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La sua forte voglia di indipendenza l’aveva portata a sposarsi molto presto – quasi sempre l’unico modo per le donne, allora, di rendersi autonome dalla famiglia. Lei aveva tirato su quei quattro figli nel migliore dei modi, nonostante le ristrettezze economiche di sempre. Era dotata di una buona manualità e di grande intraprendenza e, anche se non aveva un lavoro, riusciva a racimolare qualche soldo costruendo giocattoli di legno che rivendeva. Il marito faceva l’artigiano ma in quel periodo il lavoro si era ridotto al minimo. Si viveva con quello che si poteva prendere con la tessera e con le poche altre cose coltivate nell’orto di guerra condominiale. E poi, per il resto, quando si poteva spendere qualcosa, si ricorreva alla borsa nera. Anche lei, come tante altre donne romane, non si perdeva d’animo: sempre lì a fare ore e ore di fila, portandosi dietro il figlio più piccolo. Ma quel pane era veramente cattivo. Aveva sentito dire che i tedeschi e i fascisti, invece, si rifornivano da altri forni: pane bianco, di buona qualità, quei farabutti!
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