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L’Ucraina e la sua difficile indipendenza

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di Luigi Fattorini


 L’Europa (lo sappiamo) ha tanti volti, ma forse due sono i principali. Come l’Impero Romano alla fine si divise in due parti, anche il continente europeo, o meglio la civiltà che in un qualche modo ne è stata erede a partire dal medioevo (pensiamo a Poitiers), ha fatto altrettanto. Se infatti ad occidente la storia ha seguito un corso, ad oriente le cose sono andate diversamente. Nel primo caso al vecchio Impero di Roma è succeduto – dopo un po’ di fasi convulse – quello di Carlo Magno, da cui sono derivati poi le entità che ne hanno preso il posto (Francia, stati italiani, stati tedeschi e Fiandre perlopiù) oltre ai regni cristiani dell’Iberia tolta agli arabi e ai regni britannici. Ad oriente invece c’è stato l’impero di Bisanzio (poi preso dai Turchi ottomani) e le miriadi di stati creati dalle tribù che si sono succedute spostandosi qua e là, soprattutto slavi, mongoli e ungari. In quest’ultimo scenario dobbiamo porre perciò le basi della storia dell’Ucraina, anzi in primo luogo del popolo (slavo) da cui sarebbero sorti gli ucraini. Storia che possiamo provare ad esemplificare in questi passaggi e aspetti: la primordiale Rus’ di Kiev, la conquista mongola, il khanato tartaro in Crimea (con anche colonie genovesi nel Mar Nero…) e la conquista polacca di Galizia e Volinia e lituana del resto. Questo, fino al XVI secolo, quando il sorgere dell’etmanato cosacco approntò un altro dei caratteri “storici” di quel popolo. E soprattutto della sua fine, nella seconda metà del Seicento, che vide perlopiù il territorio spartito tra la Polonia ad est e la Moscovia (cioè l’Impero degli Zar) a nord. Dopodiché, una volta che anche la Polonia venne analogamente spartita un secolo dopo tra Russia (che nel frattempo si era portata pure fino in Crimea), Prussia e Austria, ecco che il territorio di lingua ucraina si ritrovò quasi tutto sotto il dominio zarista, e in piccola parte (quella ex polacca) sotto quello asburgico. Da qui data perciò il “risorgimento” (nel senso inizialmente di “risveglio nazionale”) ucraino. Un qualcosa che a livello di letterati e intellettuali partì nel XIX secolo, in contemporanea a quelli degli altri popoli europei non indipendenti (in primis gli italiani e i tedeschi, ma anche i vicini polacchi). Ma che solo con la caduta degli imperi plurinazionali – a cominciare da quello zarista - con la prima guerra mondiale poté tradursi in fatto. O quantomeno provarci.

L'Ucraina nel XVII secolo

L’Ucraina nel XVII secolo

 Per la precisione bisogna andare al 1917 e alla prima delle rivoluzioni che quell’anno attraversarono la Russia ex zarista, per arrivare infine quantomeno al 1921. Quattro anni densi, in cui alla storia generale della Grande Guerra (e del difficile – ancora più difficile di quanto si pensi – dopoguerra che ne seguì…) si sommarono, nel territorio abitati da ucraini, logiche particolari. Nel marzo del 1917 infatti – mentre a Pietrogrado si “democratizza” – a Kiev si convoca la “Rada” (assemblea) nazionale ucraina, la quale però non viene riconosciuta dalla parte socialista del paese, che si “solleva” per conto proprio (e in contrasto ad essa). Una guerra civile dentro la guerra di liberazione nazionale insomma. Poi c’è la momentanea vittoria (ad est) degli imperi centrali – Germania e Austria-Ungheria – che nella primavera del 1918 impongono a Lenin (nel frattempo salito al potere dopo la Rivoluzione d’Ottobre) la pace di Brest-Litowsk che dà l’indipendenza a Finlandia, stati baltici, Bielorussia, Ucraina (questa retta da un etmanato fedele) e realtà caucasiche. E non basta: perché la vittoria finale dell’Intesa nell’autunno del 1918 rimette in discussione tutto quanto: i russi – questa volta sotto il segno della stella rossa – tornano verso Occidente, i francesi sbarcano ad Odessa (in funzione antibolscevica), nella Galizia ex asburgica (anche l’impero di Carlo d’Asburgo, succeduto a Cecco Beppe, è crollato) i polacchi e gli ucraini si contendono il territorio. Da qui il tutto finisce per portarsi nella dimensione più generale: da un lato l’Armata rossa di Trockij che vuole portare la rivoluzione nel cuore dell’Europa, e dall’altra la risorta Polonia di Piłsudski che le si oppone con l’idea di ricostruire la “patria storica”, ponendosi come “guida” anche per i popoli già in passato associati od assoggettati (lituani, bielorussi e ucraini). L’andirivieni che si sviluppa per mesi e mesi (con i polacchi che avanzano, i russi che respingono e contrattaccano fino quasi a Varsavia, e infine i polacchi che riavanzano ancora) si esaurisce alla fine del 1920, fino a che non si stabilisce la  tregua a Riga nella primavera dell’anno successivo: la Polonia si “mantiene” la Galizia e la Volinia (così come più a nord si riprende Vilnius) mentre il grosso dell’Ucraina va a quella che in breve diventerà l’Unione Sovietica (entro la quale formerà una delle repubbliche).

L'Ucraina nella prima guerra mondiale

L’Ucraina nella prima guerra mondiale

 Con tutto ciò le speranze di indipendenza ucraina si stoppano. Il resto è più noto, anche se la storia non è certo finita. Ci sarà infatti la fase staliniana (con la Grande Carestia degli anni ’30), l’occupazione nazista che libererà il nazionalismo ucraino antibolscevico (Bandera e simili, anche se non per forza sempre filonazisti), le stragi tedesche tra il 1941 e il 1944 con lo svuotamento di larga parte della popolazione di fede ebraica (una bella fetta degli abitanti, i cui superstiti ripareranno poi nel neonato Israele). E da ultimo quello che accadrà in Galizia e in Volinia non appena i sovietici entreranno (dopo già una prima puntata nel 1939 – quando la Polonia viene sbranata da Hitler e Stalin grazie all’accordo Molotov-Ribben tropp – definitivamente nel 1944 con la vittoria della “guerra patriottica” sovietica), visti i massacri specie di polacchi e lo spostamento forzato di questi nella Polonia spostata di chilometri ad occidente (a spese della Germania), facendo mutare ad esempio una città perlopiù polacca come Leopoli (Lwów) nella nuova Leopoli ucraina (L’viv). L’analogo di quello che subiranno i tedeschi con Königsberg o Breslavia diventate la russa Kaliningrad e la polacca Wrocław o noi italiani con Pola e Fiume nelle jugoslave (e oggi le croate) Pula e Rijeka. E non sarebbe finita ancora, perché all’elenco dobbiamo aggiungere pure il dopoguerra sovietico fino al 1991. Un dopoguerra segnato dal connubio tra il ritorno della pace e della stabilità da un lato e il permanere della mancanza di libertà dall’altro (con inframmezzata qualche concessione come quella della Crimea dai russi, negli anni ’50). E quindi l’indipendenza finale, fino a quello che assistiamo dal 2014 (il referendum in Crimea, il sobillamento putiniano nel Donbass, per arrivare alla guerra del 2022).

L'Armata Rossa entra Kiev (1919)

1919, L’Armata Rossa entra Kiev

 Viene insomma da pensare che se la storia non è finita (e ancora non sappiamo benissimo come finirà) una domanda almeno sorge spontanea: con tutto questo pregresso appare così strana la tempra degli ucraini nel lottare per la loro indipendenza? Comunque la si pensi, rimane che una delle caratteristiche di un popolo è questa, o può esserlo. Se non vogliamo pensare ad altri popoli piccoli (come i vietnamiti) valga almeno l’esempio di un attuale gigante, come gli americani nel Settecento contro l’impero britannico.

1991, Indipendenza dell'Ucraina

1991, Indipendenza dell’Ucraina

britannico.

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