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	<title>News Arte e Cultura &#187; Consigliati</title>
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		<title>Immagini e ricordi del III Municipio</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jun 2017 22:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Consigliati]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri, oggi, il tempo fluisce rapido e sedimenta in grumi di ricordi. Sono immagini sempre più sbiadite che ognuno custodisce gelosamente in sé: persone, cose, colori, sensazioni, e su tutto posa la patina del tempo. La memoria del singolo è un paesaggio sterminato, ma quella di un nucleo umano, poniamo un quartiere cittadino, risulta ancora [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/123.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7375 alignleft" alt="123" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/123.jpg" width="200" height="133" /></a>Ieri, oggi, il tempo fluisce rapido e sedimenta in grumi di ricordi. Sono immagini sempre più sbiadite che ognuno custodisce gelosamente in sé: persone, cose, colori, sensazioni, e su tutto posa la patina del tempo. La memoria del singolo è un paesaggio sterminato, ma quella di un nucleo umano, poniamo un quartiere cittadino, risulta ancora più vasta, in quanto polifonica, densa di prospettive. La memoria di un quartiere è memoria collettiva, che troppo spesso si perde, soprattutto in una grande città, dove si amplifica il clima di confusione antropologica che ormai stiamo vivendo da tempo. Roma questo caos lo conosce bene ed è per questo che voglio parlare del mio quartiere, facendomi interprete della sua memoria collettiva prima che scompaia, agli anziani riportando una parte di sé ed alle giovani generazioni raccontando di come eravamo molte primavere fa. La giostra gira lenta al ritmo della musica e dal suo corpo colorato sbocciano tante braccia meccaniche alle quali sono attaccati aereoplanini di metallo, uno per ogni braccio, e questi si alzano e si abbassano, a comando. Il ragazzino che sta dentro un caccia rossoverde è al suo terzo giro e, nonostante una sottile vertigine, tiene sempre la leva in posizione per volare alto. Guarda giù, alla spianata dove sono gli altri baracchini, il tiro a segno, l’autoscontro, i bambini intorno all’uomo dello zucchero filato, poi fissa più lontano, oltre la ferrovia. Pecore, un cascinale, i contadini che si apprestano a mietere il grano, perché è stagione, in lontananza, nitido nel cielo terso, il Monte Gennaro e, più a destra, le case di Tivoli. E’ un panorama vasto che si apre qui, al termine di via Livorno, l’Agro Romano, qui come innanzi a piazza Winckelman, via Michele di Lando, via Lorenzo il Magnifico o via della Lega Lombarda. E’ la periferia della città, le case si arrestano alla barriera Tiburtina, per le strade poche macchine, qualche furgone, ma soprattutto carri, quello della legna, quello del ghiaccio che rifornisce le osterie della zona, un carretto a vino, destinato a finire nei musei del folklore popolare. Noi ragazzini ci davamo battaglia a colpi di cerbottana o si andava alle giostre di via Livorno e quello che si sporge dall’aereoplanino rossoverde, lassù, sono io, in fermo immagine di un giorno qualsiasi di inizio anni ’50.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/124.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7376 alignleft" alt="124" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/124.jpg" width="200" height="133" /></a><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/125.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7377 alignright" alt="125" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/125.jpg" width="200" height="133" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Dunque il quartiere come limite di città, con il ponentino che d’estate ruzzolava libero fra le case, oltre il nastro della ferrovia essendo tutto uno sconfinato “plein air”. Poi, come altrove in tutto il paese, con gli anni ’60 iniziò la speculazione edilizia, la corsa all’appalto, e i palazzinari cambiarono radicalmente il paesaggio, affollandolo di casermoni pigiati l’uno sull’altro. Addio venticello, aria inquinata e traffico, edifici anonimi dove la gente neanche si conosce e crescenti problemi di comunicazione, ma questo oltre la barriera Tiburtina, perché l’area di piazza Bologna, malgrado tutto, rimane ancora a misura d’uomo. E’ stata la sua particolare tipologia a preservarla, un quartiere nato negli anni ’30, generalmente palazzi con 4-5 piani, salvo viale e piazzale delle Provincie, strade come le dita di una mano e il palmo è piazza Bologna, con il sinuoso palazzo postale di Mario Ridolfi (all’epoca capolavoro di architettura razionalista e ancor oggi notevole). E, naturalmente, le case popolari, il nucleo ICP sorto nella seconda metà degli anni ‘20, con i suoi vialetti, il verde fra i palazzi, e ampi spazi per socializzare. Periferia di un tempo col sapore di un tempo, quasi una provincia a sé con i suoi codici di linguaggio che, in parte, sono rimasti immutati, anche se la generazione originaria è pressoché scomparsa. Ma quelle successive conservano ancora qualcosa, trasmessosi per tradizione orale, una sorta di patrimonio genetico del quartiere che ora si ritrova solo in frammenti sparsi, ma c’è e si sente. Chi è nato qui, come me, ha ricevuto un’educazione “di quartiere”, ovvero sin da piccolo ha imparato a confrontarsi socialmente, nel bene e nel male, certo favorito dalla tipologia urbana di cui dicevo prima, non opprimente, e dalla semplicità di ogni cosa. Era l’Italietta in canottiera degli anni ’50, di gente povera ma, nel fondo, dignitosa e onesta.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/654.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7384 alignleft" alt="654" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/654.jpg" width="200" height="133" /></a><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/xsd.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7385 alignright" alt="xsd" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/xsd.jpg" width="200" height="133" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Allarghiamo lo sguardo oltre l’area di piazza Bologna, all’intero Municipio, una zona non vastissima, poco più di cinque chilometri quadrati, eppure carica di storia. Ad est c’è l’antica Roma SPQR che finiva qui, a ridosso dell’Agro Verano, al quale si giungeva passando per la bella Porta Tiburtina, sfondo di eventi drammatici (come l’assedio dei Goti di Vitige o la Guerra dei Baroni al tempo di Cola di Rienzo). Poi, risalendo nel tempo, troviamo testimonianze paleocristiane, con nuclei di catacombe disseminate nel territorio, Novaziano (in viale Regina Elena), Nicomede (via dei Villini), S.Ciriaca (basilica di S.Lorenzo), S.Ippolito (via dei Canneti), nonché il cimitero ebraico ora sotto Villa Torlonia. Segue la Roma dei papi, con la cittadella sacra di Laurentiopolis, la quale racchiude uno dei centri sacri più importanti, che nel XVI secolo diverrà mèta di pellegrinaggio nella visita filippina delle Sette Chiese, la basilica dedicata a S.Lorenzo. E risaliamo ancora nel tempo, fino ad inizio ‘800, quando, nell’Agro Verano, per editto napoleonico, nasce la Città dei Morti. Poi, nello stesso periodo, il Valadier inizia villa Torlonia, che diverrà una piccola meraviglia suburbana (soprattutto dopo la distruzione di villa Patrizi, di cui resta il toponimo). E ancora avanti, verso fine secolo, con il proliferare di edifici liberty o in stile, dal villino Duranti al villino Ximenes, a villa Blanc sulla Nomentana (qui, ad inizi ‘900, si costituirà il complesso di villa Massimo, futura sede dell’Accademia Tedesca). Ormai gli spazi di quella che sarà l’attuale III Municipio si stanno gradualmente riempiendo. Ad est è sorto e si sta espandendo il complesso del Policlinico, lungo la direttrice nord est di via Nomentana, a partire da Porta Pia, si susseguono ministeri, chiese, villini, ad ovest la ferrovia costituisce la linea di confine con l’Agro Romano, e a sud si estende il popoloso e popolare quartiere di S.Lorenzo. Al centro, in quella che sarà poi l’area del quartiere Bologna, è ancora tutto brado, per così dire (nelle mappe degli anni ’20 troviamo una via della Bologna, che collegava l’area già edificata intorno a piazza Salerno con quella che nascerà poi, cioè l’attuale piazza Bologna e dintorni).</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/127.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7379 alignleft" alt="127" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/127.jpg" width="200" height="133" /></a><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/129.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7381 alignright" alt="129" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/129.jpg" width="200" height="133" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Nella prima metà del ‘900 vengono costruite la caserma della Guardia di Finanza e le palazzine ICP, sorta di avamposti in una zona ancora di semicampagna, dove transitano le pecore e non mancano le marane. Infine, negli anni ’30, si verifica una prima e massiccia espansione edilizia, che delinea la fisionomia del quartiere, urbanisticamente razionale (rimarrà tale anche con la seconda espansione edilizia, nel dopoguerra): sorgono la Città Universitaria e la già citata area di piazza Bologna, con le chiese di S.Orsola e S.Ippolito, il mercato coperto ed il complesso di viale XXI Aprile. La barriera Tiburtina è sempre lì a far da linea di confine e lo sarà per tutti gli anni ‘50, con il quartiere dei baraccati che, dalle falde di villa Narducci, digrada verso la ferrovia. Me li ricordo bene quei casotti di legno e lamiera addossati al Campo Artiglio, dove vivevano diecine di famiglie di sfollati, gente che aveva perso la casa in un bombardamento ai Castelli o più al Sud, Cassino e dintorni (anche la zona Tiburtina era stata colpita ed uno spezzone aveva distrutto il palazzo accanto al mio, in via Lorenzo il Magnifico. Ho un ricordo nitido dell’immediato dopoguerra, io in braccio a mia madre alla finestra e, di fronte, le macerie coperte di neve). Era un mondo dominato dalle necessità quotidiane, pragmatico e manicheo, dove pensare troppo era pericoloso: bisognava sopravvivere e non potevi perderti in sofismi di sorta. Quello era un lusso per chi aveva casa e un lavoro, dunque anche tempo libero, mentre per il popolo dei baraccati la realtà era tutta bianca o tutta nera. Niente sfumature e così era il loro carattere, violento ma anche generoso, triste ma anche allegro, senza via di mezzo, sempre al limite della legalità. Molti superavano questo limite e finivano “a bottega” per qualche tempo, ma erano reati di poco conto, mentre non di rado scoppiavano risse all’interno della bidonville, frutto di un disagio sociale comune ad altre zone della periferia romana (come il borghetto Prenestino o il Mandrione). Io giocavo con i figli dei baraccati all’interno della villa, dove era il casale un tempo dei conti Narducci, una bella palazzina che in seguito verrà stupidamente abbattuta. Presi i pidocchi e ricordo mia madre che mi strofinava i capelli con batuffoli di ovatta imbevuti di DDT, raccomandandomi di stare lontano dal fuoco.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/213.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7382 alignleft" alt="213" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/213.jpg" width="200" height="133" /></a><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/ghf.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7386 alignright" alt="ghf" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/ghf.jpg" width="200" height="133" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Poi questo mondo pasoliniano scomparve, i baraccati ebbero le case, lì sorse via Teodorico e, poiché era iniziato il boom economico, al grido di “all’appalto, all’appalto!” si cominciò a edificare in modo forsennato (nel dopoguerra e negli anni ’50 si era costruito poco, riempiendo gli spazi verso la ferrovia, come ad esempio lo sterrato della futura via Squarcialupo. Pochi gli interventi di rilievo: fra questi l’agile chiesa dei Martiri Canadesi, di Apollonj-Ghetti). Il quieto profilo della barriera Tiburtina, con il suo palazzone dei ferrovieri e, dietro, quella sorta di silos immersi nella campagna, venne sconvolto in pochi anni. E via pecore, contadini, cave di tufo e/o fungaie, cascinali, torme di monelli che si affrontavano a colpi di fionda, via tutto in nome di un’edilizia intensiva che ben poco si curava del territorio e men che mai di dare “respiro” a chi veniva ad abitare lì (ma era l’arida logica palazzinara di quegli anni, tesa solo a far profitto). Ne risultò una vasta area costipata, che, in futuro, il traffico renderà ancora più compressa, mentre, di qua della barriera Tiburtina, con gli spazi che già all’origine erano funzionali, si ragiona meglio. Così il nostro quartiere si sviluppa e cresce nelle sue strade dai nomi di personaggi medioevali e storici in generale, di medici e ricercatori, di città italiane, magari abolendo qualche nome scomodo, come viale Alfredo Rocco, nel ’42 progettato come una delle arterie più importanti della zona (poi è seguita la “damnatio memoriae” alla caduta del regime). Si comunica, il rapporto umano non è difficile in palazzi di pochi piani e poi ci sono i due mercati di quartiere, da sempre punto nodale dell’interscambio a livello personale e collettivo. Almeno questo è quanto avveniva fino ad anni recenti e, tutto sommato, ancora continua, in virtù di quella particolare geografia del quartiere cui ho accennato più volte. Qualcosa è comunque cambiato, si comunica, certo, ma più nella forma che nella sostanza, i rapporti umani sono inquinati come altrove e tuttavia il dialogo, pur talora flebile, c’è. Sulla scena ha fatto irruzione la componente etnica diversa, peraltro molto variegata, e questo ha creato e crea problemi, come vediamo in quella no-zone che è divenuta la stazione Tiburtina. E ci sono poi altri punti nevralgici del quartiere, aree di forte disagio sociale a massiccia componente extracomunitaria, nonché un (per ora) contenuto fenomeno di teppismo urbano e il tutto si aggiunge ai problemi endemici del quartiere. Allora quali sono le prospettive dell’area di piazza Bologna e dell’intero Municipio in quest’inizio millennio?</h4>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/432.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-7383 aligncenter" alt="432" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2017/06/432.jpg" width="200" height="133" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;"> Io parto dalla mia realtà, quella della strada nella quale abito, via Eleonora d’Arborea, dove ci conosciamo un po’ tutti e dove si comunica come avveniva in tempi non certo lontani e come ora, in città, si fa sempre meno (qui nei palazzi permane ancora la vecchia, sana abitudine del saluto e in molti c’è il portiere, la cui figura di mediatore facilita il contatto umano). Una strada anche interetnica, con il pizzettaio cinese e il fruttivendolo egiziano e il dialogo che con loro è limpido e senza preconcetti. Ecco, la mia strada come un microcosmo, piccolo campione per iniziare qualcosa di nuovo, tutto da sperimentare. Perché no?</h4>
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		<title>La badante di Don Fefè</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2016 18:38:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Avete mai sentito, o letto,  di badanti sbadate che badano poco al badato e badano molto a se stesse? Lo faranno per sbadataggine o perché sono tutt’altro che sbadate? Fate voi! Me ne hanno raccontata una che sembra inventata, frutto della fantasia, invece non lo è affatto e chi me l’ha raccontata l’ha giurato sull’onore [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/stor_12773330_08090.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-5921 alignleft" alt="stor_12773330_08090" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/stor_12773330_08090.jpg" width="240" height="190" /></a>Avete mai sentito, o letto,  di badanti sbadate che badano poco al badato e badano molto a se stesse? Lo faranno per sbadataggine o perché sono tutt’altro che sbadate? Fate voi! Me ne hanno raccontata una che sembra inventata, frutto della fantasia, invece non lo è affatto e chi me l’ha raccontata l’ha giurato sull’onore della sua anzianotta ….. badante che da vent’anni si prende cura di lui, scapolo sessantenne  La storia riguarda Felice, un suo parente di Roma, quartiere Nomentano. Ve la racconto tal quale come l’ha raccontata a me e non aggiungo nemmeno una parola, perché senza parole sono rimasto io, ma ve la racconto a modo mio, cioè come se raccontassi una delle tante storie che i lettori di News Arte e Cultura conoscono da anni. Eccola! La sua Cettina se n’è andata a marzo dell’anno scorso, poco dopo l’anniversario delle loro nozze d’oro, ed il signor Felice, Fefè per la moglie, per i parenti e per gli amici che gli erano rimasti, non riusciva a rassegnarsi alla solitudine in quella grande e bella casa col terrazzo che affaccia sui pini di Villa Massimo. Don Fefè non aveva figli, ma non aveva nessun rimpianto perché Cettina gli riempiva la vita. La litania di amici e parenti per convincerlo a riaccasarsi era cominciata dopo appena una settimana dai funerali della moglie. “Fefè, tu non puoi stare da solo, devi trovarti una compagna, sei ancora giovane e non puoi trascorrere le tue giornate davanti alla televisione a rincoglionirti, oppure a passeggiare senza meta attorno a piazza Bologna.<a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/affitti-uffici-piazza-bologna-roma-default-127937-0.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-5919" alt="affitti-uffici-piazza-bologna-roma-default-127937-0" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/affitti-uffici-piazza-bologna-roma-default-127937-0.jpg" width="620" height="320" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Devi deciderti!” “Ma perché non mi lasciate in pace? Tranquilli, voi non dovete preoccuparvi perché io non romperò i cocomeri a nessuno, perciò fatevi i cavoletti vostri e lasciatemi in pace. E poi a settantasei anni chi mi prenderebbe? Conoscete qualcuna che vorrebbe un catorcio di settantasei anni? Ma fatemi il santo piacere di non rompermi l’anima, io sto bene come sto!”</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Ciccio e Peppe, i due amici più cari e più vicini, erano seriamente preoccupati per lui, ma erano anche tosti e qualche settimana dopo ritornarono alla carica. “Allora fatti una badante che si prenda cura di te e della casa. Non fare il cretino e metti da parte il tuo orgoglio del cavolo” azzardò Peppe tutto d’un fiato”. “Caspita che bella idea, Peppe. Una badante, ecco quello che ci vorrebbe per questa testa di rapa. Una badante, meglio se sulla quarantina, esperta ma ancora giovane. Che ne dici Fefè?” “Che dico? Dico che ogni tanto potreste farvi anche i ca…, uuuhm, boccaccia mia statti zitta! Volevo dire i fatti vostri e che potreste andarvene a fa… vabbè, avete capito!” Agli amici la risposta, nonostante le parole colorite ed il tono fintamente perentorio, sembrò meno stizzosa del solito e Ciccio e Peppe, non visti, si fecero l’occhiolino. La settimana dopo, seduti al bar di piazzale delle Provincie,<a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/barstend-480x251.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-5920 alignright" alt="barstend-480x251" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/barstend-480x251.jpg" width="480" height="251" /></a> Don Fefè sorseggiò velocemente il suo caffè, si pulì le labbra col tovagliolino di carta, si sistemò comodo sulla sedia di vimini, si tolse gli occhiali con gesto lentissimo e finalmente gli uscì la parola. “Ma una badante quanto potrebbe costare?” Ciccio e Peppe non risposero. Peppe continuò a bere il suo caffè, Ciccio si accese una sigaretta. “E a chi bisognerebbe rivolgersi, alla parrocchia?” I due amici decisero di porre fine al finto broncio. “Oh, finalmente! Adesso si che cominci a ragionare!” Ciccio era raggiante. “Ci penso io!” disse Peppe. “La donna delle pulizie del mio palazzo mi ha detto che c’è una sua amica che vorrebbe venire in Italia per fare la badante. Con 600 Euro al mese, più vitto e alloggio, ti togli la paura! Vado? “Dove vuoi andare?” chiese Felice con una punta di smarrimento. “Dicevo, vuoi che le parli? In pochi giorni tu avrai la tua badante e sarai servito e riverito. Vado?” “Dove? Mi vuoi dire dove cacchio vuoi andare?” “Al Centro di ascolto di Sant’Ippolito, fai fare a me!” “ Vabbè, fai come cavolo vuoi, tanto avete deciso tutto voi!” sospirò don Fefè. “Allora vado!”</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/badante-532x510.png" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-5922 alignleft" alt="badante-532x510" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/badante-532x510.png" width="320" height="65" /></a>Si chiamava Pethra, quarant’anni appena compiuti, biondina con capelli stopposi e un po’ arruffati, né grassa né magra, dieci o dodici parole di italiano, qualche raro sorriso ed occhi che scrutavano il badato, la casa, i mobili, l’affaccio sui pini, gli elettrodomestici, i tappeti persiani, ecc. ecc. Occhio umido, tra il languido e il raffreddato. “Avrai 600 Euro al mese e dovrai occuparti della casa e del mio guardaroba. Della spesa e della cucina mi occuperò io. Va bene?” “Va buono!” rispose Pethra e si ritirò in camera sua per disfare la valigia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Pethra si dava da fare a più non posso per cambiare tutto secondo i suoi gusti, quasi mai coincidenti con quelli dell’affranto Fefè, prossimo al collasso per lo sconforto di quella rivoluzione in atto nella sua casa. Non stava ferma un minuto ed il poveretto cercava scampo nella fuga verso il mercato di via Catania, oppure attardandosi lungo via Ravenna e viale delle Provincie, giusto per ritardare il più possibile il rientro a casa. Un giorno, era di sabato, rientrò un po’ prima del solito e vide Pethra uscire dal bagno completamente nuda. La donna non si scompose per niente, gli dispensò un sorrisetto enigmatico tipo Gioconda e a passo lentissimo si avviò verso la sua camera. Don Fefè deglutì una volta, due volte, tre volte, poi si chiuse in cucina e cominciò a pelare patate e verdure e a spadellare con energia inconsueta. <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/anziani-di-rv-cucina-9264783.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-5923 alignright" alt="anziani-di-rv-cucina-9264783" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/anziani-di-rv-cucina-9264783.jpg" width="320" height="107" /></a>Venti minuti più tardi la casa era avvolta da profumi soavi che non si sentivano nemmeno ai tempi di Cettina. I giorni passavano veloci e, impercettibilmente, cambiavano anche le abitudini di Don Fefè. Nel senso che non si attardava più per strada ma, fatta la spesa, correva a casa. Pethra non era né stupida, né cieca, ed il cambiamento del suo datore di lavoro lo aveva notato, eccome se l’aveva notato. L’aveva notato al punto che le spalline del trasparentissimo vestitino che indossava scivolavano dalla loro sede naturale con sempre maggiore frequenza e nel sedersi le gambe si scoprivano e si aprivano sempre nel momento in cui l’euforico Don Fefè si trovava in strategica posizione. “Pethra, mi rendo conto che per quello che fai in questa casa 600 Euro, più i contributi, non sono tanti, perciò dal mese prossimo te ne darò 700. Intanto, se ti stanno bene e ti piacciono, puoi indossare i vestiti della mia povera moglie. Più in là vedrò di darti qualcosa in più”. Pethra si fece uscire una lacrima di commozione e Don Fefè l’abbracciò esitante. Lei ricambiò l’abbraccio e, abbraccia tu che abbraccio anch’io, padrone e serva si accomodarono davanti alla televisione per seguire le storie strappalacrime di Maria de Filippi, ma cinque minuti dopo la testolina bianca di Don Fefè, inquieta assai fino a quel momento, trovò requie sull’accogliente seno di Pethra. Da quel giorno qualcosa cambiò in quella casa. No, non “qualcosa” soltanto: cambiò tutto, sia di giorno che di notte, e se ne accorsero pure Ciccio e Peppe, assai preoccupati per l’amico quando Don Fefè disse loro che Pethra gli aveva chiesto di sposarla. “E tu cosa le hai risposto?” chiesero in coro i due amici. “Le ho detto …ehm,…le ho detto di si!” “Le hai detto di si?”chiese Ciccio sbigottito.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/anziani.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-5918" alt="anziani" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2015/12/anziani.jpg" width="620" height="319" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">“Ma allora ti sei rincoglionito del tutto!” aggiunse Peppe scuotendo la testa. “La colpa è vostra!” tagliò corto Don Fefè. “E allora auguri e figli maschi” dissero quasi in coro gli amici.<a href=" http://www.newsartecultura.it/index.php/la-badante-di-don-fefe-2/"> ( e poi&#8230;.)</a></h4>
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		<title>IL QUIRINALE E LE SIGNORE (1/3)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Mar 2014 13:19:39 +0000</pubDate>
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Gli Speciali di Enzo Movilia
Pochi sanno che il palazzo del Quirinale, uno dei palazzi presidenziali più belli del mondo, oltre ad essere ricchissimo di capolavori di valore inestimabile, custodisce la bellezza di 120 orologi a pendolo perfettamente funzionanti, 261 arazzi dell’artigianato delle Fiandre e, tra i tanti, un tappeto persiano di eccezionali dimensioni, 300 mq, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th01.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-2349 alignleft" alt="th01" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th01.jpg" width="298" height="220" /></a></h4>
<h3><span style="color: #000000;"><strong>Gli Speciali di Enzo Movilia</strong></span></h3>
<h4 style="text-align: justify;">Pochi sanno che il palazzo del Quirinale, uno dei palazzi presidenziali più belli del mondo, oltre ad essere ricchissimo di capolavori di valore inestimabile, custodisce la bellezza di 120 orologi a pendolo perfettamente funzionanti, 261 arazzi dell’artigianato delle Fiandre e, tra i tanti, un tappeto persiano di eccezionali dimensioni, 300 mq, posto ad impreziosire ancor di più il già sontuoso Salone delle Feste.<br />
Tra tanta opulenza, però, sono le porcellane che sbalordiscono per la quantità degli elementi e per la loro stupefacente bellezza. Il solo servizio “Ginori Feste” si compone di 9.000 pezzi, ma le porcellane raggiungono in totale la sbalorditiva cifra di 38.000 esemplari.<br />
Dinanzi a questi numeri, verrebbe da pensare che tutte le signore farebbero carte false per amministrare tanto ben di Dio, ma le signore che hanno avuto il privilegio di dimorare lassù sono davvero poche, per scelta o per “fatal destino”; molte sono quelle che pur potendoci andare non ci sono andate, ma ancor di più sono quelle che lo hanno sognato anche di notte, ma i sogni finiscono all’alba o si sono infranti su ostacoli insormontabili.<br />
La via del Colle, si sa, è in salita, in senso fisico, per chi arranca dai palazzi del centro di Roma, ed in senso figurato e, parafrasando il sacro testo, pochi sono i chiamati, pochissimi gli eletti, zero assoluto le elette.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th02.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignnone size-full wp-image-2350" alt="th02" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th02.jpg" width="611" height="237" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">A proposito di queste ultime, la Costituzione italiana non fa distinzione tra uomini e donne per l’elezione a Presidente della Repubblica e parla di “cittadino”, tuttavia, in oltre sessanta anni, mai una donna è stata eletta a Capo dello Stato, forse perché, come afferma Sebastiano Messina in un suo dossier sull’argomento, i politici italiani hanno fatto propria la massima dello scrittore inglese Samuel Johnson: “La natura ha dato alla donna un tale potere che la legge ha giustamente deciso di dargliene poco”.<br />
Ma forse è vera anche un’altra ipotesi: i politici italiani ancora si interrogano sul dubbio che assillò l’onorevole democristiano Giuseppe Fuschini durante i lavori dell’Assemblea Costituente. Il dubbio era il seguente: la dizione “cittadino” comprendeva le donne o no?<br />
Se non da presidente, alcune signore si sono comunque viste lassù sul Colle, come mogli o come figlie, ma sono molte quelle che potendoci risiedere hanno preferito non farlo, e ancor di più quelle che avrebbero voluto varcare l’augusto portone e mai lo hanno potuto fare.<br />
Le signore, comunque, che in oltre mezzo secolo hanno bene o male associato il loro nome al Quirinale sono molte ed io conto di accompagnarvi in questa visita guidata per conoscere le first Ladies che hanno attraversato per sette anni i magnifici saloni della reggia che fu di 30 papi e di quattro sovrani di Casa Savoia, le First Ladies che vi hanno appena fatto capolino, e le first Ladies mancate per le quali il Quirinale è stato un sogno infranto.<br />
Andiamo a curiosare tra i documenti dell’epoca per scoprire se è vero, come è stato sostenuto, che una signora può illuminare un intero settennato.<br />
Sarà davvero così?</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Io personalmente concordo perfettamente con l’attento Messina, convinto come sono che, in generale, la donna può illuminare l’intera vita di un uomo, quindi anche la presidenza dal Colle più alto delle Istituzioni.<br />
Naturalmente può accadere anche il contrario, e nello “sgomitamento” della corsa al Quirinale è accaduto, tanto che stelle di prima grandezza e cavalli di razza della politica dei ruggenti anni Cinquanta e Sessanta sono caduti rovinosamente ed irrimediabilmente lungo la strada, a causa di una donna, a volte più di una, ma può succedere.<br />
Seguitemi in questa visita guidata tra le figure femminili che hanno attraversato da protagoniste gli sfolgoranti saloni del Palazzo, o che avrebbero potuto farlo e non l’hanno fatto. Ci imbatteremo in scampoli della nostra storia recente ed incontreremo signore gentili che hanno interpretato a modo loro il ruolo di vestale della suprema carica dello Stato, ma scopriremo anche occasioni colte e occasioni mancate per salire sul più alto dei Colli di Roma e le severe stanze del Quirinale ci appariranno, forse, meno severe.<br />
Sfogliamo insieme il calendario delle vicende quirinalizie alla ricerca delle signore che hanno in qualche modo avuto a che fare con il Quirinale.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th05.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter" alt="th05" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th05.jpg" width="620" height="342" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Enrico De Nicola, il primo Presidente della Repubblica, non aveva moglie ed era convinto che per ricoprire quella carica fosse meglio non averne.<br />
Da dove gli derivasse questa convinzione non lo so, ma a volte la sorte riserva delle sorprese niente male a giudicare dal competitor di don Enrico nell’elezione del ’46.<br />
Chi fu l’avversario di De Nicola nella corsa al Quirinale? Una donna, proprio una donna, la signora Ottavia Penna, baronessa Buscemi di Caltagirone, regno del reverendo don Sturzo. Ma il mentore della baronessa non fu il fondatore del Partito d’Azione, fu Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, il quale presentò la sua candidata con parole tanto accorate quanto appassionate: “Una donna colta, intelligente, una sposa, una madre”.<br />
La baronessa, però, ebbe soltanto 32 voti contro i 396 di De Nicola.<br />
Luigi Einaudi , eletto nel ’48, salì al Quirinale con a fianco la nobile veronese Ida Pellegrini, sposata nel 1903 e già sua allieva alle superiori nell’austera Torino d’inizio secolo.<br />
Mettendo piede al Quirinale, la First Lady assume l’aulico epiteto di “Donna”, perché nessun altro titolo che precede il nome segna la distanza stellare dell’interessata signora dalla gente comune. La contessa Ida Pellegrini da quel giorno divenne per tutti Donna Ida.<br />
A tale proposito chiedo venia al cortese lettore se non resisto alla tentazione di riferire che dalle mie parti, in Magna Grecia, dove un tempo ai titoli ci si teneva molto, il “Donna” era riservato sia ad una donna sposata di buona famiglia (che tradotto in italiano voleva dire semplicemente benestante), sia alle raccoglitrici di olive, alle lavandaie e perfino alle donne di servizio.<br />
Naturalmente la mia è solo una impertinente curiosità, ma giuro che è la verità, niente altro che la verità.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th06.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-2353 aligncenter" alt="th06" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/03/th06.jpg" width="620" height="325" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Giovanni Gronchi quando fu eletto Presidente della Repubblica entrò al Quirinale al braccio di Carla, la giovane di 26 anni che l’onorevole democristiano aveva sposato quando di anni ne aveva più del doppio, esattamente 55.<br />
La First Lady Carla era bella ed elegante ed in giro ci sono ancora molte fotografie che ritraggono la coppia presidenziale in abito da gran soirée durante i ricevimenti in ogni angolo del mondo, meno sul patrio suolo. Se anche l’occhio vuole la sua parte, Donna Carla avrebbe potuto dispensare grazia ed eleganza in abbondanza, ma il marito, che aveva fama di impenitente dongiovanni, fece di tutto per tenerla nell’ombra, perché, si dice e si diceva, temeva gli scandali.<br />
La stagione di Mario Segni è stata breve e sfortunata, ma la moglie, Donna Laura, madre di Antonio (il referendario), pur mantenendo un bassissimo profilo, si vide con una certa frequenza al Quirinale.<br />
Nel 1965 arrivò sul Colle Giuseppe Saragat, ma il fondatore del Partito Socialdemocratico vi entrò senza la moglie Giuseppina, morta quattro anni prima. Nel Palazzo, comunque, una presenza femminile ci fu e fu quella della figlia del Presidente, Caterina, discreta e ricca di premure nei confronti del padre presidente.<br />
Anche la figlia di Saragat ha acquisito il diritto al Donna, perciò dovrei chiamarla Donna Caterina, ma mentre lo scrivo, mi vien da pensare a mia nonna Caterina, la mamma di mio padre, diventata “Donna Caterina” dopo le tardive nozze riparatrici con mio nonno, già suo datore di lavoro (domestico).<br />
Vedete, cari lettori, come tutto è relativo?<br />
Andiamo avanti.<br />
Dopo l’era Saragat, al Quirinale viene eletto il napoletano Giovanni Leone, gran penalista, e grande dispensatore di battute (da presidente della Camera, apostrofò un onorevole che si agitava troppo con questa battuta: “ahò, onorevole guagliò, a vo’ finì di fa ammuina”).<br />
Non è obbligatorio avere una moglie bella per arrivare al Quirinale, ma veramente non è obbligatorio nemmeno avercela, lo abbiamo visto, ma se c’è ed è bella, non guasta affatto.</h4>
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #800080;">************ Fine prima parte ***********</span></h2>
<h5 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;"><a href=" http://www.newsartecultura.it/storico/default.asp?content=t_20100322a_c" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">IL QUIRINALE E LE SIGNORE (2/3)</span></a></span></h5>
<h5 align="center"><span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.newsartecultura.it/storico/default.asp?content=t_20100328a_c" target="_blank"><span style="color: #0000ff;"><em><strong>IL QUIRINALE E LE SIGNORE (3/3)</strong></em></span></a></span></h5>
<div align="center"></div>
<h4 align="center"><em><strong>Contributi presenti</strong></em></h4>
<div align="justify">
<h4><b>17/03/2010 15.55.19 luigi</b>: Non resisto alla tentazione, scusatemi, ma devo fare le pulci allo scritto (come si suol dire), piacevolissimo. 1) Enrico De Nicola è stato il Capo Provvisorio dello Stato, Incaricato dalla Assemblea Costituente per la prima Presidenza nel 1946; ma fu il Presidente Luigi Einaudi a ricoprire il ruolo di primo Presidente della Repubblica Italiana, dal 1948, a tutti gli effetti. Anche il breve periodo di reggenza valse a far sì che il &#8220;vero&#8221; Primo Presidente fosse indicato in Einaudi. 2) Le qualifiche di &#8220;Don&#8221;, maschile, e &#8220;Donna&#8221;, femminile, che precedono il nome e/o il prenome, vengono &#8211; al Sud d&#8217;Italia -, riservate solo a uomini, pur se non coniugati, e donne coniugate ma di certo lignaggio. Non altri e/o altre specificità. E&#8217; un &#8220;titolo&#8221; nobiliare spicciolo, pur in assenza di sangue blu. 3) Non è vero che &#8220;tutto è relativo&#8221; poiché, così asserendo, negheremmo la tesi di partenza professando un assoluto. E&#8217;, invece, inconfutabile che &#8220;quasi tutto è relativo&#8221; avendo come parametro assoluto la velocità di propagazione della luce. Chiedo venia della precisazione, ma il mio Blog che ho chiamato &#8220;e = mc2&#8243;, mi obbliga ad  essere preciso, anche al riguardo. 4) Ultima annotazione; credo che al penultimo rigo, tra il &#8216;nemmeno&#8217; ed &#8216;avercela&#8217; manchi un &#8220;non&#8221;. Attendo con curiosità di leggere di Donna Vittoria, intorno alla quale circolavano voci non sempre edificanti, e verificare la bravura, già nota ed apprezzata dell&#8217;articolista, a districarsi in terreno così minato.</h4>
</div>
<h4><b>17/03/2010 18.18.16 Giuliano</b>: A me sembra che il penultimo rigo sia corretto, perché credo che l&#8217;autore volesse dire che non é obbligatorio avere una moglie bella per andare al Quirinale, ma non é obbligatorio nemmeno avere una moglie per andarci. Spero che il signor Movilia, che ha dato prova di saper affrontare con eleganza e leggerezza anche i temi più delicati, abbia mantenuto anche in questa occasione il suo stile. Lo verificherò nel prosieguo della narrazione e spero di confermare il mio giudizio. Quanta tenerezza c&#8217;é nel ricordo della sua nonna, ma allora erano casi frequenti quelli del matrimonio tra &#8220;serva&#8221; e &#8220;padrone&#8221;.</h4>
<h4><b>18/03/2010 7.44.06 luigi</b>: Il cortese chiarimento del Sig.Giuliano non mi ha trovato impreparato, poichè avevo già intuito il senso dello scritto del Movilia. E&#8217; la costruzione della frase che mi suona non proprio melodiosa; ma è  questione di musicalità della/e parola/e. Galeotta fu la frase e chi la scrisse.</h4>
<h4><b>18/03/2010 9.52.37 Egidio Rolli</b>: Benché il tema riguardi le Signore, non tanto i Signori, del Quirinale, non c&#8217;é dubbio alcuno che &#8220;Il primo Presidente della Repubblica&#8221; fu Enrico De Nicola, eletto dall&#8217;Assemblea costituente, con maggioranza abissale. Il 26 giugno del 1947 fu eletto Capo Provvisorio dello Stato dall&#8217;Assemblea Costituente e dal 1 gennaio 1948, a norma della prima Disposizione Transitoria della Costituzione, assunse Titolo ed Attribuzione del Presidente della Repubblica. Bene ha fatto, dunque, l&#8217;Autore ad indicare l&#8217;Onorevole De Nicola come primo presidente della Repubblica Italiana. Altra cosa é valutare la sua azione, ma, mi sembra, non sia nell&#8217;ordine del discorso. Un flash, comunque, penso si possa riportare ed é il seguente: Andreotti racconta che la proverbiale indecisione di De Nicola sul da farsi abbia spinto un deputato democristiano dell&#8217;epoca ad uscirsene con questa esortazione: &#8220;Presidente, decida di decidere e dica se accetta di accettare!&#8221;</h4>
<h4><b>19/03/2010 8.19.25 Stefano</b>: Sarebbe interessante sapere la ragione per la quale Enrico De Nicola rieneva che per un uomo con ambizioni presidenziali fosse meglio non avere moglie. E&#8217; sconcertante che un uomo di quella caratura coltivasse queste convinzioni e allora dico che é stato un peccato che la baronessa Buscemi di Caltagirone abbia raccolto soltanto 32 voti contro la valanga dell&#8217;avvocato napoletano il quale, per giunta, pur senza moglie, mi sembra non abbia lasciato tracce memorabili del suo passaggio sul Colle.</h4>
<h4><b>19/03/2010 11.34.49 serena</b>: Mi sembra giusto mettere in luce il ruolo, effettivo o potenziale, delle donne al Quirinale. Complimenti per la bella idea e l&#8217;autore é garanzia di equilibrio.</h4>
<h4><b>19/03/2010 12.14.58 Paolo</b>: Non entro nel merito delle dispute sintattico/storiche suscitate dall&#8217;articolo. Mi limito a gustare l&#8217;ironica esposizione, che sul filone della &#8220;femminilità sociale&#8221;, Enzo Movilia ci conduce a considerare nei due articoli successivi l&#8217;opposta condizione della donna. Attendo il seguito.</h4>
<h4><b>20/03/2010 8.19.04 Gianna Romanello</b>: Sono d&#8217;accordo con il dottor Movilia quando afferma che se la First Lady é bella &#8220;non guasta affatto&#8221;, ma sono certa che concorderà con me sul fatto che ad una First Lady bella, ma solo di contorno credo sia preferibile una brutta ma intelligente, garbata e di spirito. addirittura</h4>
<h4><b>20/03/2010 16.17.53 Gianna Romanello</b>: Chissà a quale potere dato alla donna dalla narura si riferiva Samuel Johnson, se oggi più che mai alla donna viene ptreferito un uomo anche per un posto ad un call center! Se si riferiva a quel che penso io, ha dimenticato di aggiungere che proprio per quello la donna é vittima di indecenti ricatti.</h4>
<h4><b>20/03/2010 19.08.44 Aldo</b>: Credo che Donna Ida, la contessa Pellegrini, potesse fregiarsi del &#8220;Donna&#8221; anche per i suoi nobili natali. Molto carina l&#8217;ammiccante descrizione di Gronchi che entra al Quirinale al braccio della giovane Carla. E&#8217; un dire non dire elegante ed equilibrato.</h4>
<h4><b>23/03/2010 14.29.28 newsartecultura</b>: &#8220;Nella veste di Direttore editoriale di questo giornale, e per tutelare il buon nome dello stesso e dei suoi collaboratori da accuse di censure e di parzialità, ritengo opportuno informare i nostri lettori che il servizio in corso di pubblicazione a firma del Dott. Enzo Movilia, dopo aver ospitato il commento di un lettore che contestava ampiamente l&#8217;affermazione dell&#8217;autore riguardante Enrico de Nicola come primo Presidente della Repubblica, non ha ritenuto di pubblicarne altri dello stesso lettore che ribadivano insistentemente, sebbene garbatamente, i concetti già espressi&#8221;. Non condividendo la scelta del giornale, il suddetto lettore con una mail al Direttore, ha accusato il giornale di averlo censurato e di esporre tesi &#8220;ad uso di coloro che non vogliono essere compiutamente e correttamente informati e che assumono posizioni da stadio&#8221; e così dicendo dice di salutare &#8220;la fattoria&#8221;.Come Direttore editoriale di &#8220;News Arte e Cultura&#8221;, nel confermare che tutte le opinioni che arrivano al giornale sono le benvenute, purché espresse con la dovuta correttezza, respingo le accuse di censura e di faziosità mosse nei confronti del giornale ed a nome mio e di tutti i collaboratori del giornale esprimo la più totale solidarietà al Dott. Enzo Movilia ed al lettore che ha espresso giudizi  che ci offendono auguro di trovare altrove miglior fortuna&#8221;</h4>
<h4><b>23/03/2010 16.27.37 Giuliano</b>: Piccola che sia,avete anche la mia di solidarietà</h4>
<h4><b>23/03/2010 19.29.47 saverio</b>: Suggerisco di riproporre il commento di newsartecultura anche sulla seconda puntata. La censura é una cosa seria, non scherziamo, comunque attribuirla a questo piccolo giornale é paradossale perché la platea dei lettori é un po&#8217; più modesta di Repubblica e del TG1</h4>
<div align="justify">
<h4><b>24/03/2010 18.01.01 serena</b>: Ho letto il comunicato della Redazione sulla prima puntata di questo servizio ed ho scoperto di trovarmi in una fattoria e di fare un tifo da stadio. Probabilmente qui per fattoria si deve intendere ovile e siccome nell&#8217;ovile ci stanno le pecore, io sarei una pecora che invece di belare o di brucare l&#8217;erba fa un tifo da stadio, ma non viene precisato il destinatario che io immagino sia l&#8217;autore del servizio. Se così é, voglio dire achi ha sollevato queste accuse che io sono una insegnante di liceo,ma benché cinquantenne, non mi sembra di somigliare ad una pecora, né faccio tifo da stadio. Apprezzo, invece, l&#8217;Autore di questo servizio al quale va la mia solidarietà che estendo a tutto il giornale.</h4>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Concerto Romano e l’Urbe del ‘600</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Feb 2014 18:49:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[video]]></category>

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“Bronx della Roma seicentesca”, così nell’accurato booklet allegato a “Sacred Music for the Poor”, cd realizzato dal complesso vocale-strumentale del Concerto Romano, viene definita quella zona compresa fra via Giulia (all’epoca “il salotto di Roma”) e Tor di Nona. Un’area caratterizzata da una forte presenza di sottoproletariato urbano, turbolenta e rissosa, ma con all’interno un’oasi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/51.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1848" alt="5" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/51.jpg" width="620" height="252" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">“Bronx della Roma seicentesca”, così nell’accurato booklet allegato a “Sacred Music for the Poor”, cd realizzato dal complesso vocale-strumentale del Concerto Romano, viene definita quella zona compresa fra via Giulia (all’epoca “il salotto di Roma”) e Tor di Nona. Un’area caratterizzata da una forte presenza di sottoproletariato urbano, turbolenta e rissosa, ma con all’interno un’oasi di serenità. Ed era Santa Maria della Vallicella, con l’annesso oratorio, dove San Filippo Neri svolgeva la sua attività evangelica. “Pippo Bbono”, come lo conoscevano ed amavano i romani, che cercava di recuperare le anime non solo con la preghiera ma con il canto: con melodie comprensibili da gente in buona parte analfabeta.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  E nasce così la “lauda” filippina, che ha sì uno scopo edificante, ma, al contrario della musica “alta”, attinge direttamente all’anima popolare, curando sia i testi (comprensibili), sia le musiche (orecchiabili). Ed il risultato il buon Filippo lo constatava ogni giorno, con un seguito di popolo sempre maggiore, che aveva il suo culmine nella visita-pellegrinaggio delle Sette Chiese, con la famosa “merenda” a Villa Mattei, oggi Villa Celimontana (“…essendo a ciascuno provvisto con molta carità di pane, vino, uova, et qualche frutto sobriamente”). Era questa l’essenza del “Gaudium” filippino, la preghiera e la lietezza d’animo, quale si ritrovano nei venti brani che compongono il cd, dove il rigore post-tridentino appare come temperato da una profonda tenerezza.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  E questa è già evidente in apertura, “Deh, venitene, pastori”, di Giovanni Animuccia, allievo di Palestrina ed esponente di rilievo della Scuola Romana, una Lauda il cui linguaggio è all’insegna della “simplicitas”. Come negli altri brani il testo non è in latino bensì in volgare, nulla quindi del rigore palestriniano, ed altrettanto dicasi per un altro allievo del grande maestro, Giovanni Francesco Anerio, qui presente con tre composizioni, il dinamico “Dio ti salvi, Maria” e i più lievi “Torna la sera bruna” e “O penitenza, gioia del cuore”. Il comun denominatore è una religiosità schietta e un po’ ingenua (a rivederla oggi, certo), ma sincera nel suo pietismo edificante (“Salvame, Signor forte/ dal sonno della morte”). E qui, come in tutto il cd, ritroviamo il concetto della “vanitas” unito a quello del “memento mori”, due temi tipici dell’arte della Controriforma (vedi in particolare la pittura).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Così per Francisco Soto de Langa, figura chiave della lauda filippina, “Cor mio dolente e tristo”, “Nell’apparir del sempiterno sole”, in guisa di dolcissima ballata popolare, “Faticosa è la vita”, quasi uno stornello, tutto a cappella, come “Signor, ti benedico”. E, come risultante ma anche come superamento della lauda, Emilio de’ Cavalieri, con “La rappresentazione di anima et di corpo” (qui un brano, “Il ciel clemente”), che sancisce la nascita dell’oratorio il cui massimo rappresentante romano sarà Giacomo Carissimi. In sintonia con lo spirito filippino sono anche i pezzi puramente strumentali, canzoni e sinfonie, di soave levità, dai toni che evocano molto quelli delle sonate da chiesa (delicatissimo “Canario”, di Johann Kapsberger, noto come “il tedesco della tiorba”). Meno, ma comunque sempre con fini edificanti  “Pietro così dicea”, di Luca Marenzio, grande madrigalista insieme a Monteverdi, e “Deh, ritorna al tuo Signore”, del poco noto Virgilio Mazzocchi (“Dunque il mondo non t’alletti/ coi fugaci suoi diletti”).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">  Una Tarantella napoletana del 1700, su testo di Sant’Alfonso de’ Liguori, chiude degnamente questo delizioso excursus nella religiosità popolare, “La santa allegrezza”, in pieno spirito filippino. Peraltro ben compreso dal Concerto Romano, che ha dato un interpretazione filologicamente corretta (calandosi cioè nello spirito dell’epoca) di melodie “composte per consolatione a requisitione di molte persone spirituali &amp; divote, tanto religiosi, quanto secolari”. E voglio, ovviamente, nominarli tutti. Monica Piccinini (soprano), Lucia Napoli (mezzo-soprano), Baltazar Zuniga (tenore), Luca Cervoni (tenore), Vincenzo Di Donato (tenore), Giacomo Farioli (basso), Paolo Perrone (violino), Serena Bellini (flauti), Andrea Inghisciano (cornetto), Luca Marconato (chitarra, tiorba), Francesco Tomasi (chitarra, tiorba), Alfonso Martin ( violoncello), Alessandro Quarta (direzioni e voce).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: center;">“Sacred Music for the Poor”</h4>
<h4 style="text-align: center;"> Concerto Romano diretto da Alessandro Quarta, ed.Christophorus</h4>
<h4 style="text-align: center;">                  <a href="http://www.christophorus-records.de">www.christophorus-records.de</a> e <a href="http://www.concertoromano.com">www.concertoromano.com</a><br />
<iframe src="//www.youtube.com/embed/Lf8UnU9v22w?rel=0" height="315" width="620" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></h4>
<p><a href="http://www.concertoromano.com">www.concertoromano.com</a></p>
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		<title>LE CASE CHIUSE: PROBLEMA O SOLUZIONE?</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Feb 2014 18:59:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Avevamo concluso la prima parte di questo “servizio”  con il tariffario stabilito dallo Stato, nella seconda metà del XIX secolo, per ognuna delle tre categorie di “Case”: Case di lusso  Case di medio livello  Case popolari  E’ arrivato il momento di dare uno sguardo da vicino a questo tema che, diciamolo con tutta franchezza senza [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th012.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-1133 alignleft" alt="th01" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th012.jpg" width="250" height="167" /></a>Avevamo concluso la prima parte di questo “servizio”  con il tariffario stabilito dallo Stato, nella seconda metà del XIX secolo, per ognuna delle tre categorie di “Case”: Case di lusso  Case di medio livello  Case popolari  E’ arrivato il momento di dare uno sguardo da vicino a questo tema che, diciamolo con tutta franchezza senza giri di parole, affascina e intimorisce. Il “fascino” scaturisce da quel certo non so che di romantico e di misterioso che, a torto o a ragione, viene evocato dal termine stesso “case chiuse”. Il timore, invece, è legato a qualcosa di più complesso che lambisce la morale, l’etica, la religione, ecc. aspetti, questi, che impattano sul tema in argomento (e sul sesso in generale) in maniera assai articolato e spesso anche conflittuale.  A noi, però, in questa sede interessa seguire lo spaccato storico che ha fatto da cornice alle Case Chiuse e catturare e atmosfere e lo spirito che aleggiavano attorno ad esse. Aspetti di altra natura, ancorché importanti, il vostro cronista, consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze, preferisce lasciarli agli esperti che si esibiscono nei coltissimi ed estenuanti dibattiti dei salotti televisivi.  Riprendiamo il discorso.  Attorno all’argomento sin da subito si sviluppò un dibattito accesissimo, dai toni che spaziavano dal surreale all’apocalittico per le sorti della morale pubblica.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th021.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1134" alt="th02" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th021.jpg" width="610" height="309" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il Parlamento si spaccò a metà, ma, badate, non sulla ipotesi di chiudere le “Case di tolleranza”, in essere da appena trent’anni con crescente successo, quanto sulla proposta di autorizzare la vendita al loro interno di derrate alimentari, di cibi e di bevande di vario tipo.  Come dire, che il problema non erano le Case, quanto l’opportunità che Bacco e Venere coabitassero sotto lo stesso tetto, e che fosse il tetto di un postribolo era solo un trascurabile dettaglio.  Il Parlamento profuse un impegno senza precedenti per venire a capo della faccenda e le due fazioni, quella dei Conservatori e quella dei Riformisti, si avvalsero dei loro migliori oratori per perorare le rispettive cause.  I conservatori erano decisi a battersi fino all’estremo sacrificio per salvaguardare la, come dire? purezza dell’attività che si svolgeva al chiuso di quei santuari del piacere della carne e l’onorevole Vigoni, immolandosi eroicamente sull’altare della causa, volle recarsi in visita al “Babi”, forse la più famosa Casa di Tolleranza di Torino, per constatare di persona quanto inopportuna fosse la mescolanza di appetiti così eterogenei.  Sentite cosa riferiva in Parlamento:</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th031.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1135" alt="th03" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th031.jpg" width="620" height="227" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">“L’atmosfera già appesantita dal lezzo delle pratiche vergognose e dal fumo dei sigari era pressoché irrespirabile per via del cattivo odore esalante da quella mescolanza di cibarie aggiunto ai fiati carichi di vino, di grappa e di rhum, assommati al sudore dei corpi”. Come se non bastasse, l’integerrimo onorevole aggiungeva che molti degli uomini presenti “forse erano promessi sposi  a una casta fanciulla ed alcuni perfino mariti e padri”. I Riformisti, convinti dell’utilità di un sistema integrato nell’erogazione del piacere non si lasciarono commuovere dalle parole accorate dell’onorevole Vigoni e per bocca di uno dei suoi oratori di punta, l’onorevole Felice Cavallotti, riconoscevano che “il piacere venduto in quelle case è assai relativo”, ma  non c’era ragione alcuna di “togliere perfino la possibilità di un onesto bicchiere di vino, di uno spuntino, di una chitarra e di un canto, significa davvero ridurre la funzione a quella di brutali sfogatoi della libidine popolare”. Ebbero la meglio i Conservatori, oggi diremmo la Destra, ma al vostro cronista non è dato sapere se fuori del Parlamento si è esultato per aver imposto il divieto di organizzare feste, di cantare e di ballare all’interno delle Case Chiuse.  Com’era “andare al casino” ce lo dice Tinto Brass, grande intenditore, gran frequentatore e gran signore:</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/zsd.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1141" alt="zsd" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/zsd.jpg" width="620" height="275" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;"> “I casini erano come i club in Inghilterra. Non ci si andava solo per consumare un atto sessuale, ma anche per perdere tempo, chiacchierare, incontrare persone e si poteva stare in compagnia anche per qualche ora. Da questo veniva l’invito della maitresse a “non far flanella”, che voleva dire “non consumate i pantaloni sulle panche, ma andate in camera o da qualche parte …” Ecco, adesso sapete anche che la flanella non è soltanto un tipo di stoffa, ma anche un modo di dire  di derivazione inequivocabile.  Insomma, in quei luoghi si andava per uno scopo ben preciso, punto e basta. Non erano come il mitico Caffè Greco di via Condotti ai cui tavoli sedevano stelle di prima grandezza dell’intellighentia italiana ed europea  per sorseggiare un tè coi pasticcini mentre discutevano, seri e compiti, di letteratura, di musica e di arte, ma anche di politica e di strategie economiche e militari. Se al Caffè Greco andavano personaggi come Maccari, Landolfi, Soldati, Cardarelli, Talarico, Patti, Buzzati, Moravia, Maupassant della Maison Tellier di Fontanella Borghese, chi erano i frequentatori delle Case Chiuse?  Non crederete mica che in quei posti ci andassero soltanto i militari in libera uscita, gli operai della Tiburtina Valley , gli scaricatori dei mercati generali ed i ragazzetti appena maggiorenni?  Non sarà così, ma indizi attendibili farebbero credere che molti degli incontri che avvenivano al Caffè Greco avevano una coda in luoghi altrettanto discreti ed ovattati, non lontani da via Condotti. Qui, si sussurra, la compagnia si arricchiva, di tanto in tanto, con la discreta presenza di qualche personalità vestita con abiti dai risvolti viola e porpora, ma chi scrive non può andare oltre i legittimi sospetti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">A proposito di Case di Tolleranza non lontane da Via Condotti, facciamo insieme una visita guidata per le vie del centro alla scoperta dei santuari della lussuria.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th052.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1136" alt="th05" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th052.jpg" width="620" height="310" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Via Capo le Case vi dice qualcosa?  Negli anni Quaranta e Cinquanta, gli anni d’oro per l’attività, il palazzo dove oggi c’è l’Hotel Pincio si chiamava “Le tre Venezie”, dal nome delle tre giovani ed intraprendenti ragazze veneziane che allietavano le serate degli ospiti paganti. In poco tempo questo indirizzo finì sulle agende di facoltosi industriali d’ogni angolo d’Italia, di ricchi commercianti, di marchesi, principi e baroni della nobiltà romana, ben disposti a spendere anche una fortuna pur di trascorrere qualche ora in una delle diciassette stanze arredate con mobili ricercati, velluti delicati e lenzuola di lino pregiato.  Da via Capo le Case passarono generazioni di giovanotti e di uomini in là con gli anni e molti ricordano che se durante l’attesa nel lussuoso salone coi soffitti affrescati da artisti ricchi di talento e fantasia, ma poveri di quattrini, venivano discretamente accostate le porte, voleva dire che nel corridoio stava passando un’altissima carica istituzionale, oppure un politico di primo piano, un giudice della suprema Corte o un pio prelato, assai timido e a disagio in quell’ambiente di perdizione.  Sulla stessa via, poco distante, ve n’era un altro di postribolo, ma meno elegante del primo, che comunque non era nemmeno il più lussuoso. Si chiamava “La Casa della stonata” ed era frequentato da gente con meno pretese. Oggi la Casa è diventata un edificio con dieci mini appartamenti, funzionali ma assai anonimi.  Un servizio del Corriere della Sera di moltissimi anni fa racconta che poco più in là di via Capo le Case, dalle parti del Traforo, c’è l’hotel Menphis ed i portieri dicono che molto spesso arrivano (arrivavano?) dei vecchietti zoppicanti per sbirciare dietro l’angolo dove una volta c’era un’altra casa di tolleranza. “Arrivano, guardano, fissano un punto che solo loro riconoscono e poi se ne vanno sospirando”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th061.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter" alt="th06" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th061.jpg" width="620" height="364" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Via Mario de’ Fiori è un’altra strada rinomata per i lupanari dell’epoca. L’Hotel Condotti ha preso il posto di un’altra delle Case più famose nella quale le stanze erano affrescate con dipinti che nulla avevano da invidiare ai soggetti erotici di Pompei, ma il tema più ricorrente era quello degli angeli in caduta libera, in audacissime pose lascive che nulla lasciavano all’immaginazione.  Le Case più rinomate erano, però, quelle degli Avignonesi e di Fontanella Borghese, quelle più a buon mercato erano nel quartiere Monti e tra le une e le altre c’erano, appunto, le due di via Capo le Case. Il livello delle Case, cioè il confort assicurato alla clientela, determinava l’assegnazione della categoria. Nella terza, Leonetto, Capocci e Cimarra, offrivano frettolosa ospitalità per una seduta di cinque minuti a 150 lire a militari di bassa forza e a ragazzi di periferia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"> <a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th072.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter" alt="th07" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th072.jpg" width="620" height="446" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;"> Tra questi ultimi non mancavano minorenni con carta di identità ritoccata alla meno peggio, ma al momento del controllo la maitresse quasi sempre poteva avere un attimo di distrazione.  Il 19 settembre del 1958 i giornali della sera uscirono con un’edizione straordinaria: “Entrata in vigore della Legge Merlin: chiuse le Case Chiuse!” Sempre secondo il Corrierone, “la zoppetta”, la strillona del Tritone, così strillò il suo giornale: “Edizione straordinaria!!! Chiusura de li casini. Da domani tutti a fasse le …” E le signorine delle Case che fine hanno fatto?  Quelle degli Avignonesi e di Fontanella Borghese si potevano incontrare spesso mentre sorseggiavano il caffè a via Veneto, le  altre si sistemarono a Tor di Quinto e sulla Prenestina.</h4>
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		<title>LE CASE CHIUSE: PROBLEMA O SOLUZIONE?</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Feb 2014 18:15:25 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th012.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-full wp-image-1133 alignleft" alt="th01" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th012.jpg" width="250" height="167" /></a>Avevamo concluso la prima parte di questo “servizio”  con il tariffario stabilito dallo Stato, nella seconda metà del XIX secolo, per ognuna delle tre categorie di “Case”: Case di lusso  Case di medio livello  Case popolari  E’ arrivato il momento di dare uno sguardo da vicino a questo tema che, diciamolo con tutta franchezza senza giri di parole, affascina e intimorisce. Il “fascino” scaturisce da quel certo non so che di romantico e di misterioso che, a torto o a ragione, viene evocato dal termine stesso “case chiuse”. Il timore, invece, è legato a qualcosa di più complesso che lambisce la morale, l’etica, la religione, ecc. aspetti, questi, che impattano sul tema in argomento (e sul sesso in generale) in maniera assai articolato e spesso anche conflittuale.  A noi, però, in questa sede interessa seguire lo spaccato storico che ha fatto da cornice alle Case Chiuse e catturare e atmosfere e lo spirito che aleggiavano attorno ad esse. Aspetti di altra natura, ancorché importanti, il vostro cronista, consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze, preferisce lasciarli agli esperti che si esibiscono nei coltissimi ed estenuanti dibattiti dei salotti televisivi.  Riprendiamo il discorso.  Attorno all’argomento sin da subito si sviluppò un dibattito accesissimo, dai toni che spaziavano dal surreale all’apocalittico per le sorti della morale pubblica.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th021.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1134" alt="th02" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th021.jpg" width="610" height="309" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Il Parlamento si spaccò a metà, ma, badate, non sulla ipotesi di chiudere le “Case di tolleranza”, in essere da appena trent’anni con crescente successo, quanto sulla proposta di autorizzare la vendita al loro interno di derrate alimentari, di cibi e di bevande di vario tipo.  Come dire, che il problema non erano le Case, quanto l’opportunità che Bacco e Venere coabitassero sotto lo stesso tetto, e che fosse il tetto di un postribolo era solo un trascurabile dettaglio.  Il Parlamento profuse un impegno senza precedenti per venire a capo della faccenda e le due fazioni, quella dei Conservatori e quella dei Riformisti, si avvalsero dei loro migliori oratori per perorare le rispettive cause.  I conservatori erano decisi a battersi fino all’estremo sacrificio per salvaguardare la, come dire? purezza dell’attività che si svolgeva al chiuso di quei santuari del piacere della carne e l’onorevole Vigoni, immolandosi eroicamente sull’altare della causa, volle recarsi in visita al “Babi”, forse la più famosa Casa di Tolleranza di Torino, per constatare di persona quanto inopportuna fosse la mescolanza di appetiti così eterogenei.  Sentite cosa riferiva in Parlamento:</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th031.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1135" alt="th03" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th031.jpg" width="620" height="227" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">“L’atmosfera già appesantita dal lezzo delle pratiche vergognose e dal fumo dei sigari era pressoché irrespirabile per via del cattivo odore esalante da quella mescolanza di cibarie aggiunto ai fiati carichi di vino, di grappa e di rhum, assommati al sudore dei corpi”. Come se non bastasse, l’integerrimo onorevole aggiungeva che molti degli uomini presenti “forse erano promessi sposi  a una casta fanciulla ed alcuni perfino mariti e padri”. I Riformisti, convinti dell’utilità di un sistema integrato nell’erogazione del piacere non si lasciarono commuovere dalle parole accorate dell’onorevole Vigoni e per bocca di uno dei suoi oratori di punta, l’onorevole Felice Cavallotti, riconoscevano che “il piacere venduto in quelle case è assai relativo”, ma  non c’era ragione alcuna di “togliere perfino la possibilità di un onesto bicchiere di vino, di uno spuntino, di una chitarra e di un canto, significa davvero ridurre la funzione a quella di brutali sfogatoi della libidine popolare”. Ebbero la meglio i Conservatori, oggi diremmo la Destra, ma al vostro cronista non è dato sapere se fuori del Parlamento si è esultato per aver imposto il divieto di organizzare feste, di cantare e di ballare all’interno delle Case Chiuse.  Com’era “andare al casino” ce lo dice Tinto Brass, grande intenditore, gran frequentatore e gran signore:</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/zsd.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1141" alt="zsd" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/zsd.jpg" width="620" height="275" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">“I casini erano come i club in Inghilterra. Non ci si andava solo per consumare un atto sessuale, ma anche per perdere tempo, chiacchierare, incontrare persone e si poteva stare in compagnia anche per qualche ora. Da questo veniva l’invito della maitresse a “non far flanella”, che voleva dire “non consumate i pantaloni sulle panche, ma andate in camera o da qualche parte …” Ecco, adesso sapete anche che la flanella non è soltanto un tipo di stoffa, ma anche un modo di dire  di derivazione inequivocabile.  Insomma, in quei luoghi si andava per uno scopo ben preciso, punto e basta. Non erano come il mitico Caffè Greco di via Condotti ai cui tavoli sedevano stelle di prima grandezza dell’intellighentia italiana ed europea  per sorseggiare un tè coi pasticcini mentre discutevano, seri e compiti, di letteratura, di musica e di arte, ma anche di politica e di strategie economiche e militari. Se al Caffè Greco andavano personaggi come Maccari, Landolfi, Soldati, Cardarelli, Talarico, Patti, Buzzati, Moravia, Maupassant della Maison Tellier di Fontanella Borghese, chi erano i frequentatori delle Case Chiuse?  Non crederete mica che in quei posti ci andassero soltanto i militari in libera uscita, gli operai della Tiburtina Valley , gli scaricatori dei mercati generali ed i ragazzetti appena maggiorenni?  Non sarà così, ma indizi attendibili farebbero credere che molti degli incontri che avvenivano al Caffè Greco avevano una coda in luoghi altrettanto discreti ed ovattati, non lontani da via Condotti. Qui, si sussurra, la compagnia si arricchiva, di tanto in tanto, con la discreta presenza di qualche personalità vestita con abiti dai risvolti viola e porpora, ma chi scrive non può andare oltre i legittimi sospetti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">A proposito di Case di Tolleranza non lontane da Via Condotti, facciamo insieme una visita guidata per le vie del centro alla scoperta dei santuari della lussuria.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th052.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1136" alt="th05" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th052.jpg" width="620" height="310" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Via Capo le Case vi dice qualcosa?  Negli anni Quaranta e Cinquanta, gli anni d’oro per l’attività, il palazzo dove oggi c’è l’Hotel Pincio si chiamava “Le tre Venezie”, dal nome delle tre giovani ed intraprendenti ragazze veneziane che allietavano le serate degli ospiti paganti. In poco tempo questo indirizzo finì sulle agende di facoltosi industriali d’ogni angolo d’Italia, di ricchi commercianti, di marchesi, principi e baroni della nobiltà romana, ben disposti a spendere anche una fortuna pur di trascorrere qualche ora in una delle diciassette stanze arredate con mobili ricercati, velluti delicati e lenzuola di lino pregiato.  Da via Capo le Case passarono generazioni di giovanotti e di uomini in là con gli anni e molti ricordano che se durante l’attesa nel lussuoso salone coi soffitti affrescati da artisti ricchi di talento e fantasia, ma poveri di quattrini, venivano discretamente accostate le porte, voleva dire che nel corridoio stava passando un’altissima carica istituzionale, oppure un politico di primo piano, un giudice della suprema Corte o un pio prelato, assai timido e a disagio in quell’ambiente di perdizione.  Sulla stessa via, poco distante, ve n’era un altro di postribolo, ma meno elegante del primo, che comunque non era nemmeno il più lussuoso. Si chiamava “La Casa della stonata” ed era frequentato da gente con meno pretese. Oggi la Casa è diventata un edificio con dieci mini appartamenti, funzionali ma assai anonimi.  Un servizio del Corriere della Sera di moltissimi anni fa racconta che poco più in là di via Capo le Case, dalle parti del Traforo, c’è l’hotel Menphis ed i portieri dicono che molto spesso arrivano (arrivavano?) dei vecchietti zoppicanti per sbirciare dietro l’angolo dove una volta c’era un’altra casa di tolleranza. “Arrivano, guardano, fissano un punto che solo loro riconoscono e poi se ne vanno sospirando”.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th061.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1137" alt="th06" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th061.jpg" width="620" height="364" /></a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Via Mario de’ Fiori è un’altra strada rinomata per i lupanari dell’epoca. L’Hotel Condotti ha preso il posto di un’altra delle Case più famose nella quale le stanze erano affrescate con dipinti che nulla avevano da invidiare ai soggetti erotici di Pompei, ma il tema più ricorrente era quello degli angeli in caduta libera, in audacissime pose lascive che nulla lasciavano all’immaginazione.  Le Case più rinomate erano, però, quelle degli Avignonesi e di Fontanella Borghese, quelle più a buon mercato erano nel quartiere Monti e tra le une e le altre c’erano, appunto, le due di via Capo le Case. Il livello delle Case, cioè il confort assicurato alla clientela, determinava l’assegnazione della categoria. Nella terza, Leonetto, Capocci e Cimarra, offrivano frettolosa ospitalità per una seduta di cinque minuti a 150 lire a militari di bassa forza e a ragazzi di periferia.</h4>
<p><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th072.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="aligncenter size-full wp-image-1138" alt="th07" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/02/th072.jpg" width="620" height="446" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Tra questi ultimi non mancavano minorenni con carta di identità ritoccata alla meno peggio, ma al momento del controllo la maitresse quasi sempre poteva avere un attimo di distrazione.  Il 19 settembre del 1958 i giornali della sera uscirono con un’edizione straordinaria: “Entrata in vigore della Legge Merlin: chiuse le Case Chiuse!” Sempre secondo il Corrierone, “la zoppetta”, la strillona del Tritone, così strillò il suo giornale: “Edizione straordinaria!!! Chiusura de li casini. Da domani tutti a fasse le …” E le signorine delle Case che fine hanno fatto?  Quelle degli Avignonesi e di Fontanella Borghese si potevano incontrare spesso mentre sorseggiavano il caffè a via Veneto, le  altre si sistemarono a Tor di Quinto e sulla Prenestina.</h4>
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		<title>Il nuovo cd dei Milagro Acustico</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jan 2014 13:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Mazza]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4><a href="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/01/th02.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="size-medium wp-image-192 alignleft" alt="th02" src="http://www.newsartecultura.it/wp-content/uploads/2014/01/th02-300x150.jpg" width="300" height="150" /></a>Davvero encomiabili Bob Salmieri e i suoi nella ricerca che portano ormai avanti da anni su quel mitico passato della Sicilia che è la Siqilliya araba, gli splendori di un’epoca che fu all’insegna della tolleranza, dove i vari gruppi etnici convivevano in pace e la religione non scatenava conflitti. Lo stesso termine “jihad” era inteso in un’accezione di ascesi mistica, accogliendo l’interpretazione sufica che nei secoli IX-X, il periodo aureo della Siqilliya, prima dell’invasione normanna, si stava diffondendo in tutto il mondo islamico. E in questo caldo crogiuolo i Milagro Acustico pescano a piene mani, seguendo la traccia del grande orientalista Michele Amari, autore della “Storia dei Musulmani di Sicilia” in tre volumi, che dedicò un approfondito saggio ai poeti arabi della Trinacria Felix.     Dunque poesia e musica, nomi famosi di allora, Ibn Hamdis, Abu al Quasim abd al Rahman, Ibn al Qatta, Abd Allah Sadus, i cui versi non parlano solo d’amore ma di esilio, la nostalgia e la tristezza per la patria invasa dagli stranieri. Così “Dhakartu Siqilliyata”, “Ricorda la Sicilia, disperato dolore si rinnova per te nella memoria”, brano tutto rifrazioni sonore e vocali, con quel ritmo cadenzato tipico della melopea araba.</h4>
<h4>Ma il filo della nostalgia pervade l’intero album, a cominciare dal pezzo d’apertura, “Assalam Alaikum”, tenero e struggente, “tra me e te scorre una corrente infuocata”, o “Balarm”, la Palermo islamica, più denso, che evoca una città cosmopolita nonché centro di arte e di cultura. Seguono “Wadaam”, un pezzo strumentale molto sfumato, “Yalla Harrek”, il cui testo ricorda molto le “Rubaiyyàt” di Omar Khayyàm: “Su, fa girare il calice, riempilo di rubini e bevi con noi”, “Trapani”, che era passata sotto la dominazione normanna ma restando un luogo di tolleranza, dove chiese cristiane e moschee sorgevano fianco a fianco (“Il loro re ha detto: che ognuno invochi l’Essere che adora e in cui crede”, scrive Ibn Jubair). E, ancora, “Nostalgia”, “Favara”, “Noto”, brani stilisticamente compatti e di sottile fascino, come lo è l’intero cd.<br />
Tolleranza è il leit motiv che permea quest’ultima fatica dei Milagro Acustico e trasuda sia dai testi, ovviamente cantati in lingua originale, sia dalla strumentazione, che recupera il gusto dell’epoca ma filtrandola in chiave di caldo sound mediterraneo. Poiché qui, nel Mediterraneo, in quest’area dove il mare è sempre stato una via di conoscenza, avviene l’incontro fra culture, ieri come oggi. E soprattutto oggi è importante il dialogo, affinché il nuovo che sta emergendo da quella parte di mondo islamico bagnato dal Mediterraneo non sia preda di integralismi. E i Milagro Acustico sono decisamente sulla buona strada. Il gruppo: Marwan Samer, voce oud, Bob Salmieri (che ha musicato tutti i brani), ney, baglam, tambur, sax soprano, clarinetto, percussioni, Andrea Pullone, chitarra classica, oud, Maurizio Perrone, contrabbasso, Maurizio Catania, batteria, percussioni. Inoltre, come ospiti: Mauro Tiberi, voce, Carlo Cossu, Agnese Stelli, violino, Raffaele Mallozzi, ribeca, Giuseppe Spedino Moffa, zampogna, Pachi Adikari Kalipada, tabla.</h4>
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