioccare le corde a mo’ di frusta, scherzano con la folla facendo finta di catturare qualche persona che cerca di sottrarvisi suscitando le divertite risate degli spettatori. Alla fine della  sfilata, nel luogo di ritrovo, dei grandi calderoni colmi di fave messe a cuocere con pezzetti di lardo, servono a ristorare la popolazione, il tutto innaffiato da boccali colmi di generoso vino.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong> Finita così la festa in allegria, i misteriosissimi mamuthones se ne vanno, silenziosi come sempre, nel buio della notte.     </strong></h4>
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